Blog

Crisi d'astinenza (e parentesi) a Bursa

Oggi è il mio giorno di disintossicazione.
Tremo un po' al pensiero.
Ci ripenso?
Ma no.
Sicuro?
Sì, sì, dai.
Per farmi coraggio mi fumo mezza stecca di sigarette, mi bevo sei Efes ghiacciate, mi faccio due shot di raki (sempre con la i senza pallino, la famosa ı turca)(senz'acqua) e mi sento pronto ad uscire in una nuova città, senza la macchina fotografica.
Mi guarda implorante dal letto ma resisto: esco senza di lei.
Cammino per le strade di Bursa senza il suo peso attorno al collo ma la sento su di me, quasi fosse un arto recentemente amputato (mi ricordo quell'allegro film te
tesco visto su uno dei tanti Abu Dhabi – Melbourne, schwartzqualcosa mi sembra, che parla della storia di un ciclista a cui vengono amputate le gambe e lui le sente comunque, poi gli mettono delle protesi e corre meglio di prima e tromba anche molto di più, insomma, c'è il lieto fine), ogni tanto per sentirmi a mio agio faccio finta di spostarla da un lato all'altro, così, tanto per fare qualcosa con le mani che oggi non so come occupare.
Dopo i giorni passati ad Istanbul, Bursa è quasi una liberazione: si respira di nuovo la Turchia e si può liberamente passeggiare senza essere abbordati da feroci buttadentro che ti invitano nei loro merdosi (in teoria questo sarebbe un post senza parolacce ma non ho voglia di cambiare
merdosi) ristoranti; ci sono uomini baffuti, tutti uguali, tutti con lo stesso berretto di lana, che bevono çai ammassati in microscopici locali; per strada, sotto alberi panciuti e bitorzoluti ma imponenti, scorrono donne così basse, ma così basse, che mi verrebbe quasi voglia di abbracciarle.

Perché sono a Bursa? Tanto tempo fa immaginavo che da Istanbul sarei passato direttamente in Grecia e da lì sarei risalito verso la Macedonia e l'Albania ma il bello dei viaggi “liberi” è che uno può cambiare idea come meglio gli garba. Così, quando Camillo fece la sua comparsa come lettore del blog, mi venne l'idea di passare da Atene e quando Macs mi “impose” la data del 48 gennaio per il nostro incontro tra i due continenti dovetti riarrangiare il mio itinerario turco escludendo Izmir, Smirne, per essere puntuale all'appuntamento. L'attrazione di Smirne (immagini varie ed eventuali di un documentario visto ai tempi di Milano v. Izmir per l'attribuzione dell'Expo) però è potente e così, invece di trovarmi già in Grecia, nella direzione giusta per il rientro verso casa, scendo di nuovo verso sud e Bursa, lungo il cammino, diventa un'ottima tappa.

Traghetto da Istanbul, un cappuccino decente a bordo, una lunghissima serie di pullman, metropolitana e minibus mi portano in quella che è stata la prima capitale dell'impero ottomano.
Passeggio dapprima per la strada pedonale che taglia in due il centro cittadino e la macchina non mi manca più di tanto: negozi e gente a passeggio non sono proprio il mio soggetto preferito.
Quando poi mi trovo nei pressi del mercato il discorso cambia e resistere alla tentazione di correre in hotel a recuperare la mia compagna di viaggio è arduo: come posso fare a meno di quel vecchietto che guarda nel vuoto seduto su una cassetta della frutta? e come rinunciare a quella donna che pela le castagne? e tu con quel berretto giallo dove credi di andare?
Entro di corsa in farmacia, compro dei cerotti che rilasciano fotografina, me ne metto sei sulla pancia e continuo la mia passeggiata, nervoso, ma sotto controllo.
Seguendo la voce di Terzani (“se devi scegliere tra due strade, prendi quella in salita”) incomincio a montare la china del monte che domina la città: un insieme di case variopinte ne colora le pendici e strade ripidissime (non mi capacito di come abbia potuto incrociare una donna con i tacchi a spillo scendere da una di queste, io che per poco non mi metto a carponi per poter salire) portano verso la cima, ricoperta di bruma. Il quartiere è bellissimo, di quel bello fatto di miseria e povertà e dignità nella miseria e nella povertà ()(inauguro qui il nuovo concetto di parentesi aperta e subito chiusa). Vedo scorci e incontro persone che mi fanno prudere i cerotti ma sono tutto sommato contento della scelta odierna e cerco di godermi la giornata senza pensarci più (certo, come no).
Una volta arrivato sulla vetta mi godo la vista di Bursa sotto una fredda nebbiolina. Nel bel mezzo della città spunta un ammasso di grattacieli in costruzione, venti o trenta piani o forse più. Con la loro massa feroce sembrano stuprare una città bassa dai tetti d'ocra, in cui nessun altro edificio supera i cinque piani d'altezza. Di solito questi mostri di cemento sorgono alla periferia delle città turche, qui invece hanno trovato terreno fertile poco lontano dal centro storico.
Contemplo la vista per qualche minuto e poi abbandono la vetta; con vari scivoloni (penso alla ragazza coi tacchi e alla superiorità dell'essere femminile) raggiungo la città, corro ad abbracciare la macchina e vado a sfondarmi di caffè.

La mattina seguente, prima di dirigermi verso Smirne, faccio un rapido giro con la macchina fotografica al collo (che bello il suo peso, quello vero, non quello immaginato) e scatto quattro (4) foto.
Non belle come quelle che avrei fatto ieri.

Eh, certo, le migliori foto sono sempre quelle che non abbiamo scattato.

Crisi d'astinenza (e parentesi) a BursaCrisi d'astinenza (e parentesi) a BursaCrisi d'astinenza (e parentesi) a BursaCrisi d'astinenza (e parentesi) a Bursa

click here to share
2 responses to Crisi d'astinenza (e parentesi) a Bursa
  1. NoRupies says:

    a Bursa mi ci son comprato un accappatoio…
    lo uso ancora adesso.

  2. usadifranciRDD says:

    ma perchè questa tortura?? cosa hai fato di male per meritarti l'auto-flaggellazione?? martire della causa…