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Caffé vietnamita

Quando la sostanza più amara del mondo incontra la sostanza più dolce sulla faccia della terra si crea il caffé vietnamita. Una miscela di Robusta grossamente macinata è pressata in un colino adagiato sopra un bicchiere, dell'acqua bollente viene versata sul caffé che lentamente gocciola su uno strato esistente di latte condensato. I due liquidi non si mischiano assolutamente, il nero profondo del caffé contrasta contro il biancore translucido del latte; solo quando il caffé ha finito di sgocciolare, parecchi minuti dopo per dare all'uomo vietnamita largo tempo per parlare con la sua bella di turno, si può levare il filtro e mischiare il tutto: in un turbinio il latte condensato sale a perturbare la perfezione del nero che lentamente si trasforma in un marrone intenso.
Il liquido oleoso che ne risulta scivola in gola con piacere, il dolce e l'amaro che lottano tra di loro, lasciando una patina spessa in ogni recesso della bocca.
Tradizionalmente ad ogni ospite viene dato il benvenuto con un amarissimo té verde e nei bar e ristoranti al di fuori delle grandi città quest'abitudine viene tenuta in vita. A Dalat, in un bar con una Vespa parcheggiata di fronte al bancone, mi servono un caffé vietnamita accompagnato da un bicchierino e da una teiera. Assaporo il té dopo il caffé e mi lascia un retrogusto di mandorla sulle papille gustative.

Ottimo questo caffé, in una terra che ne produce quasi quanto il Brasile, farò fatica in seguito a trovarne di così buoni e, come una droga, resterò costantemente insoddisfatto dai caffé successivi, soprattutto quando per pigrizia o per far piacere al visitatore occidentale mi servono un bel Neascafé al posto di questa delizia alla caffeina.

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