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Chitrakut e intelligenza femminile

Chitrakut e intelligenza femminile
Chinnamarzulla mi fa la domanda “Viaggi per fare foto o fai foto perché viaggi?”: difficile rispondere, probabilmente viaggerei anche senza macchina fotografica ma avere il suo pesante conforto attorno al collo mi fa apprezzare ogni esperienza in maniera diversa e a volte, giusto per il gusto di una foto, mi caccio in situazioni o posti che non avrebbero ragione d'essere altrimenti. Insomma, essere senza macchina fotografica sta diventando un problema, ogni volta che vedo una donna che porta un elefante sulla testa, o un bambino con quattro braccia, o un santone vestito come il dio scimmia Hanuman mi viene una specie di mancamento, mi scende sangue dal naso e sono obbligato ad accucciarmi a terra tristissimo pensando alla foto mancata. Chinamuzzola vedendo il mio stato di sconforto e di prostrazione, con un'intelligenza tutta femminile, mi dice “ma perché non ti compri un'altra macchina aspettando che ti riparino l'altra?”. Un genio, una geniessa: è per questo che viaggia meco. I signori di Canon India m'han detto che mi ripareranno la macchina in garanzia (nonostante la garanzia sia limitata alla sola Cina…) ma devo aspettare di arrivare fino a Delhi; la prospettiva di andare in un sacco di posti senza la possibilità di fare foto mi atterrisce (sì lo so, c'è di peggio nella vita, ma ognuno ha le proprie fisime) e arrivato a Chitrakut, posto bellissimo che dev'essere fotografato, decido di andare a comprare una macchinetta di scorta.
Il simpatico e allampanato gestore dell'hotel (hotel è un eufemismo) in cui stiamo si propone di accompagnarmi nel vicino villaggio per l'acquisto.
Allora, il villaggio in cui ci rechiamo è un insieme di officine, venditori di frutta e animali che pascolano allegramente per strada: non mi sembra esattamente il posto in cui comprare un nuovo gingillo tecnologico. Il primo posto che visitiamo è un gommista, ma solo per recuperare il cugino del mio accompagnatore che lì vive e ci fa da guida tra i vicoli melmosi. Nel primo negozio mi fanno vedere un lettore mp4 multifunzione che fa delle foto peggiori del mio telefonino anni novanta, poi una telecamera grossa e pesante come un mattone che proprio non mi sembra il caso (poi sai il casino per scaricare le foto dal formato VHS). Il secondo negozio, il “fotografo”, è chiuso e i miei amici indiani alzano le spalle dicendomi “ogni tanto non ha voglia di aprire, oggi per esempio”. Nel terzo, tra una lavatrice ed una televisione, in una vetrinetta, giace impolverata una digitale compatta; nel mio stato di astinenza provo già un brivido. Fatemela provare! Fatemela provare! Il gestore con lenti movimenti inserisce due grosse pile nel marchingegno e me lo pone, le mie mani tremano come se stessi ricevendo una dose dal mio spacciatore. Fa schifo. È di una lentezza spaventosa. Le immagini non sono nitide. Lo zoom è ridicolo. Lo schermo è piccolo. I menù per utenti autistici mi fanno venire la schiuma alla bocca. La compro. Tiro un po' sul prezzo, ottengo uno sconto degno di nota. Quando usciamo il mio alto accompagnatore, con la bocca piena di tabacco, biascica un “hai pagato troppo”. “Ma se mi ha anche fatto lo sconto?”, “sì, ma hai pagato troppo, ti facevo anche segno”. Il segno consisteva nello sfiorarmi il ginocchio e guardare immobile di fronte a sé, visto che il venditore non parlava una parola d'inglese e avrebbe potuto benissimo dirmi di tirare ancora sul prezzo senza questi sotterfugi, io avevo interpretato i suoi toccacciamenti come affetto indiano. “Dài, lezione per la prossima volta”.
Torniamo a Chitrakut e finalmente mi getto a fare qualche foto. Ogni volta che scatto assumo una faccia inorridita, il disgusto si impadronisce di me: scattare con questa macchina è come cercare di nuotare nella melassa con dieci chili di salsiccia legati alla schiena dopo essere stato Ian Thorpe in una vita precedente, ogni scatto è un calvario, ma almeno ottengo la giusta dose di metadone fotografico per mantenermi in vita.

E Chitrakut è un bel posto, una Varanasi in miniatura, dove la gente si sveglia all'alba per andare a bagnarsi nel Mandakini e dove i santoni si aggirano per le antiche stradine del borgo. Un bel posto per fare qualche foto, anche con sto marciume di macchina che adesso mi ritrovo, dài sopravviverò.

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5 responses to Chitrakut e intelligenza femminile
  1. usadifranciRDD says:

    temo di conoscere fin troppo bene i tuoi turbamenti…mannaggia!

  2. anonimo says:

    e  Arianna???….lei si puo fotografare anche con il telefonino anni 90. 

  3. anonimo says:

    In tutto questo tuo pellegrinare un dubbio mi attanaglia: ma hai imparato a sederti accovacciato come un vero uomo dell'Asia?

    Ah! in tutto questo ci tenevo anche a dirti che il mio buon vecchio coninquilino alcolizzato è diventato papà. Sappilo.

    D.

  4. andlosethenameofaction says:

    @D: ma io pensavo mandassi a memoria tutti i miei post nel tempo libero, certo che ho carpito la tecnica segreta, adesso posso stare accovacciato per ore ed ore e dal lato della strada stare ad osservare interessantissantissimi camion trasformarsi in nuvole di polvere che si allontanano: http://andlosethenameofaction.splinder.com/post/23003136/a-due-passi-dal-cielo
    Tecninca particolarmente utile poi quando il cagozzo ti assilla nei momenti meno opportuni… ma poi lì devi usare anche altre tecniche che se vuoi ti spiego via mail.
    Alcolizzato? Ma come si chiamava? Il suo nome è perso tra la miriade di ubriaconi che ti circondavano nella tua spensierata gioventù… Sylvain? No? Il bambino ha già la cirrosi?

  5. anonimo says:

    mi cospargo umilmente il capo di cenere e mi ritiro in un angolo a piangiucchiare per la mia sbadataggine…. (comunque si, il nome è Sylvain)

    D.