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Easy rider

Da Dalat a Hoi An ci sono ottocento chilometri e in moto ci vogliono cinque giorni: le strade sono spesso sterrate e raramente si superano i cinquanta all'ora, le buche e i camion che superano altri camion che stanno superando autobus rendono il percorso una rischiosa avventura in sé ma le zone per cui si transita, lontane dal bordello turistico sono di una bellezza infinita.

Loi viene a prendermi di primo mattino, leghiamo gli zaini alla moto e siamo pronti a partire.

Chiedo a Loi di portarmi in un tempio che ho visto il giorno precedente dall'altro lato della valle e assisto ad un funerale buddhista (e minimalista) in cui un monaco brucia la foto di un anziano mentre un uomo ed una donna restano a mani giunte e si inchinano quando la fiamma ha finito di consumare la faccia del defunto. Di solito vengono bruciati anche alcuni oggetti appartenuti alla persona, assieme a delle finte banconote per accompagnare il morto in un aldilà di prosperità.

Incomincia a piovere e continuerà a piovere tutta la giornata, quando la pioggia si fa davvero troppo forte per continuare ci fermiamo in un negozio al lato della strada, prendiamo due birre e giochiamo un po' coi bambini del negozio mentre donne cariche di fascine e con enormi sigarette in bocca, incuranti della pioggia, procedono verso il loro villaggio. Fanno parte di una delle tante minorità etniche che punteggiano l'altopiano centrale del Vietnam. Fino al 1975 nelle zone dell'altopiano non c'era nessuna persona di ceppo vietnamita, ma dopo la presa di Saigon il governo centrale inviò migliaia di persone in queste fertili regioni, cacciando e sterminando le popolazioni locali di lingua ed etnia diversa che oggi vivono in condizioni di estrema miseria e senza la gioia delle loro tradizioni.

Quando la pioggia scema ci fermiamo in un villaggio di una minoranza etnica dove sono subito circondato da un nugolo di bambini vestiti di stracci, fanno a gara per farsi fotografare e i più molesti mi si parano davanti quando cerco di inquadrare gli altri bambini. Alcuni mi seguono mentre giro curiosamente per il villaggio, altri se ne vanno a vedere dei ragazzi più grandi e dallo sguardo decisamente più cupo e disilluso che stanno giocando a pallavolo con un pallone rattoppato.

Faccio un sacco di foto, tristemente li lascio alla loro miseria.

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La sera ci fermiamo al lago Lak, a quanto pare il più grosso del Vietnam.
Ripartiamo il giorno dopo in direzione di Buon Ma Thuot.
Giornata breve ripassata in moto con meno pioggia e farfalle, farfalle, farfalle gialle ovunque: qualcuno dei bachi da seta allevati nella zona è riuscito a scappare al suo destino e a moltiplicarsi.

La mietitura del riso in questa zona è già cominciata e sulla strada spesso troviamo lunghe strisce di riso messe a seccare al sole e rastrellate da quieti e silenziosi contadini. Le auto e le moto evitano queste strisce ma in caso di necessità non si fanno problemi a passarci sopra.

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Facciamo una pausa di fianco ad un laghetto dove pescatori alzano e abbassano le reti in mezzo allo specchio d'acqua grazie ad un argano sulla riva: quattro pali sorreggono la gigantesca rete che viene calata in acqua rilasciando la fune che la mantiene e facendo in modo che i pali si inclinino. Poiché la rete è troppo pesante quando è piena di pesci, due barche vi passano sotto quando è semisommersa per controllare la quantità di pesci e spingerli verso i bordi. I pescatori addetti allo svuotamento della rete vanno e vengono dalla riva remando coi piedi.

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Io e Loi parliamo per un po' di fronte ad un caffé: di belle donne, di ricchezza e povertà, di quello che fa la mia famiglia.
Loi mi porta a conoscere i suoi genitori che abitano poco lontano, sono contadini e coltivano un piccolo campo che gli permette di sopravvivere. Sono molto incuriositi dai miei occhiali da sole, quando arriva anche il fratello mi chiede se posso venderglieli per due dollari ma riesco a convincerlo che non sarebbe per lui un buon investimento.

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Ci rimettiamo in viaggio e dopo poco arriviamo alle cascate di Dray Sap e Dray Nur: dopo tanti fiumi dai torbidi flutti marroni l'acqua verde smeraldo è una piacevole sorpresa; faccio anche il bagno, nudo, l'unico essere umano nel raggio di chilometri. Penso. Spero.

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Quando torno Loi sta giocando (perdendo) a poker vietnamita che si gioca con tredici carte e mi pare si comparino due mani da cinque carte e una da tre ma non sono sicuro con quale criterio.

Sono le quattro, penso che la giornata continui con un altro villaggio ma invece Loi vuole controllare se qualcuno l'ha contatto via internet e ci ficchiamo in una lunghissima discussione sul page rank di Google, gli spiego come funziona e non mi molla più pensando che sia un luminare in materia ma almeno mi offre la cena, un ottimo hot pot, la versione potenziata del pho in cui tutto viene cotto in un brodo mantenuto bollente da un fornelletto.
È contento, si vede già in cima a tutte le ricerche di Google.

La terza giornata comincia malamente con un pessimo Nescafé che nella regione dove in teoria si trova il miglior caffé del Vietnam è proprio una scocciatura: mi viene in mente quel film in cui il bagaglio di Peter Sellers viene controllato all'aeroporto in Brasile e viene obbligato a gettare via il caffé liofilizzato che aveva portato con sé.

Sono comunque di ottimo umore. Visito il museo delle minoranze etniche di Buon Ma Thout, reso particolarmente interessante per l'orda di turisti vietnamiti che arriva e tocca tutte le suppellettili, sposta tutti gli oggetti in esposizione, suona ogni strumento attaccato al muro e si mette in posa dentro barche e costumi tipici, nel modo più casinoso possibile. A quanto pare si fa così; io cago poco la mostra e le foto della “liberazione” e mi soffermo sul busto dorato di Ho Chi Minh che troneggia all'ingresso del museo.

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Ripartiamo e dopo circa un'ora di viaggio su una strada in pessime condizioni ci fermiamo ad un matrimonio che avrà all'incirca cinquecento invitati, come visitatore straniero sono accolto con gioia e curiosità. Una signora dal colorito vestito mi fa sedere ad un tavolo con altri uomini a sorseggiare té. La conversazione fa fatica a volare ma almeno ho il tempo di guardarmi in giro con calma. In Vietnam la gente deve mostrare la propria ricchezza come simbolo del proprio successo e i matrimoni sono l'occasione perfetta per farlo: più invitati ci sono e maggiore è lo sfarzo e più è accresciuto l'onore della famiglia. Resto per un po' e noto che per contrastare la bruttezza generale degli invitati è stata scelta una bella ragazza per dare a tutti il benvenuto agli ospiti: con un mezzo sorriso ed un inchino la topetta riceve a due mani le buste rosse contenenti un'offerta in denaro per gli sposi e le infila in un'urna. Il comitato di accoglienza è completato da quattro donne sfarzosamente vestite. Saluto e me ne vado, la sposa non arriverà per almeno altre due ore e non ho voglia di stare ad aspettare.

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Il villaggio della minoranza etnica che visitiamo poco dopo è proprio triste e la gente non è per niente disponibile, rubo la foto di una vecchia che si arrabbia e mi sento in colpa. Forse anch'io sarei abbastanza scorbutico se un paio d'anni fa il governo centrale fosse venuto a sopprimere con la violenza un movimento che chiedeva più diritti per le minoranze.

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Passiamo attraverso infinite piantagioni di alberi della gomma e di caffé, su uno spiazzo, ai due lati della strada un gruppo di persone tornate dai campi filtra il riso appena raccolto. Cammino lentamente tra di loro e, dopo un primo momento di diffidenza, ridono di felicità quando comincio a fotografarli, è un peccato non capire cosa si stiano dicendo tra una scoppio di risa ed un'altro.

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La strada migliora e arriviamo velocemente a Kom Tun, il posto non è male con un bella chiesa lignea e l'annesso orfanotrofio: visitarlo è un'esperienza sconvolgente, 211 bambini che ti saltano attorno allo stesso tempo e ti chiamano papà. Una ragazzina molto bella vestita di blu resta vicino a me mentre parlo con le grasse maestre e poi mi accompagna a vedere i bambini più piccoli che mi si gettano addosso con furia e gioia tanto che riescono a buttarmi a terra. Vogliono essere fotografati, abbracciati, che si giochi con loro che te ne porti via uno o due o tre. Wow, dopo qualche minuto l'esperienza è un po' troppo intensa e scappo via chiedendomi come possa essere la vita in un orfanotrofio.

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Il quarto giorno mi sveglio molto stanco e quando sono stanco sono anche di malumore, non ho proprio voglia di salutare tutti i bambini per strada a sto giro ma cambio rapidamente idea appena ne incontriamo qualcuno: salutano per primi molto gioiosamente. Facile ritrovare il sorriso.

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Turistata: visita ad un vecchio del posto che parla uno strano francese, mi chiede quanto disti l'Italia dal Canada e suona uno xilofono di bambù per mio uso e consumo. Ride tanto e con lui la sua decrepita moglie.

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Imbocchiamo l'Ho Chi Minh trail, il sentiero, allargato solo in questi ultimi anni a dignità di strada, usato durante la guerra del Vietnam per aggirare le postazioni americane. Abbiamo preso in prestito questo territorio dal Laos durante la guerra, mi dice Loi, ma ci siamo scordati di darglielo indietro una volta finita. Non dire a nessuno che te l'ho detto però perché sennò mi mettono in galera. Tutti con l'acqua in bocca, mi raccomando.

Sull'Ho Chi Minh trail la strada è in ottime condizioni, bellissimi gli scenari di montagna e tanti sono i villaggi di minoranze etniche che si incontrano sul nostro tragitto.
Chiedo a Loi di fermarsi quando vedo dei bambini nudi che giocano in una pozzanghera. Quando ci fermiamo escono dal fango e corrono curiosi e felici verso di noi, un paio sono talmente eccitati che non pensano neanche di rivestirsi. Mi innamoro dell'unica bambina del piccolo gruppo, di una bellezza sconvolgente. Gli faccio un sacco di foto e loro ridono felici quando gli mostro il risultato.
Assieme a loro c'è un ragazzo più grande, avrà sì e no quindici anni, affetto da un pronunciato strabismo, ha le mani che paiono deformate dall'artrite e una serie di cicatrici tonde percorre la lunghezza del suo arcuato braccio sinistro. Fuma e sorride, non è esattamente fotogenico ma gioca con noi. Loi regala al ragazzo due magliette ed io con il mio zaino saldamente ancorato alla moto non trovo niente di meglio che offrirgli del denaro, i pochi spiccioli che ho nel portafoglio. Mi sento in colpa e continuo a pensare a quest'incontro.

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La sera, nel sonnolento villaggio di Kham Duc, Loi mi offre un serie molto lunga di birre, gli regalo una maglietta e decido che al momento del pagamento finale gli darò una lauta mancia, quanto basta per invitare a cena la moglie nel loro ristorante preferito e per comprare vestiti, spazzolini e dentifricio (per evitare che quei magnifici sorrisi marciscano con gli anni), un pallone e per stampare le foto ai bambini del fango affinché possa fargli un regalo in occasione del suo prossimo passaggio. Non dubito che lo farà.

Ultima colazione e ultimo caffé con Loi.
Sull'Ho Chi Minh trail ci fermiamo in casa di due anziani, lui il più grande cacciatore della regione, lei la più grande fumatrice probabilmente. I teschi degli animali uccisi dal marito fanno bella mostra di sé sul soffitto della loro misera capanna, anneriti dal fumo e dagli anni.

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Il viaggio prosegue senza troppe sorprese, penso spesso ai bambini che ieri giocavano nel fango e alla mia futura vita. C'è tempo per prendere una decisione qualsiasi.

Arriviamo ad Hoi An in stile, moto rombante e sguardi curiosi. Mentre scarichiamo la moto una ragazza inglese dalle lunghe gambe e dai piedi scalzi mi sorride dalle scale dell'hotel: welcome to civilization.
Dopo cinque giorni di cibo vietnamita ci mangiamo finalmente una bella pizza e ci salutiamo affettuosamente: Loi è stato per me come il Prabaker di Shantaram in questi giorni passati assieme in chilometri e chilometri di buche e animali che ti attraversano la strada all'ultimo minuto. Gli pago il viaggio e gli spiego cosa deve fare con il resto dei soldi: appena porto il prossimo turista cerco il ragazzo con le cicatrici, non ti preoccupare. Ciao Loi, buon ritorno.

Faccio un giro per Hoi An: la città è molto bella ma l'ammasso di negozi di souvenir e la mancanza di sorrisi mi deprimono, dopo cinque giorni passati in un altro universo mi sento un po' fuori posto.

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3 responses to Easy rider
  1. daylight says:

    Interessantissimo! grazie e complimenti!

  2. burtsbees says:

    complimenti davvero!

  3. anonimo says:

    Leggo delle tue avventure la notte prima di crollare a letto dopo la giornata intensa, e concedo che la mia mente voli a quei posti lontani che stai vivendo in modo così intenso!
    buona continuazione di viaggio Teo

    Ste