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Delhi a cinque stelle

Seguo il consiglio della solita addetta dell'ambasciata che non nomino e, felice possessore del mio nuovo passaporto, vado al FRRO, il Foreigners Regional Registration Office (o qualcosa del genere), per far trasferire il visto indiano dal passaporto vecchio a quello nuovo.
Ci metto un po' a trovare il posto, faccio la coda, sgomito e quando arrivo al banchetto un vecchio, molto più preoccupato della sua congiuntivite che non dei problemi degli astanti, sfoglia i miei due libretti e mi dice “no need”. Sicuro?. “no need” e non mi rivolge più la parola. Vabbuo', no need. Tempo perso.
Vicino al FRRO c'è l'Hilton e visto che di lusso non ne vedo da un bel po' e per curiosare nella Delhi a cinque stelle mi faccio un giro tra i suoi marmi. Non ho ancora fatto colazione e decido di viziarmi con, Signore e Signori, un cappuccino ed un pain au chocolat. Oooohh.
Mi siedo, il cameriere tarda ad arrivare e mi da il tempo di guardarmi attorno: vedo una coppia di anziani indiani che molto fieramente cullano quello che dev'essere il neonato nipotino; due madri anglosassoni discutono animatamente dei propri figli sedute proprio sul bordo del divano e con la schiena dritta; un attempato signore americano dalla giacca blu troppo grande (perché gli americani hanno sempre delle giacche fuori misura?) ed una spilla sul bavero con due bandierine, americana e indiana, incrociate a livello dell'asta; su e giù per le scale circolano uomini in giacca e cravatta, persone che vivono costantemente in un tunnel di aria condizionata. Guardo fuori dalla finestra e vedo qualcuno in piscina, l'inserviente fa fatica ad aprire l'ombrellone mentre un panzone sta a guardare a braccia conserte e con un piede in infastidito movimento.
Non so come dire, ho un nodo alla gola e provo un certo qual senso di, ecco, disagio.
Arriva il cappuccino.
È troppo caldo.
E quando esco nessuno mi apre la porta.

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