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A cena col nemico

Da quando Chinnamasta è partita (snif snifff) faccio il burbero solitario, quello che se ne sta per i fatti suoi ad osservare il mare per ore, lo sguardo perso nel vuoto (chissà quali pensieri profondi, chissà cosa si agita in quella mente?).
Una mattina, però, due ragazze israeliane incominciano a guardarmi e a sorridermi, parlottano tra di loro schermando le labbra col dorso della mano.
Faccio il timido per un po' ma poi sorrido.
Ovviamente cominciano a parlarmi nella loro lingua fatta di chk, rgh e schk.
Eh no, guardate, purtroppo ho ancora il prepuzio se però volete possiamo parlare in inglisc.
Ridono e confessano che mi stavano guardando perché assomiglio ad un attore israeliano, Yehuda Levi, ma non quando sorrido, no, quando sono serio però sono proprio la sua copia sputata (u-gua-le! ahah se lo dicono loro! Le altre foto cercatele voi).

A cena col nemico
Non so se s'è capito, ma io e gli israeliani non andiamo proprio d'accordo. Che sia chiaro, non sono assolutamente motivi razziali, ma l'arroganza, la maleducazione e il becero cameratismo che mi rendono poco sopportabili le versioni viaggianti del Popolo Eletto.
Però, visto che (Chinnamasta testimone) avevo in precedenza deciso di dare una seconda chance a questo popolo, incomincio a parlare con le due ragazze e benché il loro inglese non ci consenta di abbordare Nietzsche, Proust o sapere cos'abbiano mangiato ieri sera paiono simpatiche: Otal e Ras. Quando mi invitano a cena accetto, a titolo di esperimento.
OK, una delle due è particolarmente bona ma questo l'avevate già capito, no?

Mi reco al luogo dell'appuntamento e aspetto per venti minuti.
Quando mi stufo e decido che non è più il caso di aspettare me ne vado, ma dopo pochi metri incontro Otal, quella bona. Ah, sì, scusa, no sai, sono sempre in ritardo, ooooh sapessi, in Israele di solito sono oooore in ritardo, tu considerati fortunato, dai, andiamo a mangiare! È con due bellocci del suo paese, li saluto e cerco di presentarmi ma neanche mi considerano. La scena non è proprio di quelle in cui resto con la mano tesa a mezz'aria, ma quasi. Incominciamo bene.
Arriviamo al ristorante e c'è una tavolata di almeno dieci israeliani a cui ci uniamo: saluto ma pare che le onde sonore prodotte dalla mia voce siano ad una frequenza non percepibile dal loro orecchio. Vabbuo'. Mi siedo e Otal si mette di fronte a me; parlocchia per un po' in inglese anche se la maggior parte del tempo è distratta dalla conversazione generale: rght arsh chklom sababa. Povera, ogni tanto cerca di spiegarmi perché tutti stanno ridendo, storie evidentemente divertentissime, ma è peggio di quando ti spiegano una barzelletta che non hai capito. Sorrido e faccio ricorso alle mie riserve di buon umore ma non è proprio il mio ideale di serata però l'esperimento sociologico deve continuare.

Scopro che gli israeliani hanno il senso dello humour: mi fanno vedere una banconota (verde?) da venti scheckel, sulla quale compare un signore baffuto in mezzobusto. Quando chiedo a Ras chi sia il personaggio sul biglietto, mi guarda seria e mi risponde: “Hitler”. E poi si mette a ridere sguaiatamente.
Scopro anche che esistono delle cartine per rollare fatte di plastica trasparente.
Otal nota il mio vibrante entusiasmo per la serata e cerca di trovare una scusa per i suoi compatrioti: sai com'è, quando fumano troppo poi non ce la fanno a parlare inglese.

La cosa più bella di tutto l'esperimento avviene a fine cena.
Otal tira fuori un rotolo di filo interdentale e comincia a passarselo. A tavola. Sgrano gli occhi. La sua vicina fruga nella borsa e ne trae un contenitore di plastica trasparente con numero cento (100) attrezzi che sono una via di mezzo tra degli stuzzicadenti e del filo interdentale teso su un archetto (che avevo visto precedentemente solo in un ristorante di Abu Dhabi, ciao Rebecca). Tutti, a tavola, tranne ovviamente il sottoscritto, cominciano ad occuparsi della loro pulizia dentale, tra risucchi e rumore di plastica sfregata tra un dente e l'altro.
Sono allibito. E orripilato.
Esperimento finito.

 

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