Blog

Cappadocia, sotto la neve

Mi sveglio e salgo in terrazza a fare colazione. Di fronte a me si apre un meraviglioso panorama. Picchi innevati, rocce dalle forme surreali che spuntano dal nulla e adibite a case e hotel sono coperte da uno spesso strato di neve che ancora permane. Bellissimo.

Cappadocia, sotto la neve

 

Mi vengono subito in mente le parole del ragazzo che avevo incontrato a Candovan, in Iran (“è proprio come la Cappadocia, è proprio come la Cappadocia”), e noto più le differenze che le similitudini: le formazioni rocciose a Candovan sono più vicine le une alle altre e sono decisamente più frastagliate, di colore più scuro. Anche la roccia di cui sono composte, scoprirò in seguito, è diversa: nel villaggio iraniano è di una durezza granitica mentre qui sembrano enormi mucchi di materiale friabile, quasi fosse terra compatta il che spiega le forme erose dal vento e le forme particolarmente fantasiose che hanno assunto nei secoli. Insomma due posti magnifici e per quanto simili decisamente diversi. Avrei potuto avere anche un terzo paragone se quel giorno, in India, con Arianna, avessi seguito quel cartello che indicava “Small Cappadocia” (o era Small Kashmir?) ma avevo fretta di raggiungere Chinnamasta a Goa.

L'idea è quella di andare a visitare l'open air musem (un insieme di picchi in cui sono state ricavate chiese ed edifici religiosi ricoperti di affreschi) e poi fare un altro giro ma ovviamente mi perdo. Estasiato dalla vista dei picchi, conscio di essere in un posto che personalmente posiziono al livello di Angkor Wat e Petra in quanto a bellezza, prendo la strada sbagliata, in lontananza vedo una roccia sorgere e decido che quella sarà la meta del giorno.

Cammino sulla neve e sento il piacevole scricchiolio della neve che si compatta sotto le suole delle scarpe, quasi una memoria di bambino.
Seguo valli e picchi, a volte sprofondo nella neve fino al ginocchio, mi ritrovo coi piedi completamente bagnati. Il sole però è intenso, scalda la pelle e rende difficile tenere aperti gli occhi.

Cappadocia, sotto la neveCappadocia, sotto la neveCappadocia, sotto la neve
Più mi avvicino al mio obbiettivo e più pare allontanarsi, la roccia che ho visto in lontananza (il castello di Uçhisar) si delinea sempre meglio assieme alle case scolpite al suo interno ma ogni volta che penso di essere quasi arrivato, un burrone si presenta di fronte a me e devo trovare un modo per arrivare dall'altra parte. Un burrone dopo l'altro: riesco sempre a trovare un modo per scendere nella vallata sottostante e calarmi sul picco successivo ma dopo una di queste discese, capisco che questa volta non riuscirò a scalare la parete che si trova di fronte a me, non c'è davvero nessuna via d'accesso. Decido di continuare lungo la valle fino a Goreme e una volta arrivato al villaggio imboccare quella che porta ad Uçhisar. Errore. Dopo essermi lasciato scivolare su rivoli ghiacciati, dopo essermi aperto un varco tra fitti rovi (che mi ritrovo fino a sera nei capelli) e fatto cadere su cumuli di neve, insomma dopo aver precluso ogni possibilità di tornare indietro, scopro che la valle è' spezzata da un dirupo di una quarantina di metri prima di proseguire fino a Goreme. Ops, impossibile proseguire. L'unica alternativa è provare a scalare la parete innevata che si trova di fronte a me e che spero conduca ad Uçhisar. Trovo una via d'accesso dopo molteplici tentativi, la terra compatta che compone queste rocce si sgretola sotto i piedi quando asciutta e si scioglie in fanghiglia quando ricoperta dalla neve; solo dopo essere scivolato diverse volte arrivo quasi sulla vetta. Quasi. Gli ultimi tre metri di fronte a me paiono invalicabili e attorno non riesco a scorgere nessun punto migliore. Con le mani congelate tolgo la neve dal punto che ho scelto per scalare per mettere in evidenza degli appigli che a prima vista non pareva ci fossero. Provo e cado, provo e scivolo, provo e mi copro di neve (la macchina fotografica ringrazia). Resto almeno un'ora a provare mentre il sole sta scomparendo dietro la china. Di tornare indietro non se ne parla, di trovare un modo di calarsi giù dal dirupo in fondo alla valle nemmeno. Individuo dei minuscoli sassolini che, nella speranza non cedano sotto il mio peso, possono servire da appigli e lentamente riprovo. Mi puntello con piedi e ginocchia fino a quando mi ritrovo in posizione accucciata ad un metro dalla vetta. Un ultimo sforzo e riesco a mettermi in piedi e a vedere per la prima volta cosa c'è al di là della cima. Con un ruggito disperato mi slancio (è bruttissimo da vedere paio una stella marina gettata su uno scoglio da un pescatore distratto) e mi spalmo sulla parte e cerco di artigliare la terra sotto la neve, con le gambe che si divincolano nel vuoto. Per miracolo non scivolo e millimetro dopo millimetro riesco ad issarmi sulla gobba della montagna. Un bell'affanculo liberatorio echeggia nella valle mentre ammiro le strisciate provocate dalle mie cadute precedenti, col fiato ansimante. Continuo la salita scivolando quel tanto che basta, mi butto in un'altra valle coperta di neve e l'ultima scalata è piuttosto semplice. Di fronte a me si apre in tutta la sua bellezza Urçisar col suo castello: essere arrivati qui, da soli, dopo mille voli ed impossibili scalate, col freddo della neve, ha l'ineffabile senso della conquista.

Visito la città che mi pare quasi un porto sicuro, niente rischi, niente scalate. Esploro il bellissimo complesso del castello, un insieme di abitazioni e magazzini e piccionaie scavate nella roccia friabile, mi entusiasmo per la vista e per alcuni improbabili picchi che hanno sulla loro vetta degli enormi massi in quello che pare un equilibrio precario.

Cappadocia, sotto la neveCappadocia, sotto la neveCappadocia, sotto la neveCappadocia, sotto la neve

Cammino lungo la strada per Goreme e un pulmino mi carica. Mi rifugio in un ristorante dove molto poco gloriosamente mi tolgo le scarpe e metto i miei piedi fradici di fronte alla stufa perché riacquistino un po' di calore.
 

click here to share
3 responses to Cappadocia, sotto la neve
  1. andlosethenameofaction says:

    "…l'ineffabile senso della conquista" ahò, manco avessi scalato l'Everest!

  2. anonimo says:


    MILLA

  3. andlosethenameofaction says: