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Delhi, tra cantieri ed ambasciate

Vado a Delhi principalmente perché devo:

1. Fare il visto per il Pakistan
2. Fare un passaporto nuovo perché non ho più pagine libere per il resto del viaggio
3. Far aggiustare la macchina fotografica

non necessariamente in quest'ordine.
Per uno come me che si organizza sempre all'ultimo minuto devo dire che a questo giro mi sono preparato in largo anticipo. Ho scritto all'ambasciata italiana, ho mandato copie del passaporto, ho studiato tutta la procedura: di sicuro ci metterò pochissimo a fare il nuovo passaporto e il visto pakistano pare una formalità. Certo. Stupido.

Giorno 1: arrivo bello pimpante all'ambasciata italiana col mio piano diabolico già stabilito: mentre il servizio consolare lavorerà alacremente al mio passaporto nuovo, con quello vecchio andrò a richiedere il visto pakistano.
Tanto per cominciare faccio mezz'ora di coda tra una massa urlante di indiani (ma no! Cheffate!? Mica vorrete venire in Italia!? Fermi!) che vengono spediti via a calci (quasi) dall'addetto alla sicurezza e poi una volta arrivato allo sportello passaporti non c'è nessuno. Aspetto un'altra mezz'ora parlando con un altro ragazzo italiano in attesa prima che si presenti qualcuno. Finalmente una signora dai lunghi capelli grigi appare.

– Lei cosa vuole?
– Vorrei fare un nuovo passaporto perché non ho più pagine libere.
– Non può passare domani che adesso siamo proprio busy? (sic)
– Mah, a dire il vero no. (nda: il posto dove sto è a quarantacinque minuti di tuktuk dall'ambasciata)
– Sicuro?
– Sicurissimo.

Scocciatissima mi chiede il passaporto.

– Passi un altro giorno, oggi non possiamo, tanto prima la questura ci deve rilasciare il nulla osta.

Esercizio di respirazione zen, ripensando alle quaranta (inutili) mail che ho scritto a costei.

– Senta, cominci a fare la richiesta alla questura e io passo prossimamente.

Mi fiondo all'ambasciata pakistana tre minuti prima della chiusura e mi chiudono lo sportello in faccia ma riesco ad ottenere il modulo per la richiesta del visto, meglio di niente.
Di fianco agli sportelli ci sono dei signori barbuti con dei tavolini e delle macchine da scrivere: la richiesta dev'essere dattiloscritta. Un simpatico signore m'aiuta a riempire il formulario. Mi tocca ripassare domani.

Il pomeriggio porto la macchina dai sorridenti signori della Canon (“tranquillo, non siamo molto occupati, in due o tre giorni te la sistemiamo, non ti preoccupare, ti chiamiamo noi”) in un ufficio con l'aria condizionata a meno quindici e poi prendo un caffè con Chinnamuzzola dagli occhi rossi che ha pianto tutto il giorno perché a lei Delhi, proprio non piace.

Giorno 2: ambasciata pakistana. Arrivo col mio bel modulino dattilografato. Due foto che paio il cugino primo di Musharraf. Faccio la coda. Durante la prima mezz'ora una voce chiama i nomi di chi deve ritirare il passaporto. Tutti si gettano contro i vetri in una calca disumana. Poi arriva il mio turno. Diligentemente consegno i documenti. Faccio vedere il passaporto. L'impiegato scuote la testa.

– No India resident?
– No.
– Then no visa.
– Chemminchia dici no visa?
– No visa for foreigner.
– E adesso?
– Go Italy. Get visa. Visit Pakistan.

Logica ferrea ma cerco di fargli capire che non posso andare in Italia solo per prendere il visto. È inflessibile.

– I can't go back to Italy!
– Not my problem. Your headache.

Con le orecchie basse mi allontano. Guardo il mio bel modulino dattiloscritto e lo ripongo. Cerco altre vie, telefono, chiedo un incontro con l'ambasciatore, col primo ministro, boh, niente: agli stranieri non residenti non fanno il visto. Mestizia. E anche giramenti di palle.
Devo trovare un piano B per il resto del viaggio.

Giorno 3: ambasciata italiana con Chinnarazza al mio fianco. Compilo tutti i documenti necessari. Do le mie belle foto.

– Quanto ci vorrà?
– Mah, un paio di settimane…
– Come un paio di settimane?
– Sì la questura ha due settimane di tempo per rilasciare il nulla osta.
– Ma scusi, le ho scritto un mese fa.
– Non ho ricevuto la mail.
– Ma se mi ha anche risposto?!
– Non ho ricevuto la mail.
– … (sguardo incazzato e allibito)
– … (sguardo vuoto da burocrate)
– Non si può far niente per velocizzare la pratica?
– Mah, provi a chiamare la questura lei.
– …

Vado via piuttosto arrabbiato (è un eufemismo). Brutta rincoglionita, secondo te devo chiamarla io la questura? Ma la chiamo lo stesso e dopo dieci tentativi a vuoto finalmente qualcuno mi dice che no, non tocca a me sollecitarli e che la richiesta deve venire dall'ambasciata. Giustamente. Vabbuo'. Non resta che sperare. Visti i tempi meglio abbandonare Delhi e tornare per recuperare il passaporto con calma.

Giorno 4: oggi è il compleanno di qualche Dio non meglio definito. I negozi sono chiusi. La Canon ha ancora la mia macchina in ostaggio. Non posso partire. Secondo voi m'hanno chiamato?

Giorno 5: chiamo i canonisti.

– La macchina è pronta?
– No, non abbiamo il pezzo.
– [inserire qui gli insulti sparati via etere alla portatrice di cattive notizie]
– OK, OK, forse lo troviamo la chiamo dopo per confermarglielo.

Diverse chiamate (mie) dopo mi dicono che la macchina è pronta.
Affronto il traffico e mi tocca pagare per la riparazione perché a quanto pare una scheda s'è corrosa in seguito ad un fungo malefico ammazza-macchine-fotografiche. Niente garanzia.
Mi rigirano, ma la macchina pare funzionare.
Pago.
Pronto a ripartire il giorno dopo nell'attesa del passaporto.

Tra un poco fruttuoso sbattimento amministrativo ed un altro, con Chinnamasta che ormai mi odia per la prolungata permanenza a Delhi (con dei miei capelli ha confezionato una bambola voodoo che continua a prendere a spillonate, certa causa del mal di schiena che m'attanaglia ultimamente) e che sta perdendo il senno, nelle brevi pause concesse dal monsone che si abbatte regolarmente e con violenza e allaga tutte le strade, riusciamo anche a visitare la città. Oddio, visitare la città è impossibile. Diciamo piuttosto che ci muoviamo da un punto all'altro in interminabili corse di tuktuk (che qui chiamano “auto”): camminare è impossibile, il pedone s'è estinto (o è stato investito) anni fa, i marciapiedi sono stati dichiarati illegali e le distanze siderali impediscono di carpire il senso, l'atmosfera, di una città enorme. Vediamo una serie infinita di stradoni con un numero variabile di corsie (la corsia è definita dal numero di mezzi che si possono affiancare, non dalle strisce), cavalcavia e sottopassi, semafori e rotonde. Il traffico è allucinante, i clacson non smettono mai di suonare in una costante cacofonia, il rumore dei motori copre anche i pensieri, lo smog aleggia ad altezza d'uomo fino alla prossima pioggia. A peggiorare il tutto ci si mettono anche i lavori per i famigerati Commonwealth Games.
I Commonwealth Games sono una sorte di micro olimpiade limitate ai paesi dell'ex impero britannico. Delhi ha vinto l'edizione del 2010 e a meno di un mese dall'inizio dei giochi la città è ancora un unico cantiere. Ci sono cavalcavia lasciati a metà, linee sopraelevate della metropolitana che cadono nel nulla, strade completamente ricoperte di buche. E appena incomincia a piovere tutto si blocca, nessuno capisce più niente, il già caotico traffico si blocca completamente. Il traffico ucciderà Delhi, e neanche tanto lentamente: in una cit
tà in cui circolano più di sette milioni e mezzo di veicoli vengono immatricolate più di mille auto al giorno…
I cantieri per i Commonwealth Games sono ovunque, in centro come in periferia e si stenta a credere come possano essere pronti per l'inizio delle competizioni, il tre ottobre. Anzi, di sicuro non saranno pronti ma saranno in qualche modo mascherate le falle più evidenti, incrociando le dita che nella fretta e nella furia della consegna dei lavori la qualità non sia stata troppo compromessa. Ma la storia del pilone della metropolitana crollato otto volte durante la costruzione ed una nona a lavori ultimati e quella dello svincolo che dopo settanta due ore dall'inaugurazione è così coperto di buche che pare l'abbiano bombardato, lasciano poche speranze. Insomma, staremo a vedere.
Visto? Alla fine ho parlato anch'io del traffico, il resto ve lo racconto con qualche foto fatta con la marciomacchina perché devo partire a Rishikesh per recuperare il senno di Razzamasta.

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10 responses to Delhi, tra cantieri ed ambasciate
  1. usadifranciRDD says:

    lo zen e l'arte della riparazione della macchina fotografica.
    ogni tanto fa quasi piacere vedere che da qualche parte la burocrazia è peggiore che in italia 😛

    piano di riserva?

  2. Aesille says:

    xD.. io sarei esplosa tipo Sayan 6 livello..
    e non avrei lasciato testimoni..
    hi hi hi

  3. andlosethenameofaction says:

    La pazienza ragazze, la pazienza…

  4. anonimo says:

    Matteo,
    ti saresti aspettato qualcosa di diverso dall'ambasciata italiana in India…. naive caro mio

    giusto per rimanere in argomento
    http://www.nytimes.com/2010/09/22/sports/22iht-GAMES.html?_r=1&hp

    un abbraccio
    Daniele

  5. anonimo says:

    Grande Matteo – vedi ti sei gia' fatto una perfetta idea di come sia la vita a Delhi!!!!
    Per farti ridere, e sulla stessa falsariga della tua esperienza con l'efficiente amministrazione italiana all'estero (!), un amico, Italiano residente a Delhi, deve farsi emetter nuovo libricino in Italia (stessa storia delle pagine finite…ma lui era in vacanza in Italia).
    Scrive email qui e li, tutto pare sistemato. Va in questura, e gli dicono guarda serve un nulla osta da Delhi. Allroa lui chiama l'ambasciata qui a Delhi, si mandiamo il fax non c'e problema. Ok lui fa passare le 2 settimane dovute, va alla questura…..il passaporto non e' pronto (tralascio la storia della questura dove non trovavano il suo fascicolo!). Come non e' pronto. Eh, nonc'e' arrivato il fax. Ma come, che minchia dice. Eh no, non e' arrivato. Allora chiama Delhi, o ma avete mandato il fax come discusso. Eh si abbiamo provato ma il numero non funzionava, sa. Quindi cosa caspita avete fatto….avrete cercato un numero valido della Questura di Monza. Eh no, l'abbiamo messo li, sa e' periodo di vacanza siamo pochi (preciso che di italiani non ce ne sono migliaia a delhi, e piu' o meno conosci tutti!!). Ma non mi avete mandato una email per dirmi c'era un problema? Eh no sa……

    Insomma a volte facciamo ridere….quasi quanto gli indiani!!!!!

  6. anonimo says:

    se ti può consolare la descrizione di Delhi bloccata per due gocce di pioggia, piena di cantieri semi abbandonati e rotaie sospese nel nulla corrisponde esattamente a Milano dopo l'esondazione del Seveso.
    http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/09/19/news/linea_3_quattro_stazioni_chiuse_per_l_esondazione_del_seveso-7222872/

    cinzia

  7. andlosethenameofaction says:

    Ci', i locali qui dicono sempre che gli italiani sono gli indiani d'Europa… e non han tutti i torti secondo me! E tutto il mondo è paese…

  8. NoRupies says:

    beh, uno che a delhi si fa il visto per il pakistan non è che possa pretendere che tutti si innamorino di lui 😉

    (se ti può consolare anche il percorso inverso è un casino)

    però il passaggio a piedi di quella frontiera è qualcosa che mi porterò dietro per tutta la vita

  9. andlosethenameofaction says:

    Il coltello nella piaga Silvio 🙂

  10. NoRupies says:

    ah ah … ok ok.