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Essere libanesi

Oggi è il giorno in cui il governo guidato da Saad Hariri è andato in crisi dopo che dieci ministri appartenenti ad Hezbollah (più un undicesimo di un'altra fazione) hanno dato le loro dimissioni. Ed è anche il giorno in cui ho capito cosa voglia dire essere libanese.
 
Piccola storia a ritroso del Libano.
Saad Hariri è il figlio dell'ex primo ministro Rafic Hariri che nel 2005 è stato fatto saltare in aria con un camion bomba (il 2005 è stato un anno infausto a base di continui attentati che hanno ucciso decine di persone “sgradite”). L'attentato ha avuto la conseguenza di creare un movimento popolare che ha portato il figlio dell'assassinato sul palcoscenico della politica libanese.

Sin dai primi momenti della protesta di piazza sono stati additati come responsabili la Siria e gli Hezbollah: la Siria perché, dopo aver controvoglia ritirato le proprie truppe dal Libano negli anni Novanta, vedeva diminuire la propria influenza su questa zona di Medio Oriente; gli Hezbollah, una fazione sciita appoggiata dall'Iran (varie le foto di un Ahmadinejad sorridente lungo i viali di Beirut), perché accusavano (forse giustamente, ma la pena è stata un po' severa) l'allora primo ministro di aver svenduto il paese all'Arabia Saudita (sunnita).
Sentimenti popolari questi, nessuna verità forse, ma è quello che la gente dice per strada e si grida in faccia nelle discussioni all'interno dei fumosi caffè.
La crisi di governo è stata scatenata dall'imminente decisione che il tribunale internazionale, incaricato di investigare sull'assassinio di Rafic Hariri, presto annuncerà: Hezbollah si vede già additato e con il ritiro dei propri ministri chiede a Saad Hariri di sconsacrare il tribunale internazionale ed evitare che alcuni dei suoi membri possano essere condannati per quello che loro dichiarano essere un complotto ordito da Israele e dagli Stati Uniti.
Ecco, se aggiungete che il Libano è reduce da una guerra civile durata quindici anni combattuta tra musulmani e cristiani maroniti (principalmente) e che alla fine dell'impero ottomano era un protettorato francese avrete un'idea di quanto sia incasinata la Polveriera del Medio Oriente, perché questo è il Libano: un paese che potenze straniere hanno scelto come campo di battaglia per una nuova guerra fredda che rischia di esplodere ad ogni momento. Ognuno vorrebbe dire la sua e tra iraniani, israeliani (o sionisti che dir si voglia), siriani, musulmani, cattolici, arabi sauditi, francesi e americani sembra quasi che le vere vittime di ogni decisione, i libanesi, siano esclusi da ogni possibile scelta: non esiste in Libano una classe politica forte capace di prendere in mano la situazione e liberarsi dalle ingerenze degli altri paesi. Insomma, capire il Libano è capire il Medio Oriente.

E vivere a Beirut in questi giorni drammatici aiuta a capire cosa si provi ad essere libanese: mancanza di sicurezza e di prospettive, l'incertezza del futuro, la paura che nuovi scontri possano massacrare e dividere famiglie e al contempo una voglia di vivere e di divertirsi per cercare di dimenticare che tutto può da un attimo all'altro sprofondare nella più sanguinosa confusione.
La notte, dopo le mille discussioni avute riguardo alla situazione, fatico ad addormentarmi, mi chiedo che fare, temo che la situazione precipiti e quando finalmente riesco a chiudere occhio faccio sogni confusi a base di bombe e fucili. È questa la notte di ogni libanese? Sono questi i pensieri che si agitano nella testa delle persone che incrocio per strada?

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