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Antakya, do you know couchsurfing?

In una bella giornata di sole abbandono Latakia e la Siria, con un po' di rimpianto a dire il vero.
Minibus che si getta sulle colline che separano la Siria dalla Turchia e paesaggio che cambia lentamente man mano che si sale, le palme, gli olivi e gli aranci lasciano il posto a pini marittimi e abeti.
Attraverso una frontiera deserta con le guardie siriane che si grattano la testa e che non riescono a capacitarsi di come il mio passaporto italiano possa essere stato emesso a Delhi.

– Delhi?
– Sì.
– Milano?
– No Delhi.

Dopo un po' arriva un funzionario più furbo degli altri che mi riconsegna il passaporto timbrato e con sguardo saputo mi comunica “New Delhi, capital of India”. Grazie.

Dopo due mesi passati in Medio Oriente mi ritrovo di nuovo in Turchia, con la mente rivolta verso l'Europa: il viaggio verso casa adesso assume contorni più definiti, la mia Itaca non è poi adesso così lontana. A meno di perdersi per strada.

Fa freddo in Turchia e non passa nemmeno una macchina che possa portarmi fino ad Antakya, la mia prossima tappa. Aspetto per almeno un'ora e alla fine un furgoncino mi deposita al primo villaggio e da lì, via, verso la città che mi aspetta.

In verità, devo confessare, che nei giorni del dopo Mar Musa faccio fatica a viaggiare: mi trascino da un posto ad un altro senza troppa convinzione, mi tocca un certo qual sforzo costringermi al movimento e non fermarmi a lungo in un punto a caso sulla mappa.
Per fortuna, manifestazioni fortuite mi tengono a galla e ricaricano ogni volta la mia voglia di proseguire: appena arrivato ad Antakya, completamente disorientato, alla ricerca del centro dove cercare un hotel, si ferma un motorino e il suo autista comincia a parlarmi (incredibilmente) in inglese.

– Dove vai?
– In centro.
– Sali! Ti porto io!
– OK.
– Dove vai?
– Boh. Devo cercare un posto, non so.
– Vieni a stare a casa mia allora.
– Ehm… ma… non so…
– Lo conosci couchsurfing?
– Sì, ma come faccio adesso a vederlo il tuo profilo?

Si mette a ridere e mi porta a casa sua, un modesto appartamento nel seminterrato di un condominio circondato da tanti cloni dello stesso.
Mi fa entrare e mi presenta uno spettro di donna vestita in pile rosa, la moglie.
Tra le sue gambe rachitiche spunta un sorridente e gioioso bambino di tre anni che quando mi vede mi prende la mano, la bacia e se la pone sulla fronte.
Sono stupito e un po' imbarazzato.

Antakya, do you know couchsurfing?
– Vieni ti faccio vedere anche l'altra bambina, mia moglie ha appena partorito.

Mi fa vedere una cosina minuscola che apre la bocca e non produce alcun suono.

– Sei sicuro che non disturbo?
– Ma no, figurati mia moglie è uscita dall'ospedale tre giorni fa!

Cerco di fargli capire che forse non è il caso che stia da loro ma insiste e finisco per accettare. Mi dice di accomodarmi perché sua moglie sta preparando il pranzo.

Mehmet si sdraia sul divano, cambia il programma che stava guardando la moglie e si spegne di fronte ad un programma clacistico. L'unica frase che pronuncia prima di appiattire il proprio encefalogramma di fronte allo schermo piatto è “I love football too much”. Muore di fronte alle immagini di uomini che corrono in pantaloncini e vecchi in giacca e cravatta che evidentemente analizzano le partite della domenica, solo il bagliore della televisione lo tiene in vita.
Nel frattempo, sempre più a disagio, gioco un po' col bambino che prende a calci un pallone e poi ogni tanto si distrae dalla sfera rotolante per ribaciarmi la mano e portarsela alla fronte, il tutto senza mai smettere di ridere.
La moglie, Zeynep, uno scricciolo aggobbito dalla vita, entra in soggiorno con un vassoio che a malapena passa dalla porta, lo poggia al suolo e tutti assieme mangiamo, ovviamente senza dire una parola perché l'attenzione di Mehmet è tutta rivolta alla televisione, mentre la moglie, con lo sguardo rassegnato non ha neanche la voglia di sgridare il bambino quando questi decide di cominciare a tirare cibo e posate per tutta la stanza, sempre ridendo però.

Il pranzo finisce, e mi separo da questo allegro quadretto famigliare, una specie di inferno in terra per il sottoscritto, ed esco di casa.
Respiro a pieno e mai aria fredda è stata così benvenuta.

Mi dirigo verso il massiccio che ho notato all'ingresso della città, dove si trovano le grotte in cui i protocristiani e in paricolare San Paolo si ritrovavano a pregare. Cammino, attraverso povertà, scalo, osservo il fumo che sale dai comignoli e si staglia contro il sole morente.

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Do un'occhiata ad un paio di grotte, vedo che sono tutte connesse da tunnel non più alti di un metro e visto che non ho voglia di avanzare accucciato verso l'ignoto decido di scendere e di andare ad esplorare le case colorate che ho notato al mio ingresso in città.

Il bello della Turchia è che, anche nelle città più grandi, basta allontanarsi poco dagli ordinati centri cittadini, imboccare una strada laterale, e ci si ritrova in villaggi dove l'esistenza scorre lenta, dove le vecchie si appoggiano ai loro bastoni per vedere la vita passare e i bambini giocano a pallone in mezzo alle strade, indisturbati dal traffico.
Con gli utlimi raggi di sole faccio qualche scatto a gente che mi accoglie con enormi sorrisi, che richiede una foto al mio passaggio e poi scappa contenta non appena sente il fatidico click.

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Quando ormai è buio mi dirigo verso “casa”. Lungo il tragitto, tremante dal freddo, decido di investire in un maglione di lana e un paio di guanti: davvero non pensavo di incontrarlo l'inverno durante questo viaggio ma, con la complicità dell'India e del Pakistan, eccolo qui.

Mehmet non c'è.
Zeynep è attaccata al telerespiratore.
Il bimbo vuole giocare e baciarmi. Ride.
Mi connetto ad internet e per curiosità cerco il profilo del mio ospite su CS. Ecco, ad averlo letto prima forse qui non ci sarei venuto. Cosa più incredibile che rara, gli unici due commenti lasciati, sono negativi e il cui contenuto si può riassumere più o meno in “Mehmet c'ha raccattato per strada e poi continuava a chiederci soldi”.
Mh.
Con me è stato gentile per il momento.
Vedremo.
Però cavoli, la diffidenza si fa largo in me.

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2 responses to Antakya, do you know couchsurfing?
  1. anonimo says:

    matte… inverno eh? freddo eh?

    quasi quasi ti consiglio un bel 3 stelle per istanbul, ho sentito che hanno camere ben isolate e coperte CALDISSIME

    cam… errr "GUEST"

  2. andlosethenameofaction says:

    Mi piacerebbe Camillo ma ricordati che ho già prenotato da Aziz! Occasioni così non si ripresentano più. 
    Tu intanto insisti con le purghe 🙂