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Bastano due ore per innamorarsi?

 Appena oltrepassata la linea rossa del confine ci si trova davvero in un altro universo: l'ordine e la marzialità della frontiera cinese lasciano il posto al caos di quella nepalese. Coloratissimi camion incollati l'uno all'altro creano stretti passaggi per il va e vieni di gente stracarica di mercanzia, guide e tassisti avvicinano i turisti per offrire i loro servizi e i militari in tuta mimetica girgio-blu guardano pigramente passare la folla. L'ufficio di controllo dei passaporti, che non blocca minimamente questa fiumana di gente, in un edificio dimesso sulla sinistra di chi entra, pare quasi dire, discretamente, “guarda, passa di qui, ma se proprio ne hai voglia, se il passaporto non ce l'hai o non vuoi venire a trovarmi non fa niente, va pure dritto per la tua strada”. Facile mancarlo, facile ritrovarsi in pieno Nepal senza il famigerato timbro, però sarebbe stato un peccato non incontrare il baffuto addetto ai controlli che sorride e cerca di insegnarmi un po' di nepalese (pene perdute) mentre i miei due compagni di viaggio, Tim e Wendy, sono occupati a fare il visto (“non avete la foto? vabbe', basta che paghiate la multa di cinque dollari e il visto ve lo facciamo lo stesso, quanto? tre mesi? sei? ah, vi fermato solo tre giorni? noooo che peccato…”): quando finiscono tutte le formalità mi stringe la mano e con un movimento della testa che sa già di India mi augura il benvenuto nel suo paese, “welcome to Nepal, sir!”

Io prenderei volentieri uno di quegli autobus sudati e stracolmi per andare a Katmandù ma i miei due compagni di viaggio si offrono di pagare il tragitto in 4×4 e accetto volentieri di fare quest'ultima tappa con loro. L'autostrada dell'amicizia, la friendship highway, che collega Lhasa a Katmandù diventa, dal lato nepalese, poco più che una mulattiera, piena di lavori in corso, buche ed ostacoli ergo ruota bucata (la quarta del viaggio…), cambiata a tempo di record in una curva cieca dove gli autobus sfrecciano e sfiorano il nostro autista appena maggiorenne (forse) che non pare minimamente turbato.

Il centinaio di chilometri che portano a Katmandù (sì, sì, con l'accento, come Canadà) in realtà dovrebbero essere percorsi a piedi perché gli stimoli visivi sono talmente tanti, ma talmente tanti, troppi, che si rischia il sovraccarico sensoriale a cercare di assimilarli tutti mentre ti sfilano veloci sotto agli occhi: donne in sari coloratissimi che portano carichi enormi appoggiati sulla schiena e sostenuti dalla fronte (non c'è un metodo più comodo?) grazie a delle grosse fasce, camion enormi e stracarichi che passano a cinque centimetri dai viandanti e si allontanano lasciando come ricordo i loro motti dipinti sul retro (see you, please horn, safe distance), autobus stracarichi di gente con qualche persona a gambe incrociate sul tetto che ti saluta amichevolmente, verdi vallate e campi di riso mondati da punti gialli, rossi, blu chini sul terreno, villaggi minuscoli dove la gente guarda la vita passare seduta sui gradini delle proprie case e ti saluta felice quando gli sorridi, donne e bambini che, incuranti d'ogni pudore, si lavano nudi ai bordi delle strade, agenti in divisa ai posti di blocco dalla pelle abbronzata e dagli occhi d'un azzurro intenso. Davvero, vorrei scendere, vorrei essere tra di loro, vorrei che fossero i passi a segnare il mio ingresso a Katmandù (Antoine ha ragione, camminando si vivono le esperienze diversamente), assaporare tutto ciò len…ta…men…te… ma comunque tutte queste visioni penetrano dentro di me e dopo sole due ore di viaggio (ce ne vogliono quattro per coprire la distanza) sono già pieno d'amore per questo assaggio d'India ripulito (scusami Nepal per il paragone con l'India, la mia è solo ignoranza) e fremo nell'attesa di potermi immergere anima e corpo in esso: bello essere innamorati, chi l'avrebbe mai detto?

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L'arrivo in città è uno dei più polverosi della storia dell'umanità, la strada è un unico cantiere senza soluzione di continuità e grosse nuvole di pulviscolo si alzano fino al cielo, entrano nell'abitacolo (mica dura, tutti i finestrini sono abbassati) e ti coprono di una sottile patina giallastra da capo a piedi. La polvere diminuisce sensibilmente più ci si avvicina al centro ma aumenta in maniera esponenziale lo smog di centinaia di migliaia di milioni di motorini, tuktuk, autobus, macchine, camion, furgoncini, biciclette (qui anche le biciclette inquinano) e risciò con trombetta tutti regolarmente stracarichi di oggetti e persone. Nel traffico intenso vige la legge del più forte (o del più grosso): andare dritti a tutti i costi, bloccare la strada a tutti, saranno gli altri a doversi spostare, usare il clacson al posto dei freni.

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Centimetro dopo centimetro guadagniamo il centro di Katmandù. Mi separo da Tim e Wendy, due ottimi compagni di viaggio nonostante i loro sessant'anni (australiani, pensionati, che fanno? ma sì, vanno ad insegnare in Cina, perché non è mai troppo tardi, respect). Mi perdo tra le stradine di Thamel alla ricerca di una guest house, tra gli spacciatori meno molesti sulla faccia della terra che sussurrano appena percettibili hashsmokemarijuana e che scompaiono senza insistere, tra turisti presi benissimo vestiti da idioti appena usciti da una brutta versione delle Mille e una notte ed un viavai di moto e biciclette che ti mancano in maniera abbastanza scientifica. Un ragazzo dagli occhi arrossati e che sa qualche parole di italiano mi propone di accompagnarmi in un hotel poco distante e visto che uno vale l'altro accetto, un po' diffidente e un po' volentieri. Il suo sponsor, mi dice, è una signora italiana, di Roma. L'hotel va bene, il ragazzo che mi aspetta nella reception mi sorride quando mi vede scendere ed è contento di sapere che il posto sia di mio gradimento. Mi offro di pagargli una birra per ringraziarlo ma si fa schermo con le dita a ventaglio, mi stringe la mano e se ne va molleggiato senza guardarsi indietro: no, dopotutto questa non è India.

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One response to Bastano due ore per innamorarsi?
  1. NoRupies says:

    colazione alla pumpernickel di thamel, se esiste ancora, è irrinunciabile; non sono male neppure i panini della bakery all'angolo poco più avanti. 😉