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Arianna

Arianna! Croce e delizia del mio viaggio indiano! Una moto dalla volontà propria, una Royal Enfield del 2001, una Bullet, che mi ha accompagnato in tutti gli spostamenti.
Ovviamente non l'ho menzionata prima perché, visti i miei fallimentari passati motoristici, mia mamma si sarebbe preoccupata decisamente troppo. Mamma non ti preoccupare, sto bene, sono vivo e adesso sono un esperto centauro: guidare in India è come fare un corso intensivo di guida sicuro nel traffico di Napoli (da ubriachi, con l'Italia che vince il mondiale, Maradona che diventa sindaco e il Vesuvio che erutta, bendati), però ecco, per la tua pace coronarica forse è meglio che tu smetta di leggere ora. Sto bene, davvero.

Arianna
Ho comprato (adottato) Arianna in quel di Varanasi, al mio ingresso in India, dal Signor Sunukapur.
L'idea della moto non poteva nascere da me, che con le due ruote non ho mai avuto molta dimestichezza (è un eufemismo), ma da uno scambio di mail con un mio amico (ciao Maccse) che tanto avrebbe voluto raggiungermi in India, brum brum. Forse anche dall'idea di viaggio di un altro mio amico (ciao Marco) che voleva solcare il Nepal su due ruote con un amico di quelle parti. Da qui il tarlo del viaggio in moto sulle strade dell'India. Sarebbe rimasto a livello di idea se non fosse per l'entusiasmo dimostrato da Chinnamasta: “sì moto moto moto!”. E moto fu. Vae victis, anche se non c'entra niente. La moto per viaggiare in India deve essere una Bullet della Royal Enfield, un capolavoro di ingegneria Anni Quaranta capace di resistere alle pietose condizioni delle strade del subcontinente.
Maccse, il miglior soprannominatore che abbia mai conosciuto, dall'altra parte del mondo le trova un nome perfetto che richiama tutta la sua indianità: Arianna.
Mannaggia a chi me l'ha fatto fare, mannaggia a me.
O magari no.

Insomma, la storia di Arianna è la storia di una moto che si rompe ogni due giorni, che ogni tanto decide di fermarsi nei posti meno appropriati e che mi fa conoscere un vasto settore della popolazione indiana che forse avrei preferito evitare: quello dei meccanici. Ne ho visti un'infinità, troppi, tutti uno più bravo dell'altro (a detta loro), tutti una manica di deficienti patentati che riparano una cosa e ne scassano tre, tutti che mi congedano con un movimento della testolina e un “no problem” che ancora, a ripensarci, mi procura un brivido lungo la schiena.
Forse è colpa mia, anzi, di sicuro, perché nessuno, tra le ventimila assicurazioni che si sono sentiti in dovere di darmi (fai questo, evita questo, metti la mano qui, il piede qua, questo è il manubrio, queste le ruote, per accelerare gira quella manopola, no a destra) s'è ricordato di dirmi che con una Bullet non si possono superare gli ottanta chilometri all'ora! All'inizio ero felicissimo, il re della strada, velocità ineguagliabili, nessuno mi superava e con agilità evitavo il traffico più mortifero e volavo sopra una serie infinita di buche monsoniche più profonde della Fossa delle Marianne.
Difatti, il motore ha messo poco a gripparsi: a sessanta chilometri da Delhi (29 agosto) il primo incontro coi meccanici indiani, un gruppo di ridanciani cazzoni che, con notevole spesa, mi ripara il motore. Gli lasciamo la moto e arriviamo impolverati e stanchi a Delhi, in autobus. Quando torno a riprendere la moto, da solo, due giorni dopo, la trovo riparata ma con una sella diversa.

– Che avete fatto alla mia sella?
– Questa è la tua sella.
– Razza di pirla, perché c'è una sella diversa?
– Ma questa è meglio! [una roba informe piena di tagli che perde imbottitura da ogni lato]
– Vai subito a rimontare la mia di sella.
– OK, OK, no problem

Riparte con la mia moto verso l'ignoto. E per le tre ore successive continuano a ripetermi che tra cinque minuti mi ridaranno la moto. Per fortuna mi sono portato da leggere e così almeno evito le conversazioni stupide coi vari scemi del villaggio, che vengono dal meccanico per assistere alla disperazione dello straniero. Un tizio ad un certo punto mi fa salire sulla sua moto, per portarmi a recuperare la mia penso io, ma no, mi fa vedere i suoi campi, i suoi cani, le sue capre, i suoi amici ubriaconi. Mi offre anche una Sprite. Portami indietro please. Quando finalmente la moto torna, tra mille scuse e pacche sulle spalle, le luci non funzionano più. Rismontiamo? No guarda, ci penso arrivato a Delhi. Durante la fase finale del pagamento devo farmi largo tra almeno quaranta persone che mi circondano, materializzatisi chissà da dove. Quando arrivo a Delhi è già buio e farsi strada nel traffico e nei lavori in corso dei Commonwealth Games non mi mette proprio di buon umore. Se non altro quando arrivo a casa, infangato e col canino avvelenato pronto ad azzannare, Chinnamasta ha la delicatezza di non chiedermi niente.

A Delhi (2 settembre) faccio vedere Arianna al meccanico di fiducia di Luca (Tacco e Punta), un amico di Marco, bullettaro di quelli seri che va al lavoro in moto ogni giorno. Jitender guarda il mezzo, sente il suono del motore e sentenzia “only minor adjustments”. Sì, vabbuo'. Mi ripara le luci e già che c'è mi cambia anche la frizione che mi faceva spegnere la moto ad ogni incrocio. Sicuro del mio mezzo mi avvio verso il nord dell'India.

Quando lasciamo Rishikesh (10 settembre) la nostra destinazione prescelta è Dharamsala, nonostante il Dalai Lama non sia presente in questo periodo. Arianna decide diversamente e appena passata Deradhun, dopo un piccolo dosso, la moto borbotta e si spegne. Impossibile riaccenderla. La spingiamo (160 kg di leggerezza) dal più vicino meccanico, che dopo aver fatto diversi tentativi a vuoto confessa che di Bullet non ci capisce niente e manda a chiamare l'Esperto. L'Esperto arriva, con gli occhiali da sole e con l'espressione seria. Smanetta per un po' ma poi mi fa capire (inglese = 0) che bisogna portare la moto fino alla sua officina. Alla maniera indiana (moto dietro in prima e gamba tesa contro la targa) mi spinge fino alla destinazione. Chinnamasta a questo punto non è propriamente contenta e il fatto di essere stata portata dall'Esperto in moto, tra due indiani, che ne hanno approfittato per smanacciarla abbondantemente non contribuisce al suo buonumore. L'Esperto sentenzia: è l'alternatore, te lo riparo ma alla cazzo (viva l'onestà), appena puoi devi farlo cambiare. Cioè? Appena puoi. Vai piano.
Appena posso vuol dire che a Dharamsala non ci andremo, ci dirigiamo piuttosto a Chandigar dove il concessionario della Enfield mi assicura che no, è tutto a posto, no problem, se l'alternatore è stato riparato non ci saranno più intoppi. Ceeeeerto. Secondo me non hanno neanche controllato. Se non altro il capo punjabo del concessionario mi spiega come accendere la moto senza sudare sette camicie, c'è una Tecnica Speciale per farlo.

Riusciamo stranamente ad arrivare fino ad Amritsar e quando ripartiamo (13 settembre) ci spariamo in una sola giornata i 465 km che ci separano da Delhi (dovete sapere che in India le distanze non si calcolano in chilometri ma in ore: per fare trecento chilometri di strada in buone condizioni ci vogliono almeno otto ore, senza pause, quando poi ci si mettono buche e salite e traffico il tempo necessario aumenta in maniera notevole… chiedete per esempio a Chinnamasta quanto le è piaciuta la strada da Orchha a Gwalior ma solo se siete in grado di assistere i
mpassibili ad una crisi epilettica e di vederla schiumare sangue dalla bocca). Almeno trecento li passiamo sotto il monsone, con la vista di camion e trattori in orride impennate ai bordi della strada o sul muretto che separa i due sensi di marcia. Ad una sessantina di chilometri da Delhi la prima fatica ad entrare. A quaranta mi ha abbandonato del tutto e mi tocca partire sempre in seconda. Quando vediamo il cartello “Delhi” (ehhhh ce l'abbiamo fatta!), ad una ventina di chilometri dalla nostra destinazione, anche la seconda va nel paradiso delle marce. Nei pressi della circonvallazione (una specie di immenso Raccordo Anulare), a πr di distanza dalla nostra destinazione finale anche la terza scompare, proprio nel bel mezzo di una pozzanghera con l'acqua che mi arriva alla caviglia; non che faccia tanta differenza visto che comunque sono inzuppato fradicio. E d'ottimo umore come potete immaginare. Impossibilie affrontare il traffico e i cavalcavia con solo la quarta. Dopo aver analizzato diverse possibilità, tra cui non ultima quella di dare fuoco alla moto, mettiamo la Senzamarce su un furgoncino di passaggio e la portiamo da Jitender. Mentre sono sballottolato nel cassone, penso a quanto mi sarebbe costato lo scherzo in Italia: qui per fare venti chilometri di traffico infernale m'han chiesto dieci euro. Socio Aci?
Jitender m'aspetta scuotendo la testa. Torna dopodomani che domani sono chiuso. È la corona ad essere completamente consumata: nuova corona, pinione e catena. Altri soldi.

Verso Bikaner (17 settembre) buchiamo una gomma ma riesco miracolosamente a mantere la moto in carreggiata. C'è un gommista a pochi metri di distanza, fortuna nella sfortuna. Col senno di poi penso di aver forato a causa di uno zelante benzinaio che ha gonfiato troppo la gomma posteriore.

A Bikaner faccio vedere la moto per una piccola perdita d'olio e per verificare il lavoro fatto alla carlona (è il solito eufemismo) dal gommista che m'ha congedato col solito no problem. Cambiano dei pezzi a caso e la perdita d'olio è sempre lì. Ottimo direi.
Il giorno dopo (20 settembre), a dieci chilometri da Bikaner, la moto sbofonchia e muore. Di nuovo. Felicità di Chinnamasta. Questa volta riesco a riaccendere la moto e a passo di lumaca (le lumache non camminano, strisciano, ma ci siamo capiti) ritrovo il meccanico nel souk di Bikaner. Ah, ma certo, questa volta è il filtro dell'aria che dev'essere cambiato. Ripartiamo verso Jodhpur, dove miracolosamente arriviamo senza altri intoppi.

È lasciando Jodhpur che le cose si complicano. Nei pressi di Bar (22 settembre) la moto si rispegne e non c'è verso di farla ripartire. Un trattore rosso mi traina da un primo meccanico che come al solito di Bullet non ne sa niente e mi indirizza poi verso l'Esperto del luogo, un uomo in canottiera, particolarmente effemminato, con una scriminatura perfetta bloccata da tonnellate di gel (o grasso, o olio, boh). Dopo aver smontato mezza moto (scena già vista) giunge ad una conclusione che poco mi piace: t'ho messo un altro alternatore ma morirà presto anche lui, quando hanno rifatto il motore (i geni sulla strada di Delhi) devono aver fatto qualcosa di sbagliato perché l'albero motore è fuori asse e il magnete dell'alternatore continua a sfregare contro la bobina bruciandola ogni volta. Vai piano e falla vedere.

A Pushkar, l'altamente raccomandato Ashok, rismonta completamente la moto (aridaiiiie) e mi fa capire che il motore è da rifare. Se passate in India vi pago per bruciare l'officina in cui m'hanno riparato il motore la prima volta. Quando finalmente Ashok termina la sua opera (26 settembre) lasciamo Pushkar alla folle velocità di sessanta chilometri all'ora per effettuare il rodaggio, du' palle. Sembra stranamente tutto a posto. Sembra…

Difatti pochi giorni dopo (29 settembre) da sotto il mio sedere proviene uno strano ticchettio e decido di fermarmi a Varoda per un controllo e mi dirigo dal miglior meccanico di tutta Varoda, ma che dico, dell'India, ma che dico del mondo intero. Ashok mi aveve avvertito che l'alternatore sarebbe stato da cambiare, ma lui non aveva trovato il pezzo, forse dev'essere arrivato il momento. Il Miglior Meccanico del Mondo, dopo aver preso abbondantemente per il culo il lavoro del povero Ashok, passa le cinque ore successive a smontare e rimontare i soliti pezzi, cambia il magnete e la bobina dell'alternatore ma le luci non si accendono. Eh, mica va bene. Dopo interminabili prove rimonta la vecchia bobina. Tutto si rimette a funzionare come deve. Eh scusa, stavo cercando di montarti un pezzo tarocco, adesso sì che funziona tutto! Pirla. Si scopre poi che il Miglior Meccanico del Mondo non è tanto ferrato sulla parte elettrica e mi aggiusta il clacson che ha smesso di funzionare (ed essere in India senza clacson è come correre bendati in un canneto) tirandogli dei colpi ben assestati con una chiave inglese numero venti. Un genio.

Ma quella è stata l'ultima volta che ho visto un meccanico e da quando io e Arianna siamo in giro da soli tutto va a gonfie vele: a volte penso proprio che tutti i malanni di Arianna siano stati crisi di gelosia nei confronti di Chinnamasta, nient'altro.

Insomma, per demenza mia o per mancanza di informazioni una moto che, tanto per cominciare, ho pagato troppo (vi risparmio i giramenti di palle continuamente provocati dalle facce sorprese di quanti mi chiedevano quanto avessi pagato la moto, sapendo che questa domanda te la fanno assolutamente tutti quelli che incontri) s'è trasformata in un Generatore di Destinazioni Casuali (come si chiamava nella Guida Galattica per Autostoppisti?): tu vorresti andare da qualche parte ma ella ti porta altrove, dove ha deciso lei.

Nonostante le mie ripetute visite nelle più lerce officine dell'India tutta abbiano messo a dura prova una della mie massime di vita (“Anche le brutte esperienze sono belle esperienze”) muoversi (e fermarsi) in India con una Bullet ha reso l'esperienza indiana certamente diversa, un viaggio nel viaggio, permettendoci di abbandonare facilmente i sentieri più battuti e di godere di ogni chilometro del paesaggio che cambia, assaporando tutte le sfumature e i mutamenti di fisionomia e di abbigliamento passando da una regione all'altra, osservando tutte quelle cose che chi spesso viaggia di notte in lunghe trasferte si perde, svegliandosi in un universo sempre nuovo. Di sicuro Chinnamasta, nonostante viaggiasse molto più scomoda di me, compressa dai bagagli, ha potuto osservare con più pace il panorama, mentre io ero a volte troppo occupato a sopravvivere, evitando buche o camion o autbus in sorpasso: durante le pause mi raccontava tutto quello che m'ero perso, raramente ero io ad avvistare qualcosa per primo. O forse è solo la sensibilità di una donna che permette di vedere cose che noi uomini trascureremmo comunque.

Arianna con le sue bizze ci ha insegnato tante cose. Ci ha insegnato a distinguere i gesti vaghi degli indiani a cui chiedi la strada, quel movimento del braccio così snodato che a volte è difficile capire ad un bivio se ti han detto di girare a destra o a sinistra. Abbiamo anche presto capito che però era meglio chiedere conferma a due o tre persone prima di proseguire e fare una media pesata delle risposte prima di scegliere quale strada prendere. Abbiamo scoperto che la fisiognomica è una scienza esatta e coloro i quali sembrano particolarmente stupidi effettivamente lo sono. Abbiamo imparato che solo chi è abbastanza ricco da permettersi continue riparazioni (e i trenta chilometri con un litro…) guida una Bullet e che il loro numero aumenta nei pressi di
un buon meccanico e nelle zone più abbienti dell'India. Che il rumore del motore di una Bullet dev'essere “pot pot pot” e non “brum brum”, altrimenti si rompe.

Arrivare con Arianna in una nuova città era sempre occasione di grande curiosità tra la popolazione locale, i nostri ingressi in grande stile (il tamarro che è in me si sentiva in dovere di sgasare un po' più del dovuto in queste occasioni) hanno sempre fatto materializzare folle di curiosi attorno a noi, felici di vedere i due bianchi stranieri fare onore alle strade dell'India.

Arianna, zoccolaccia, mi mancherai tutto sommato.
O forse no.

[sottofondo musicale, Sì, viaggiare (ciao Maria)]

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6 responses to Arianna
  1. anonimo says:

    scusa mi sono dimenticato di dirti del POT POT POT! ops… 😉

    Arianna comunque rimarrà nel mio immaginario come" la perfetta"

    I sogni son belli per questo no? Basta non realizzarli che non ti deludono mai.
    m1

  2. andlosethenameofaction says:

    Se sapevi del pot pot pot e non m'hai detto niente quando torno ti chiedo i danni!

  3. anonimo says:

    E' TUTTA COLPA MIA!!!!!!!!!

    Sono Camillo, ti ricordi le nostre scampagnate alcooliche in quel di Montreal??

    Ora sono in grecia e sono il fiero possessore di una R ENFIELD 2010 che e' un po un'altra bestia ma il POT POT POT e' un MUST assoluto, come la velocita' massima, che ora e' ben 80 km…..

    Macse non mi ha detto che era una RE l'arianna, senno' t'avrei avvisato subito!!

    pensa che in ben 400 km la mia non s'e' ancora rotta 1 volta, a parte lo specchietto che si e' svitato da solo….

    Fammi un favore PLEASE!!!

    FAI PIU FOTO DELLA MITICA ARIANNA!!!!!!!!!!!!

  4. anonimo says:

    Matteo: quante volte ti ho detto che NON VOLEVO VEDERE L'ELENCO DELLE ARIANNOSVENTURE? Ma lo sai, quanto male fa?!?
    Tutti voialtri: potete almeno avere la delicatezza di non dire cose tipo "la mia non si è mai rotta" o "ah, sì avrei dovuto dirtelo"?
    Abbiate un pò di pietà per chi non si riprenderà mai dai segni indelebili lasciati da quella meravigliosa, ingestibile, prepotente zoccola…
    Chinnamasta x
     

  5. andlosethenameofaction says:

    Mitico Camillo, ma io quattrocento chilometri li facevo in un giorno e mezzo… aspetta, aspetta.
    Che ci fai in Grecia?! Basta Quèbec?
    Scrivimi una mail che mi fai un riassunto di vita dall'ultima Montrealata (quanti anni fa?!)
    Chinna: perdonali.

  6. anonimo says:

    Son contenta che il sottofondo musicale sia stato tutto sommato molto positivo…POT…POT…POT!!!…come l'esperienza,  l'India rimarra' stampata a fuoco nei vostri cuori a anche sul vostro sedere (hahaha)…sono i viaggi piu difficili che diventano parte indimenticabile del nostro essere.
    beso,
    M.