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Bitola e il ritorno delle foto

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Bitola è una piccola cittadina dall'interessante architettura, tra vecchie case diroccate e edifici abbandonati sorgono ville ben tenute e un miscuglio di chiese greco-ortodosse e moschee.
Comincio da subito a fare delle foto che mi ridanno il gusto del viaggio. La Macedonia con la sua arretratezza, con la sua povertà, i bambini albanesi che chiedono l'elemosina sono un'ottimo antidoto dopo la modernità della Grecia: ritrovo facilmente gente disposta a sorridere al mio obbiettivo.

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Vado a visitare la chiesa ortodossa dove si sta svolgendo la messa. Di fronte al cancello d'ingresso una donna con un foulard sul capo chiede l'elemosina ed una banda di tre uomini (tamburelli e flauto) insiste per farsi fotografare e mi suggeriscono che un ottimo compenso per il loro lavoro di modelli sarebbe una bella birra. Sono le dieci di mattina. Gli spiego che non dovrebbero cominciare a bere così presto ma le loro facce rubizze non sembrano molto convinte.
Li abbandono ed entro nella chiesa, scendendo qualche gradino: durante il periodo ottomano vigeva il divieto di costruire chiese più grandi di quelle già esistenti e così per ampliare la chiesa il clero locale fece scavare in profondità piuttosto che innalzare il tetto.
Si sta celebrando la messa. Solo ai lati della chiesa, di pianta quasi quadrata ci sono dei sedili che ricordano quelli del coro delle chiese nostrane, il resto dell'assemblea è in piedi, assiepata di fronte all'altare. Un prete dai lunghi capelli e dalla barba bianca predica ai fedeli con ampi gesti delle braccia.
Alla fine dell'omelia, altri preti più giovani intonano dei canti liturgici ed ha inizio la comunione: i fedeli, in maniera poco ordinata, si accalcano attorno al sacerdote e ricevono l'eucarestia da un grosso calice, attraverso un lungo cucchiaio. Mi sono perso qualche passaggio e non so se nel vino è stato spezzato del pane ma immagino di sì. Il prete immerge il cucchiaio nel calice, lo infila in bocca ai fedeli, lo estrae, lo strofina velocemente su un panno e, op, lo mette in bocca alla persona successiva. Viva gli anticorpi che così si fortificano. Dopotutto lo schifo è solo una questione di conoscenza.
Tutta la chiesa è tappezzata di cartelli che vietano le foto ma visto che attorno a me scintillano flash da ogni direzione e per adattarmi ai costumi locali (“A Roma fai come in romani”
ergo in Macedonia faccio come i macedoni) faccio anch'io un paio di foto. Ma senza flash. Anche perché il flash non ce l'ho, ma questa è un'altra storia.

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Quando esco dalla chiesa mi allontano dal centro cittadio e mi perdo tra i campi coltivati nei dintorni della città. Faccio un numero imprecisato di foto, come non capitava forse dai tempi di Diyarbakir. È un viaggio tra le facce dei vecchi seduti di fronte a grossi palazzi di cemento impegnati a giocare a carte, dei contadini intenti ad arare i campi e dei pensionati che bevono rakija (la versione locale, senz'anice).

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Quando torno in città attraverso lo struscio domenicale dei macedoni: gli uomini sono prevalentemente in tuta e le donne (non proprio delle bellezze colossali, ma non dispero) portano pantaloni attillati ed alti stivali in cui faticano a camminare. La massa si muove tra file di bar che servono, attenzione attenzione, un ottimo caffè: “espresso or macchiato?”
In tutta la cittadina mi stupisce la quantità industriale dei manifesti mortuari affissi ovunque, dei fogli formato A4 stampati in bianco e nero con la foto del caro estinto.Tra
 la gente a passeggio, si aggirano dei bambini scalzi (probabilmente di origine albanese) dal muso sporco che si attaccano alla manica dei passanti e chiedono petulanti l'elemosina. Faccio l'errore di giocare un po' con loro e poi passo mezz'ora per liberarmi di loro.


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Sulla via del rientro verso l'hotel incontro questa vecchina che proprio devo fotografare a tutti i costi. Quando le mostro la macchina fotografica e col mio sorriso più falso le chiedo se posso immortalarla si illumina, mi sorride (ma genuinamente) a sua volta e allarga le braccia come a dire “fai di me quello che vuoi”. Si stava dirigendo verso il centro per fare la spesa ma avendo trovato il negozio chiuso sta tornando a casa con la sporta vuota. Mi fa un po' pena. Incomincia a parlarmi e mi mostra il portafogli. Nonostane sia contro i miei principi decido di lasciarle qualcosa, dopotutto i bambini albanesi hanno fiaccato un po' la mia resistenza. Mentre penso a cosa darle lei estrae dal portafoglio una banconota da dieci dinari e me la mette in mano! Non mi stava chiedendo soldi, ma voleva darmene per averla fotografata! Sono mortificato e meravigliato e imbarazzato e contento allo stesso tempo e devo fare un vero sforzo a convincerla a tenersi i propri soldi. Vado via alquanto turbato ma non posso che pensare che, Macedonia, io… io… io già ti amo!

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2 responses to Bitola e il ritorno delle foto
  1. anonimo says:

    Si può quindi decretare ufficialmente che: il mondo non è un posto di merda.
    Postilla: mai più in autostop.

    Marte

  2. andlosethenameofaction says:

    No, ma quel pezzo di strada di fronte allo sfaciacarrozze sì.