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Arrivo a Saigon

Esco dall'aeroporto di Saigon e mi imbatto in un muro di calore e di persone: un numero quasi infinito di cartelli sventola nell'aria umida e soffocante della mia prima notte vietnamita, una marea di persone aspetta viaggiatori venuti da lontano e, come sempre capita in questi frangenti, ho sempre voglia di fingermi qualcuno che non sono.

Mi apro un varco tra la folla, contratto in ottimo vietnamita (che ho imparato durante la lunga coda per ottenere il visto) il costo della corsa e mi getto su un taxi in direzione del centro, il ghetto dei saccopelisti mi attende.

Il letto mi attrae ma preferisco andare a fare un giro notturno nel quartiere. Dopo un po' di girovagare a vuoto mi siedo in un bar e bevo una birra semicalda dalla dubbia origine in compagnia di scarafaggi, topi e francesi che massacrano l'inglese come solo loro sanno fare, affiancati da due, presumibilmente, prostitute.

Di fianco a loro tre americani parlano delle loro esperienze di viaggio, un ragazza sbuccia delle noccioline e getta i gusci a terra. Un topo sgattaiola (insomma, stopola) fuori dal suo nascondiglio e velocissimamente si avventa sui resti tirati sul marciapiede in cerca di un qualche nutrimento. Avanti e indietro, avanti e indietro. Penso sia sempre lo stesso topo perché la tecnica non cambia, ma non ne sono sicuro.

Torno verso l'hotel. Incrocio lo sguardo di una prostituta vestita di verde bandiera all'angolo della strada: è un po' troppo vecchia per i miei gusti, ma anche un po' troppo prostituta.

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