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Déjà vu e autostop

Rewind.
Sono ancora nella parte alta del monastero.
Ho liberato la stanza in cui si trovavano i miei averi durante la permanenza nella grotta e, con lo zaino sulle spalle, mi appresto a scendere.
Proprio mentre sono a sette passi dalla porta d'uscita un colore attrae la mia attenzione.
Ve lo dico anche se smettete di pensare che sia un vero duro: un minuscolo bocciolo carminio brilla su un cespuglio che pare altrimenti fatto di pietra. Poco, pochissimo ma ritrovo, nelle parole di Terzani, quel
sentimento di meraviglia davanti al mondo. Strano, no?

Il resto lo sapete.
Ultimi saluti.
Paura degli unni.
Lunghe scale.

Un'ultima foto ricordo.
Una macchina che si ferma.
Un ultimo saluto agrodolce.

E siamo di nuovo in viaggio.

Federico ed io, dita alzate a fare autostop (che se non fossi con lui non farei: attività noiosissima quando si è soli e poi non fa per me, per qualche motivo non mi caricano mai, come quella volta in cui un'amica di mia mamma, mentre facevo autostop per tornare a casa, mi vide, mi salutò agitando la mano aperta e… se ne andò!), aspettiamo proprio poco prima che un camionista, un gigante buono in salopette di jeans, si fermi e ci carichi. Un po' a gesti un po' coll'arabo magrebino del mio compagno di viaggio le ore sul suo mezzo rombante passano velocemente: ci offre arance e sigari alla vaniglia, il meno che possiamo fare è offrirgli un caffè lungo il tragitto.
Ci abbandona ad uno svincolo lungo l'autostrada e strombazza per salutarci.

Un'altra macchina ci porta fino a Crac des Chevaliers e lì prendiamo una camera in quello che pare l'unico hotel della valle. C'è ancora luce e scendiamo nel villaggio all'ombra del castello e mi martello le dita perché non mi sono portato dietro la macchina fotografica; ci sarebbero stati degli spunti interessanti ma ogni tanto è un bene disintossicarsi dall'obbligo dell'immagine a tutti i costi. Federico deve sorreggermi ogni volta che vedo uno scatto mancato, ma alla fine sopravvivo.
Durante la nostra passeggiata passiamo davanti ad una casa che ha del grottesco: i muri gialli sono decorati con volti umani, teste di leoni, impronte di mani, frasi sgrammaticate in inglese e citazioni dalla bibbia. Ci guardiamo tra l'attonito e il divertito. Dall'alto di questa strana costruzione un vecchio ci fa cenno di salire. Lo raggiungiamo sul terrazzo della casa (altro semisvenimento per la foto che avrei voluto fare) e cominciamo a parlare con Elias che ci dice aver costruito lui stesso la casa in cui ci troviamo e quella vicina (che ha la merlatura di un castello) e quella poco più lontano e poi, con un gesto della mano callosa e dalle unghie spezzate, ci mostra con fierezza i mostri di cemento che punteggiano la valle: anche questi opera sua. Crac des Chevaliers gode di un clima particolarmente fresco d'estate e i siriani qui si rifugiano per trovare sollievo dalla calura di Damasco: palazzoni senz'anima deturpano un paesaggio che sarebbe stato altrimenti incantevole. Elias ci mostra l'estensione dei villaggi attorno al castello che sono tutti cristiani e solo allontanandosi da quella che una volta era una roccaforte crociata (da qui il nome) incominciano ad apparire i primi minareti. Ci parla delle otto figlie (o erano sette? O nove?), della moglie defunta e di come tutti nei paraggi siano suoi parenti.
Promettiamo di passare domani e ci congediamo.
Continuiamo la nostra passeggiata alla ricerca di un bancomat (ad Alhuash Federico) e di cibo e ci ritroviamo molto lontani dal castello.
Incomincia anche a piovere.
Troviamo un riparo e dopo qualche attimo un signore ci porta proprio sotto al nostro hotel.
Per ringraziarlo gli chiediamo come si chiami e lui che ci risponde con nome e cognome si trova di fronte a due italiani che si mettono a ridere stupiti!

– Ah! Ma allora sei parente di Elias! È amico nostro!

Andiamo a letto e mi addormento con Federico che mi racconta storie di matematica, di biciclette e di incidenti.
 

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