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Chi va con lo zoppo, impara a zoppare

Oggi è il giorno in cui decido, finalmente di abbandonare Beirut per ritornare verso Damasco, per poi dirigermi a Mar Musa.
Temporeggio, mi chiedo se stia facendo la cosa giusta (“ma come!? Non ho neanche dato il peggio di me stesso quivi!”), se non sia meglio restare qui ancora un paio di giorni ma alla fine, dopo una lunga passeggiata per salutare la città, faccio armi e bagagli e mi dirigo verso la stazione degli autobus che partono verso Damasco.

Niente autobus, taxi collettivi.
Mentre aspetto che la macchina si riempia scrivo un po' per ammazzare il tempo.
Dopo quasi mezz'ora di attesa sento qualcuno contrattare in uno strano arabo il costo del viaggio, poi la portiera si apre e fa la sua comparsa un ragazzo con degli occhiali da sole a specchio e vestito solo di una felpa (fa un freddo becco). In mano regge una lattina di birra e appena tocca il sedile si addormenta. Età indefinita. Pare giovane. E anche estremamente ubriaco. Lo guardo e sembra una via di mezzo tra Leonardo di Caprio da vecchio e una rock star in acido. Il quarto passeggero è una donna che quindi prende di diritto il posto davanti e così mi trovo dietro, schiacciato tra un sessantenne turco che vive a Damasco per “imparare l'arabo” e il ragazzo occhialato (non occhialuto), tutt'ora svenuto. Appena l'auto parte il morto si sveglia di soprassalto e comincia a parlarmi: puzza d'ogni tipo d'alcool.
Quando apre bocca sembra incapace di esprimersi se non con frasi a carattere universale: mi chiede se sono mai stato in Iraq e mi parla della sua permanenza a Baghdad (“è un posto bellissimo, ci sono caffè, ristoranti, morte”), mi dice di non sapere perché sia venuto in Libano (“I don't know why I am here. Why am I here? Who knows…”) e perché stia tornando in Siria dove forse la polizia lo arresterà visto che è stato precedentemente rapito da un anonimo gruppo che gli ha confiscato telefono e occhiali da sole (“e tu sai quanto sia difficile trovare dei buoni occhiali da sole in Medio Oriente”, eh, certo, come no). Quando gli chiedo da quanto tempo sia in Medio Oriente guarda fuori dal finestrino, sospira e mormora uno ieratico “da troppo tempo, da troppo tempo”. È islandese ha ventitré anni ma ha la gioia di vivere di un cinquantatreenne cirrotico. Mi parla di futuri viaggi (“Sto preparando il piano B, il viaggio con tutte le città che iniziano con la B perché non ho trovato nessun'altra lettera dell'alfabeto con altrettanti posti fighi (ha ragione, mi tocca ammettere): Berlino, Bangkok, Buenos Aires, Brisbane, Barcellona, Brescello di Sopra. Andrò a lavorare come muratore in Islanda per venti ore al giorno (tanto non dormo più di tre ore a notte) e così ogni mese guadagno settemila euro”) e mi sbatte in faccia i posti in cui ha vissuto: Amman, Mosca, Parigi, New York. Ci metto più o meno quattro secondi ad indovinare il lavoro del padre (dài, non ve lo dico, è ovvio) e a capire quanto sia viziato. Mi parla un po' in francese ma tra la biascicatura da ubriaco e l'accento non si capisce una mazza: l'inglese è una lingua più consona al dialogo tra alcolizzati e così continuiamo a comunicare.

Ha un nome palindromo: forse non tutte le speranze sono perdute.

All'inizio mi mette un po' in soggezione e non vorrei altro che sbattergli la testa contro il finestrino, con una certa violenza. Poi più parliamo e più le sue arie da rock star fallita svaniscono, lentamente, e dopo un'ora di viaggio riusciamo ad avere una conversazione quasi civile tendente al simpatico; quando arriviamo alla frontiera siamo ormai in buoni termini. Evviva il mio spirito d'adattamento. Festeggiamo il passaggio in Siria (abbiamo perso nel passaggio il vecchio turco a cui è stato negato il visto: “mi sa che è stato a Disneyland, sai così noi chiamiamo Israele qui”) con sei birre per far sì che il suo tasso alcoolico non diminuisca e che il mio cerchi di avvicinarsi minimamente al suo prima di arrivare a destinazione.

“Dài, vieni ad una festa” e io, che sono facilmente influenzabile, decido di seguirlo e abbandono l'idea della vita monastica e a birre succedono birre e tutto l'armamentario alcolico che si può trovare in un paese musulmano e incontro una serie di persone interessanti che stanno studiando arabo a Damasco (meno fulminate del mio compagno di viaggio) e la serata procede in tono surreale tra bar fumosi, martelli di legno, gin and tonic, bionde e francesi grasse.

Ci salutiamo a tarda notte cercando di scambiarci gli indirizzi e-mail con poco successo.

Sgattaiolo nel mio letto… di nuovo sul tetto.
 

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2 responses to Chi va con lo zoppo, impara a zoppare
  1. anonimo says:

    con la B… hai dimenticato la più bella

  2. andlosethenameofaction says:

    Hai ragione.
    Ma lui è stolto, non poteva sapere.