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Damasco, Ashura, alienazione e vacanze

Damasco, Ashura, alienazione e vacanze
Fin'ora in Siria mi sembra di aver galleggiato, di non essere andato a fondo in questo paese e di non averlo capito, di averne solo sfiorato la superficie; mi manca qualcosa ma non capisco cosa, un senso di insoddisfazione che non riesco a definire, forse derivante dal fatto che sono di fretta e sono rimasto su terreni più che battuti, senza perdermi in quei minuscoli posti assurdi che a me piaciono tanto, forse l'aver raggiunto un paese troppo normale che non presenta più quegli interessanti contrasti visti fin'ora. La sensazione di alienazione aumenta arrivando a Damasco: la sua bellissima città vecchia attrae centinaia di turisti durante il periodo natalizio e mi sento un pesce fuor d'acqua. Anche se tra qualche giorno sarò uno di loro, in questi miei ultimi giorni di girovagare soitario (no, non è la fine del viaggio ma l'inizio di una vacanza) non mi sento molto a mio agio.
Arrivato a Damasco, per caso, incrocio Luca per strada e, senza guardarci troppo in giro, imbocchiamo una serie di vicoli e viottoli che ci fanno rapidamente perdere il senso dell'orientamento. Finiamo in uno dei tanti bar della città a prendere un caffè e a parlar di foto: sembra un argomento inesauribile.

Il giorno successivo, cerco sollievo dal mio strano stato snobbando il centro cittadino e dirigendomi sulle alture che dominano la città. Faccio una lunga passeggiata su strade ripidissime dove si notano ancora i cumuli di neve sporca della nevicata storica (alcuni sostengono che qui non succedesse da quarant'anni, altri dicono venti, altri ancora tre, ma insomma, evento straordinario resta) di qualche giorno fa. Scatto qualche foto che davvero poco mi soddisfa e la sera ritrovo Luca, un caffè e, perché no, un bel piatto di pasta scotta (sfruttiamo le brutture del turismo di lusso dai).

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Quando Luca abbandona Damasco per il Libano (ciao Luca, non so se ci rivedremo ancora durante il viaggio, ma di sicuro al rientro in Italia avremo ancora mille storie di cui parlare) vado alla scoperta del centro. Soliti turisti con macchina fotografica che immortalano le vetrine, i kebab che girano, il lungo corridoio del mercato coperto, il venditore di palloncini giganti (ma solo i palloncini, non il venditore), le porte, le finestre, i pasticcini, le automobili, il selciato, le insegne, i menu dei ristoranti e le loro belle faccione, che proprio mi mettono di malumore. Boh, dopo tutto forse non sono così diverso da loro…
Giro per la città vecchia con un certo malessere: un misto di apprensione per il futuro, delusione fotografica, voglia di restare da solo, meteoropatia, freddo, assenza di cibo genuino. Dietro la macchina oggi sono più timido del solito e sembra che la gente mi sfugga.

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Nel mio strascicare di piedi odierno capito per caso nella moschea di Sayyda Ruqayya, dove sono conservate le spoglie della figlia del imam Hussain, figura importantissima per i musulmani sciiti. Oggi si celebra il giorno dell'Ashura, che commemora la morte di Hussain in battaglia, e in questa moschea si trovano una marea di fedeli. L'Ashura è un giorno di grande tristezza per gli sciiti (in Siria sono una minoranza) che vivono la ricorrenza piangendo, battendosi il petto e la fronte e rivivendo la morte dell'imam nella più profonda tristezza. In tutto il mondo sciita la ricorrenza è occasione per grandi manifestazioni di religiosità: in alcuni paesi, come l'Iran, in villaggi lontani dalla civiltà, persiste la tradizione di mortificare la carne per avvicinarsi alla sofferenza di Hussain e i fedeli si lacerano la fronte picchiando la testa contro delle spade o si flagellano la schiena con delle corde annodate.
Sul selciato della moschea uomini e donne sono inginocchiati e piangono (o fanno finta di piangere) e singhiozzano e urlano e alzano invocazioni al cielo. Da un altoparlante giungono strazianti e melodiose le parole di un sacerdote che probabilmente racconta il martirio di Hussain: ho la strana sensazione che si tratti di un attore consumato visto che durante la recita del testo incomincia a piangere sguaiatamente per poi riprendere la narrazione come se niente fosse, senza neanche l'ombra di un singhiozzo o un'esitazione che farebbero pensare ad un pianto sincero.
Guardo questa folla addolorata e un misto di sentimenti si agita dentro di me: passo dall'incomprensione al rispetto, dalla paura alla compassione, dallo stupore al divertimento. La visione è surreale: mentre alcune persone sono davvero sconvolte dal dolore e dalle lacrime, altre si coprono il viso con una mano e con l'altra mandando degli sms col telefonino e alcuni devoti pellegrini si muovono tra loro e si fanno fotografare sorridenti di fronte alla tomba della figlia di Hussain. Lascio i lunghi pianti e le preghiere dietro di me, alquanto confuso.

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E poi via da Damasco e dalla Siria, direzione Amman e la Giordania dove mia madre mi raggiungerà per passare assieme le feste di Natale. E diventa una vacanza, non più un viaggio, che non penso di raccontare, perché tutto sommato, il rapporto tra una madre e un figlio e un padre che non c'è più è meglio che resti in una sfera intima e privata.
Magari nel frattempo pubblicherò qualche foto ma tornerò a scrivere solo dopo, quando il viaggio riprenderà.

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