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A Katmandù quand'ero giù

A Katmandù quand
Katmandù, sette giorni e più di mille foto fatte, ogni angolo, ogni dettaglio, ogni viso le meriterebbe tutte per sé quelle mille foto ma si viene distratti, ci si guarda in giro e ci si mette a rincorrere un'altra storia, un altro momento che si vuole a tutti i costi immortalare.

La capitale del Nepal, dal ghetto turistico di Thamel fino al centro di Durbar Square si sviluppa in uno stretto labirinto di vicoli che curvano segretamente e che mi fanno perdere ogni possibile senso dell'orientamento (anche più del solito). Tutte le strade fremono d'attività e il centro cittadino non è altro che un grande mercato a cielo aperto: oltre ai negozi dalle porte colorate (l'azzurro e il rosso predominano) in ogni angolo, in ogni piazza, venditori ambulanti stendono teli per terra e vendono le loro mercanzie, fintissimi orologi d'oro ed ombrelli ma soprattutto frutta, verdura e banane, banane, banane (bananine in realtà). In questo bazar che lascia a malapena lo spazio ai pedoni di muoversi e blocca inesorabilmente il passaggio dei motorini (per non parlare delle macchine) centinaia di sari, immancabilmente diversi, arancioni, blu, gialli, rossi, verdi, fantasia, colorano questa già variopinta città e si stagliano sui muri di mattoni cremisi e contro i templi e le statue ricoperte da pigmenti carmini.I volti tutti diversi delle cento e più etnie che popolano il Nepal e che si incrociano in questo flusso ininterrotto di anime sono accomunati dalla tika, il caratteristico puntino colorato nel bel mezzo della fronte, il terzo occhio attraverso il quale tutti dovremmo percepire il mondo allo stesso modo, senza filtri e preconcetti: di solito rossa, ha diverse varianti, gialle, verdi, nere, blu e diventa quasi una moda quando le donne lo sostituiscono con brillantini o piccoli diademi dorati. Le donne, oltre alla tika,portano anche un altro segno rosso, un cerchietto o una riga, di solito proprio sotto l'attaccatura dei capelli o tra la scriminatura degli stessi: altro simbolo, altri colori.

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In questo 
maelstrom di colori spiccano tra la folla gruppi di giallissimi hare krishna e più variegati baba, rompiballe di prima categoria che fan finta d'essere dei santoni ma che sono in giro solo per spillare qualche soldo ai turisti che vogliono fotografarli.

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E i bambini sono ovu
nque in questa città, da quelli che lavorano giovanissimi nei negozi dei loro genitori, a quelli che giocano liberamente per strada a quelli che più tristemente rovistano tra la spazzatura o respirano i fumi della colla da dei sacchetti di plastica.

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Ma Katmandù è anche un insieme di templi (a quanto pare i Nepalesi sono gli inventori della pagoda) quasi infinito: si trovano ovunque, dalla piazza principale fin nei cortili delle case, percorrendo vicoli angusti ti si parano davanti e neanche te lo aspetti.

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A Katmandù basta sedersi all'angolo di una strada per vedere un mondo sempre nuovo che ti sfila davanti (ciao Luca), non c'è bisogno di andare da nessuna parte perché nuove situazioni ti si aprano di fronte agli occhi: è la montagna che va a Maometto. Nonostante nelle piccole stradine di Thamel venga proiettato un film sempre nuovo riesco, a malincuore, ad allontanarmi e, tra uno scroscio di pioggia ed un altro, ad esplorare anche i vari siti turistici della città. Oltre il confine meridionale, senza una chiara separazione da Katmandù, sorge Patan, con la sua bellissima Durbar Square piena a sua volta di statue e di pagode. A nord ovest, il tempio di Pashupatinat dove vengono cremati i cadaveri (ma non di monaci, donne incinte, bambini e gente morta avvelenata in seguito a morso di serpente. Monaci e bambini sono puri per definizione. Nelle donne incinte è solo il feto ad essere puro ma la famiglia di questi tempi preferisce non aprire la pancia delle donne morte in gravidanza e chiude un occhio. I morti da veleno, come ben immaginate, sono considerati puri in quanto il serpente è uno dei simboli di Shiva) della popolazione di Katmandù: alte nuvole bianche si innalzano verso il cielo portando verso la prossima reincarnazione lo spirito del trapassato mentre ogni tipo di animale, ma soprattutto scimmie, gira indisturbato nel complesso del tempio. Poco lontano, l'immensa 
stupa di Boudhanat invece funge da centro spirituale per tutti i tibetani rifugiatisi in Nepal e numerosi la percorrono in senso orario. Attorno a questo monumento ci sono diversi monasteri buddhisti che al crepuscolo lasciano risuonare i proprio canti accompagnati da cimbali e tamburi.

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Uscendo dai sentieri battuti e spingendosi fino ai bordi dei fiumi che circondano la città, tra i rifiuti e l'insalubrità, si incontrano le persone più povere di Katmandù: baracche improvvisate di lamiera, cartone e teli di plastica si confondono tra montagne di spazzatura. Attraversando il fiume su un ponte sospeso, un ragazzo senza scarpe e maglietta stracciata, notando la macchina fotografica mi grida dietro “scendi, c'è un sacco povera! Perfetto per far le foto!”. Non so cosa davvero cosa rispondergli e non mi viene in mente nessuna battuta sarcastica per stemperare il peso delle sue parole. Sorrido amaramente e tristemente e continuo per la mia strada mentre il ragazzo continua a vociare alle mie spalle, questa volta, chissà perché, in francese. Mestizia.

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Oh e poi anche tutto il resto in questo caleidoscopio che continua a mutare e restare uguale a sé stesso: la vita inarrestabile che scorre nelle vene della città e la gente annoiata affacciata alle finestre e i guidatori di risciò con le trombette ricavate da contenitori di plastica e le vecchie che impugnano le sigarette come fossero punteruoli e le strade dissestate e fangose in cui buche grosse come vasche sono sempre pronte ad accoglierti e gli abbronzatissimi venditori di manghi e le mucche che appaiono per strada come se niente fosse e le indicazioni stradali date completamente a caso con il vago gesto di una mano molle e i baracchini che servono succhi di frutta ed epatiti e la corrente che viene interrotta ad orari programmati e i bambini con le magliette del wrestling e i cappellini da camionista appena appoggiati sulla testa e i minuscoli taxi bianchi Toyota Suzuki Maruti (c'è un po' di confusione nelle marche) e gli studenti e le studentesse delle scuole private che tornano a casa con le cravatte allentate e la pioggia deprimente che arriva sempre nel momento meno opportuno e la settimana lavorativa di sei giorni e i venditori a gambe incrociate in minuscoli botteghini e Rino (ciao Giù) che canta di te che a Katmandù non ci sei più e di dove il lupo va a guaire e i fricchettoni degli anni settanta che venivano per sfondarsi di droga e i residuati del giorno d'oggi dallo sguardo spento e dai lunghi dread e i nani e le ante unte e le donne che attingono alla fonte pubblica con grossi otri di bronzo e la dea bambina della città e i bambini che giocano con gli acquiloni e  i portantini che reggono con la fronte letti armadi tavoli frigoriferi della Uirpul e autisti di tuktuk e d'autobus dodicenni e gli edifici stortati dal terremoto del 1934 che si appoggiano l'uno contro l'altro e lo smog talmente fitto da trafiggerti e le caccole nere a fine giornata e il marketing selvaggio sul Tibet libero e la logica illogica dei ragionamenti nepalesi e poi… e anche… e soprattutto… e…

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5 responses to A Katmandù quand'ero giù
  1. anonimo says:

    che meraviglia…non posso far a meno di odiarti un pochettino…io a dir la verita il mio viaggio post-laurea volevo farlo per l'asia…poi ho pensato che ci tenevo che ai miei non venisse un infarto un giorno si e l'altro pure e ho ripiegato per l'australia…
    hai un bellissimo modo di renerci partecipi e scatti delle foto molto coinvolgenti!!
    buona proseguimento

    Francesca
    usadifranci

  2. anonimo says:

    hai capito Teo? Francesca sì che è una figlia….

  3. andlosethenameofaction says:

    Francesca: i genitori italiani sono razza melodrammatica per definizione, non bisogna cedere.
    Mamma: firmati.

  4. anonimo says:

    sto preparando il terreno per il prossimo viaggio…così potrò dirgli "avete visto che me la son cavata benissimo in australia, che differenza volete che ci sia per una piccola* sarda tra le lande desolate australiane piene di fameliche bestie e l'asia??"

    *piccola si riferisce principalmente alla statura…in cina sarei molto più a mio agio che tra i surfisti australiani…

    Francesca

    ps. che bellina tua mamma che ti segue…la mia teme di scoprire cose che non vorrebe mai sapere e ha deciso di rinunciare all'impresa 😛

  5. andlosethenameofaction says:

    Ti traccio la strada, dopotutto anch'io son partito dall'Australia…