Blog

Anni cinquanta a rotelle

Una sera, nel centro non turistico e molto vietnamita di Mui Ne, seduto su una sedia di plastica alta trenta centimetri (un lusso quasi, certi baracchini per strada sono forniti di sgabelli non più alti di un puffo, anzi meno di tre mele o poco più), divido un lauto pasto, dall'inspiegabile costo di circa cento lire, con Marina, una santa argentina che riesce a sopportarmi quando parlo spagnolo.

Poco lontano vediamo della gente pattinare in una specie di recinto. Come spesso succede nei paesi meno sviluppati, la gente si diverte con passatempi da fiera di paese ormai dimenticati dalle nostre parti. In una stretta gabbia, una decina di metri di lunghezza per cinque di larghezza, su consunte e nodose tavole di legno, sfrecciano in tondo almeno una trentina di ragazzini, che cercano di evitarsi andando all'indietro o con le punte dei piedi rivolte in direzioni opposte (sembra questa la mossa dei più fichi) a velocità quantomeno mortali: a volte si scontrano pesantemente suscitando l'ilarità dei più. Polsi rotti e costole fratturate. I pattini risalgono probabilmente alla seconda guerra mondiale e sembra che le ruote siano particolarmente scivolose su questa superficie lucidata dal sudore e dal sangue di tante persone. Le uniche due ragazze che pattinano nella gabbia sono stranamente alte e una è particolarmente bella. In quanto turisti che si avvicinano ad un'attività prettamente vietnamita attiriamo parecchia attenzione. Provate! Provate! Provate! Dopo la reticenza iniziale (ma no dài, io sono un campione, non vorrei stupirvi con troppa maestria, magari un'altra volta), Marina mi convince a provare e subito comincia a ridere. Il capo del baracchino, l'unico con dei rollerblade, che mi assicura essere molto costosi, mi prende sotto la sua ala protettrice e mi consiglia un paio di pattini a pianta larga (o allargata dalla palma che i vietnamiti si ritrovano al posto dei piedi) che molto probabilmente contengono i bacilli di ogni malattia infettiva presente in Vietnam e dintorni. Mi getto sulla pista pronto a stupire gli astanti con le mie acrobazie. Nei primi due metri sfioro la morte tre volte con volteggianti bambini che mi arrivano all'ascella: mi sento come Bambi che impara a camminare, i pattini ortopedici scivolano sulle assi sconnesse e pianto qualche bel volo tra il ludibrio generale. Visto che il vietnamita medio pesa un terzo di quello che peso io, ogni volta che mi scontro rovinosamente su un pattinatore troppo inaccorto per riuscire ad evitarmi ho la certezza di procurare tremende lesioni interne. Mi scuso profusamente ogni volta che pianto un gomito in un rene o sfondo uno sterno ma probabilmente le mie sfortunate vittime non vedranno la luce del giorno.
Dopo una ventina di grondanti minuti il risultato non è poi così disastroso: riesco a girare allo stesso ritmo dei bambini del posto e azzardo anche qualche giro andando all'indietro.
Mi sto divertendo ma sono in un bagno di sudore e divento ipocondriaco pensando che il calore dei miei piedi possa risvegliare il virus Ebola presente nella suola marcia dei miei pattini.
Il capo insiste per non farsi pagare e vuole che torni l'indomani, mi dà qualche consiglio per ridurre il mio potenziale genocida e mi saluta sfrecciando via ed uccidendo un bambino a sua volta.

Il ritorno in moto provvede ad asciugarmi e a rinfrescarmi.

Auguro la buona notte a Marina che parte domani, assieme a lei se ne va anche la pazienza di sentirmi parlare spagnolo.

click here to share

Leave a Reply