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A due passi dal cielo

A due passi dal cielo
Il percorso da Lhasa a Katmandù, ottocento chilometri di strade tortuose e valichi montani a più di cinquemila metri d'altitudine, è un viaggio dello spirito: si attraversano le zone più povere del Tibet, con bambini che appena ti vedono aprono il palmo della mano senza neanche la forza di aggiungere una preghiera al gesto, dove la presenza militare cinese, se si dimenticano i vari posti di blocco, non è così invasiva come nella capoluogo ma dove lo sguardo triste dei tibetani ti ricorda cosa voglia dire essere liberi.

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Ci metto cinque giorni di 4×4 per arrivare alla frontiera col Nepal, volendo ci si può mettere anche meno, ma il mio itinerario prevede anche una tappa al campo base dell'Everest che allunga sensibilmente la durata del viaggio. Il mal di testa che mi trascino da Lhasa (non so se è dovuto all'altitudine o alle continue testate che prendo ogni volta che attraverso le basse porte dei templi buddhisti, una tragedia) non fa che peggiorare con l'aumento dell'altitudine e devo misurare le forze per non ritrovarmi completamente senza fiato quando preso dall'entusiasmo urlo di fermare la macchina e mi scaglio fuori, arrampicandomi su un declivio o scendendo ai bordi di un fiume con la voglia di fare una foto mozzafiato (è il caso di dirlo) che però, puntualmente, non restituisce la bellezza del panorama. Il paesaggio cambia continuamente durante questo viaggio, si passa dalla fertile vallata all'uscita di Lhasa a immensi altopiani pietrosi che tutto d'un tratto svelano prati verdi e gialli campi di colza in fiore, si attraversano altissime ma dolci montagne (mi aspettavo un ambiente decisamente più impervio, in realtà i monti che conducono all'Everest sono completamente spogli di vegetazione ma mollemente ondulati) e ci si ributta in vallate dove il panorama, tra tempeste di sabbia e vasti fiumi, cambia ad ogni chilometro.

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I villaggi che si incontrano sul tragitto sono poco più che un insieme (infestato da cani randagi) di case che si sviluppano ai due lati della strada principale, non sono molto pittoreschi e la gente che li abita, musi infangati e mani sporche, è la sola nota di colore. In uno di questi un contadino insiste per farmi visitare casa sua e con una certa qual fierezza mi mostra tra le sue misere stanze quella in cui conserva le foto dei lama.

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Le città più importanti invece, Gyantse e Shigatse, sono un esempio di architettura tibetana (quasi) risparmiata dalla voglia di nuovo che rappresenta la Cina e al loro interno nascondono grandi e importanti edifici religiosi.

Gyantse ha un bellissimo monastero che si sviluppa sul fianco della montagna, protetto da alte mura rosse: è uno dei pochi luoghi in cui coabitano (molto più che pacificamente) tre sette differenti del buddhismo tibetano e in cui gli stipiti sono particolarmente bassi (provare per credere, ahia). Nel tardo pomeriggio, preso dal fuoco sacro dell'esplorazione, mi perdo tra le vie sabbiose nei dintorni del monastero; i bambini giocano nel fango, di fronte ad ogni casa è parcheggiata una mucca bianca e nera e lo sterco di yak è messo a seccare sopra i muri o contro le pareti delle case per poter poi servire da combustibile durante l'inverno. Queste focaccine di cacca e le striature che vi sono impresse, da lontano, ricordano tante conchiglie, ma avvicinandosi si distingue chiaramente la forma di una mano, piccola: di bambino o donna minuta oserei dire. Il villaggio ai piedi delle grandi mura rosse, nella sua povertà, è di un'infinita bellezza e quando abbandono la mia lunghissima ombra per scalare le pendici della montagna, schiacciato dall'infinito cielo che sta perdendo il suo colore e le voci e i muggiti e le luci che si accendono nell'abitato sottostante non posso che amare, amare senza freno il Tibet fino quasi alle lacrime (ah sì, altro che Leopardi). Resto accucciato a lungo sulla cima della montagna, di fianco ad un piccolo tempio pieno di bandierine colorate legate su lunghi bastoni, e guardo le prime stelle apparire.

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Shigatse è la seconda città del Tibet e se si contano i villaggi che la circondano la popolazione è addirittura maggiore rispetto a quella di Lhasa (o almeno, la popolazione tibetana). Il monastero di Shigatse, ai piedi di un'alta montagna che domina la città, è completamente circondato da una serie di ruote da preghiera che i pellegrini fanno girare al loro passaggio (in senso orario mi raccomando): su ogni cilindro, in bassorilievo, si trova una preghiera, quando questo viene fatto muovere le parole sante salgono vorticosamente verso il cielo blu. Seguo i pellegrini e a metà percorso, attirato da migliaia di bandierine colorate (anch'esse da preghiera) che sventolano sul cucuzzolo della montagna mi dirigo verso la cima. Lunghi nastri di bandiere sospinte dalla brezza sono legati da un picco ad un altro, si connettono e si separano, formano grossi ponti che vengono mossi dal vento in un paesaggio che continua a cambiare. La salita non è facile e mi tocca fermarmi ogni dieci minuti per riprendere fiato ma ne approfitto per assumere posizioni da grande scalatore e ammirare il paesaggio sottostante: monastero, città vecchia e nuova, (inutile) ricostruzione del Potala in miniatura ad opera del governo cinese sulla sinistra. Quando arrivo finalmente in cima (no, no, non sono mai scivolato, no no) si apre di fronte a me una sconfinat
a vallata senza vegetazione che mi fa urlare dallo stupore e dalla contentezza. Le bandierine sono ovunque intorno a me e osservare il cielo tra i loro colori svolazzanti produce una sensazione di profondissima (anzi, altissima) gioia.

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Il campo base dell'Everest è invece una delusione. Solo un cerchio formato da enormi tende che fungono allo stesso tempo da hotel, bar e ristorante. Basta. A dire vero esiste più di un campo base e quello degli scalatori veri, quelli che muoiono tentando la scalata, è qualche chilometro più in là, ma l'inesistente vegetazione e l'Everest all'orizzonte semicoperto dalle nuvole rendono il posto ben poco interessante. Complici i 5400 metri d'altitudine i miei due compagni di viaggio non si sentono molto bene e quando decidiamo di partire verso Tingri perché si sentano meglio non mi dispiace più di tanto. Giunti al villaggio il tramonto illumina la catena dell'Himalaya ormai sgombra da nubi.

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Molto spesso, soprattutto con riferimento ai paesi del terzo mondo dove l'architettura non raggiunge di certo lo splendore dell'Europa, si dice che la bellezza di un posto è intrinsecamente legata alla gente che lo popola, alle tradizioni, ai volti, ai costumi, ai suoni, ai colori, ai sapori e ai profumi che attaccano il viaggiatore da angoli sconosciuti. Se ciò per il Tibet è certamente vero, il viaggio da Lhasa fino alla frontiera dimostra però che tutta la regione è bella di per sé: i paesaggi sono a dir poco stupendi, mutevoli e diversi, sempre pronti a sorprendere anche l'animo più navigato, che dopo un'esperienza del genere, no, non può più credere di essere minimamente blasé. E se non l'avessi ripetuto abbastanza, il cielo (il cielo, il cielo, il cielo) che si vede in Tibet è un costante promemoria del fatto che qui, veramente, si sia a due passi dagli dèi. Cielo che ogni tanto sorprende non solo con il suo blu profondo ma anche con strani fenomeni, come l'arcobaleno intorno al sole (a cui, no, non sono stato così fortunato da assistere, la foto qui sotto è gradita cortesia di Catherine Lau, entusiasta maratoneta/fotografa/osservatrice di cose belle/poetessa/amante della vita, che ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare in quel di Lhasa, hello Cath): wow!

A due passi dal cielo
Da Tingri l'ultima tranquilla tappa è verso la frontiera dove l'ordine della cinese (molto cinese) Zhangmou lascia il posto al caos colorato di Kodari. I vasti deserti di pietre si trasformano in un paesaggio alpino avvolto dalla nebbia e lungo le pendici della stretta valle che percorriamo la vegetazione cresce rigogliosa. Sul ponte che porta in Nepal, gli impettiti soldati cinesi di guardia non paiono molto divertiti quando mi metto a saltellare da un lato all'altro della linea rossa che separa i due paesi e accompagno ogni mossa con un “Op Nepal!” o “Op Cina!” a seconda dell'atterraggio; quelli nepalesi, svaccati contro il parapetto o appoggiati ai fucili mi guardano curiosi. Non mi sembra giusto raccontare adesso del percorso fino a Katmandù, un universo completamente nuovo fatto di donne in sari multicolori con l'anello al naso e tatuaggi sul mento, che mi fa dimenticare rapidamente la Cina ma non tutti i suoi insegnamenti (soprattutto come apprezzare il riso bollito senza il quale ora nessun pasto appare come tale e come stare accucciato con i talloni a terra per ore e ore: provateci, non in ufficio please, non è facile): più tardi, un'altra volta, di sicuro sotto un cielo diverso.

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3 responses to A due passi dal cielo
  1. anonimo says:

    Bravo c 'est eblouissant !

  2. anonimo says:

    A Georgia O'Keeffe.

  3. andlosethenameofaction says:

    Maybe the last picture, you are too kind.