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Anche Ankara

Ankara, Ankara, non andarci, è una città senz'anima, grande, il cemento ha sommerso il villaggio che era una volta, non vale la pena”. E difatti questi consigli percepiti qui e là durante il viaggio mi spingono fino alla capitale della Turchia e vi dirò, andate ad Ankara, è una città senz'anima, grande, il cemento ha sommerso tutto ma proprio tutto (e si costruisce incredibilmente ancora) ma ne vale la pena (se riuscite a sopravvivere al sistema degli autobus, unico modo di spostarsi, ancora meglio).
Mi faccio ospitare da due ragazze, Filiz e Ayda, attraverso couchsurfing e molto lentamente imparo a conoscere Ankara, con quella timidezza che m'ispirano sempre le grandi città: la gente che scorre frettolosa non ha troppo tempo per sorrisi e fotografie.

Il mio primo contatto con la capitale si fa attraverso il moderno quartiere di Kizilay, il vero centro nevralgico della città dove si trovano uffici e negozi. Passeggiando per i suoi larghi viali ho quasi la sensazione di ritrovarmi sugli Champs Elysées; quando offro il mio paragone con Parigi alle mie due ospiti non la smettono più di ridere ma, insomma, nelle donne eleganti e nei tacchi a spillo, negli uomini con la valigetta e nei negozi profumati io un po' di Francia ce l'ho vista.
Solo qualche striminzita foto però, alla ricerca di quel pittoresco quasi impossibile da trovare in una grande città.

Anche Ankara
I giorni successivi invece scopro, completamente per caso il quartiere di Ulus. Vi ricordate la mia massima turca? “Il bello della Turchia sono i villaggi all'interno delle città”? Ebbene, Ankara non fa difetto a questa regola e proprio in pieno centro si trova uno degli agglomerati più poveri e coloriti visti fin'ora. Salendo su una collina di fronte al forte di Ankara, si ritrovano case diroccate e colorate, bambini che giocano in mezzo alla strada e, davvero, la sensazione di trovarsi in un villaggio: non si possono fare due passi senza che qualcuno ti si pari davanti e richieda con gran sorrisi una (due, tre, dieci, cento) foto. Solo il rumore del traffico e la vista di enormi parcheggi sottostanti ricorda che la civiltà non è poi così lontana.
Mentre salgo un signore appoggiato contro una ringhiera mi fa chiari cenni spiegandomi che non posso continuare a salire; lo mando amichevolmente a quel paese e proseguo.
Dopo poco mi trovo in una piazza in cui tutti scappano al mio arrivo, si avvicina un bel baffuto turco che mi chiede (penso) di non fare assolutamente foto: mi guarda torvo e nella sua voce leggo il tono di un ricercato dalla polizia. Gli faccio capire che non sono venuto alla ricerca di nessun criminale e che non si deve preoccupare. Dopo vari tentativi di comunicazione, un buon numero di sorrisi ed una stretta di mano finale, decide di lasciarmi proseguire ma non senza aver prima chiesto a due bambini di scortarmi lungo il mio peregrinare. I bambini sono simpatici e non rompono le scatole, quando devo fare una foto si appiattiscono contro i muri e solo raramente si girano verso di me con grandi sorrisi come a dire “adesso però la foto la fai a noi”.
Saliamo lungo i fianchi della collina per arrivare ad una piattaforma piena di antenne. Non passano dodici secondi che mi trovo attorniato da almeno trenta bambini che mi corrono attorno e cercano di piazzarsi sempre più vicini all'obbiettivo. Si spingono per essere i soli nell'inquadratura, si strattonano, abbracciano il soggetto che finalmente era riuscito a conquistarsi un posto solitario, spuntano da dietro e fanno le corna, saltano di fronte alla macchina. Non mi sono mai circondato da così tanti bambini urlanti. Nonostante le mie preghiere gandhiane (ah già, non v'ho ancora parlato di Gandhi), ci sono dei bambini che incominciano a picchiarsi per il privilegio della foto, li separo malamente e con i miei due miniscagnozzi ci eclissiamo prima che la situazione peggiori ulteriormente.

Quando abbandono le mie guide devo insistere per offrirgli una barretta di cioccolato (sì, lo so, non si fa, però gli ricordo di lavarsi poi i denti). Mi salutano e mi fanno ancora quel sorriso che vuol dire “su, dai, un'ultima foto”. Eseguo. Click. Ciao.

Anche AnkaraAnche Ankara

Anche AnkaraAnche AnkaraAnche Ankara(Spedisco una mail a mia mamma e le dico "Ma questo bambino con la felpa nera non assomiglia a me da piccolo?
– no
– è mio figlio.
– portalo a casa.
Però no mamma, era tanto per dire, per testare le tue coronarie, ma no, non è mio figlio.
Però secondo me un po' m'assomiglia. M'assomigliava. M'assomiglierà.
Mi rendo conto che in italiano manca un tempo verbale per questo genere di circostanze.
)

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Anche il giorno seguente mi ricaccio nei meandri di Ulus.
Dopo aver accompagnato due amici di Filiz e Ayda (di cui non ho mai capito il nome, maledizione a me) dal loro spacciatore di tabacco di Diyarbakir (un loquace signore senza un dito che ci offre sigarette spesse come wurstel e ce le fa fumare nel suo stanzino di 0,7x2m trasformandolo in una camera a gas)(no, non è uno spacciatore, è solo un venditore di tabacco) salgo le pendici che portano al forte di Ankara. Le stesse scene del giorno precedente si ripetono e tra i mille volti che si parano di fronte a me c'è anche lo sguardo allucinato della sosia turca di una mia amica (ciao Shebba).

Anche AnkaraAnche Ankara

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(ciao Shebba)

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Ecco venite ad Ankara, ne vale la pena, se non altro per vedere la Turchia dei villaggi e degli Champs Elysées a due passi l'una dall'altra.

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7 responses to Anche Ankara
  1. usadifranciRDD says:

    dopo undici ore in ufficio torno a viaggiare…
    non tornare più!!
    😀

  2. andlosethenameofaction says:

    Guarda che se dici queste cose mia mamma non ti vuole più bene.

  3. anonimo says:

    Sì, anche Lui ha una mamma

  4. usadifranciRDD says:

    vuoi dire che prima mi voleva bene???
    😀

  5. andlosethenameofaction says:

    Una possibilità si da a tutti poi, hop, sgarri una volta ed è finita.

  6. usadifranciRDD says:

    nuuuuu…
    signora, mi perdoni! chiedo venia!!

    matteo. sii bravo, torna presto. tutto intero possibilmente!!
    (così va meglio?!?)

  7. anonimo says:

    ti perdono, sei già come una figlia…