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Albania e stereotipi

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Alla stazione dei minibus di Prizren un loquace signore, vissuto in Irlanda, che munifica le doti amatorie delle donne albanesi e che ogni tre secondi intercala le sue parole con un fastidioso “geezuz”, mi augura una buona partenza dal Kosovo.
Campi coltivati e serre e i primi bunker di cemento, tipici dell'Albania, sfilano sotto i miei occhi.

L'autista del minibus col quale scambio qualche parola, con un misto di tedesco (!?) e italiano, mi lascia nel centro di Shkodra: nessuna ragione precisa per avere scelto questa città come punto d'ingresso nel paese ma forse da qui riuscirò a dirigermi in qualche sperduto villaggio sulle Alpi albanesi.
Dopo aver trovato l'hotel più squallido di tutta la città vado a spasso per Shkodra.
Come tutti i viaggiatori che visitano l'Albania, la prima cosa che mi colpisce è la straordinaria quantità di Mercedes che circolano: di ogni tipo e dimensione, spiccano quelle nuove e fiammanti e sportive (non chiedetemi i modelli ché per me le macchine sono quelle cose con quattro ruote e un volante) che stonano rispetto alla presunta povertà del paese. Tirate voi le vostre conclusioni.

Albania, Albania, eccola finalmente. Sono contento di entrare nel paese: le varie manifestazioni di gentilezza vissute fin qui da parte degli albanesi incontrati in Kosovo e in Macedonia e qualche assicurazione lungo la strada (“L'italien en Albanie est roi”, mi disse il simpatico commerciante nel mercato di Ohrid) fanno sì che il mio stato d'animo sia come il cielo blu di questa giornata, decisamente sereno. Temevo di incontrare ostilità verso gli italiani in queste terre (dopo tutto non mi sembra che gli albanesi fossero stati trattati coi guanti in Italia, i rumeni degli anni Novanta: senza dire niente ho detto tutto sul bisogno di avere un nemico pubblico) e invece tutti si dimostrano da subito estremamente accoglienti.

La gente in paese mi sembra dapprima abbastanza reticente a farsi fotografare ma poi si presta volentieri alle mie richieste. Ogni scatto è una storia, raccontata in un italiano più o meno buono, di vita in Italia o di parenti o amici che ancora là vivono.
Shkodra mostra una prima immagine dell'Albania che è molto lontana dagli stereotipi che affollavano la mia mente. La città è pulita ed ordinata, i negozi e i bar affacciati sulla strada parlano di un benessere crescente e le fisionomie che si incontrano per strada (se non fosse per un vestiario un po' retrò) sono decisamente simili a quelle italiane: giustamente, “una faccia, una razza”, come dicono da queste parti (me lo dicevano, erroneamente, anche in Marocco ma io gli facevo gentilmente notare di avere ancora tutti i denti).
Sull'onda dell'entusiasmo provocato dalla bellezza delle kosovare mi pare che anche qui tutte le donne siano bellissime (potere del convincimento) e ci metto un bel po' a rendermi conto dell'illusione in cui ho voluto vivere: piccole, grassocce, culi bassi. Insomma, la bellezza è altrove.
L'unica cosa che mi riporta ad una realtà più arcaica è il balcone di un palazzo trasformato in piccionaia: non lamentatevi mai più dei vostri vicini.

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Dopo una serie di domande incrociate scopro che il villaggio che volevo visitare è ancora inaccessibile, la neve ne blocca ancora l'accesso, e allora, l'indomani, decido di dirigermi direttamente verso la colorita Tirana; mentre aspetto l'autobus scatto ancora qualche foto per ingannare il tempo.

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