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Discorsi tibetani

B.B. strizza gli occhi fissando l'unghia (lunga) del mignolo che mi indica col pollice, poi mi osserva con sguardo disgustato, sventolandomi le dita sotto il naso e mostrandomi con l'altra mano dei giovani tibetani dalle cotonate capigliature che giocano a pallone di fronte a noi: “Tibet, no brain”. Il volto si distende e incrocia le mani al centro del petto: “Tibet, big heart”. Questi gesti si ripetono esatti per quattro o cinque volte finché nella mia testa non è ancorato il principio “Tibet, big heart, no brain”: secondo B.B., tibetano, ventott'anni che sembrano trentacinque, grandi occhiali scuri da star di Hollywood, camicia nera e tre telefonini, se i tibetani fossero stati più intelligenti non si sarebbero fatti piegare dall'invasore cinese, che però non è riuscito a scalfire il loro grandissimo cuore. Per darmi prova concreta della loro generosità mi invita a cena, con i genitori e il fratello, in un ristorantino (ironicamente cinese) poco distante: sono venuti tutti assieme a Shigatse dal loro villaggio alla frontiera con l'India per delle visite mediche per il padre e ne approfittano per visitare la città e il suo famoso monastero. Il padre è un tibetano grassoccio, giacca di feltro blu, cardigan di lana grigia, una grande collana d'osso e un cappello che sembra parte integrante della persona, incita il figlio a versarmi da bere ogni volta che il mio bicchiere è vuoto, sorride molto ma non parla, sulla sua mano campeggia un grosso anello d'oro che reca un ideogramma cinese; la madre, seduta di fronte a me, ha un abito scuro e pochi gioielli e pochi denti, succhia la sua zuppa e non dice una parola; il fratello è insegnante e ci fa da traduttore scusandosi ogni tre parole per il suo inglese, un ragazzo alto dai tratti gentili, mi dice che B.B. attacca sempre bottone con tutti e vuole sapere chi tra i due io pensi sia il più bello: “siete tutti e due bellissimi” mento spudoratamente tra le loro risate e pacche sulle spalle.
Il fratello di punto in bianco mi chiede se mi piace il wrestling, scusa?, ma sì il wrestling americano! Per fortuna che guardare il wrestling, le partite di poker ed i tornei di bocce o di bigliardo è stato in passato una delle mie attività spegnicervello preferite per cui annuisco, un po' imbarazzato, quando lui con gli occhi grandi dall'entusiasmo mi fa l'interminabile lista di tutti i suoi lottatori preferiti. Anche questo è Tibet.
B.B. non sembra molto contento del monologo del fratello sul più grande sport del mondo e lo interrompe; con le tre parole d'inglese che sa mi fa capire che lavora per China Mobile e che lui è il “boss” (ogni tanto siamo interrotti da delle chiamate, di lavoro mi spiega il fratello), ogni volta che pronuncia la parola “China” si guarda attorno e, con lo stesso sguardo disgustato di prima, la fa seguire dalla parola “fuck” o da “don't like”. Anche quando parla del Panchen Lama i “fuck” si sprecano: “Ten good”, faccia serena, “Eleven fuck”, faccia corrucciata. Mi da il suo biglietto da visita (in Cinese), i suoi numeri di telefono e vuole che lo chiami durante la mia prossima visita in Tibet, “ti porto in giro io, ti faccio vedere tutto il Tibet”.
Provo a spiegare che per lo straniero non è così facile girare per il Tibet ma nessuno sembra capire quello che sto dicendo, neanche il fratello anglofono, e così cambio strategia, gli batto anch'io sulle spalle e gli dico “dài, la prossima volta che vengo ti chiamo, di sicuro”.

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One response to Discorsi tibetani
  1. Aesille says:

    Hai proprio un blog interessante!  =)