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Goa: grammatica e addii

Tutti dicono “vado a Goa”, “che bella Goa”, “che schifo Goa” e il grammatico che c'è in me aveva quindi dedotto che fosse una città: in realtà è uno stato dell'India e poiché questa è una dittatura basata su una corretta sintassi d'ora in poi dovrete tutti dire “il Goa” (anche se non ho ancora deciso definitivamente se usare il maschile o il femminile, però visto che per gli altri stati indiani che finiscono in -a si usa l'articolo maschile propendo per la prima opzione) e il complemento di moto a luogo si costruisce con “in”. OK? Tutti d'accordo? Non fatemi l'esempio di Cuba che è un'altra cosa per favore. Ho anche scritto all'Accademia della Crusca per avere conferma, nel frattempo spero che la cosa non vi tolga il sonno come l'ha tolto a me (grazie Chinna di essermi sempre stata vicina e di avermi detto di non rompere i coglioni e di tornare a letto) ma fatemi il piacere di seguire queste regole. Altrimenti andatevene a leggere uno di quei blog che hanno ufficialmente bandito il congiuntivo e il condizionale e amici come prima.
Insomma, ho sempre pensato che la città di Goa, fosse l'epicentro di tutto il male indiano, una specie di Sodomaegomorra al cubo in cui orde di stupidi turisti grassi e rossicci si dirigono per drogarsi, ubriacarsi e ballare come dei cretini su dei rumori senza parole a seimila bpm portando gli occhiali da sole anche se sono le tre di mattina; mi immaginavo una lunghissima spiaggia inondata di musica distorta dove stuoli di teenager e backpacker (o adolescenti e saccopelisti se preferite) si rotolano nella sabbia cercando di fare sesso con qualche sconosciuto prima di vomitargli addosso (che schifo la sabbia).
Invece lo stato di Goa non è poi così male: sempre pronto a bacchettare la mia immaginazione e a distruggere i miei preconcetti.
Sarà che sono arrivato fuori stagione ma mi trovo in una regione dai ritmi tranquilli, che molti stranieri hanno eletto a residenza permanente, con spiagge poco affollate e dove la gente va a letto alle dieci perché tanto non c'è una mazza da fare. Ecco, questa è stato il Goa per me, una parentesi di pace in un'India altrove caotica e asfissiante. Anche gli indiani qui, più abituati ai turisti, sono meno pesanti e con la loro parlata in cui risuona un influsso portoghese chiamano i turisti baia (fratello) e le donne didi (sorella).

Chinnamasta aveva scelto come propria base Palolem e, visto che nei suoi ultimi giorni indiani voglio lasciarle l'illusione di avere avuto voce in capitolo sulle decisioni del viaggio, torniamo in questo paesiello e lascio che le sue descrizioni lo introducano nel mio immaginario. Non è male. Certo, ci sono un po' troppi israeliani per i nostri gusti, che ci salutano sorridenti pensando che siamo dei loro e poi se ne vanno maleducatamente senza aggiungere una parola dopo che gli facciamo presente che no, si sbagliano, che forse è meglio riattivare il cervello spento dal THC e parlarci in inglese (o in italiano, a loro scelta) e sulla spiaggia e nel resto della città fremono i preparativi per l'inizio della stagione, si costruiscono bungalow e negozi di souvenir che forse davvero trasformeranno questo posto nel troiodomo che mi ero immaginato, ma per il momento il ritmo è rilassato ed è una piacevole pausa rispetto alla frenesia che ha spinto il nostro peregrinare motociclistico (quando sarò vecchio e starò riscrivendo questo blog sulla Cosa che prenderà il posto di Internet cercherò di rendere la frase precedente ancora più lunga e di difficile comprensione, per il momento accontentatevi). E sul lungomare ci sono dei bagnini (poco affidabili invero) alla Beiuòtch.
Dopo tanto viaggiare ho bisogno di una vacanza (e qui sento delle onde di insulti attraversare lo spazio che ci separe e atterrarmi direttamente sul coppino) e svaccarmi sulla spiaggia senza far niente sembra quasi un ideale di vita.

Goa: grammatica e addiiGoa: grammatica e addiiGoa: grammatica e addiiGoa: grammatica e addii
L'ultimo di giorno di Chinnamasta a Palolem, prima di ripartire per Mumbai da dove si imbarcherà su un razzo per la Chinnamastonia, è perfetto. Mentre stiamo mangiando in un ristorante sulla spiaggia il cielo si oscura all'improvviso, dei lunghi fulmini tagliano l'orizzonte in lungo e in largo (non m'è mai capitato prima di vedere delle saette orizzontali) e il monsone si scatena. In una corsa liberatoria Chinnamuzzola si libera dei propri vestiti e si getta in mare: pare stia facendo pace col mondo mentre la pioggia fredda si perde nel mare caldo attorno a lei. Dopo aver valutato attentamente le probabilità di morire per elettrocuzione decido di seguirla nel suo universo acqueo. Sta uscendo dall'acqua e viene verso di me sorridente. Raccolgo una cacca di mucca e gliela tiro addosso. Purtroppo (e con mio grande stupore visto che “agilità” non è esattamente una delle prime quindici qualità con cui descriverei Chinnamarella) la schiva e ride, mi insulta anche un po': “sei proprio una persona brutta!”. Ritorniamo tra le onde mentre la pioggia incomincia a scemare. Siamo gli unici in mare e assaporiamo così, con dei rivoli che ci scendono sul visto, uno dei nostri ultimi momenti assieme. Chinna, sai che sono un duro ma mi mancherai.

Dopo una notte orribile passata col ventilatore rotto, Chinna mi saluta all'alba: ha deciso di fare la donna di mondo e mi dice di non preoccuparmi, che salirà su un taxi o su un autobus fino a Margao da dove prenderà il treno fino a Mumbai. La vedo sparire con lo zaino in spalla mentre chiude la porta dietro di sé. Conto fino a seicentododici e qualcuno bussa alla porta: Chinnamarella non ha trovato nessun taxi o tuktuk di sorta a quest'ora e mi chiede di fare un ultimo giro su Arianna. Tutto gongolante per la mia rinnovata utilità mi vesto nel giro di tre secondi. Lo speravo e quasi lo sentivo: mi sarebbe spiaciuto vederla sparire così. Arianna, finalmente sollevata di sbarazzarsi della sua rivale in amore, parte al primo colpo e accompagnamo la bella Chinnamasta tra le colline del Goa fino alla stazione di Margao.

C'è un po' di imbarazzo: ci salutiamo, questa volta siamo sicuri che non ci vedremo alla prossima tappa, ci abbracciamo penso, ci diamo anche un bacio direi. Sale sul vagone e non mi sembra ancora giusto abbandonarla: pronunciamo vuote parole senza senso attraverso la grata del finestrino mentre con le dita ci sfioriamo. Il treno comincia lentamente a muoversi e mi piacerebbe dire una di quelle frasi che si ricorderà per tutta la vita, una massima poetica che racchiuda tutto il significato del nostro viaggio assieme, che contenga in sé tutta l'essenza dell'India che abbiamo vissuto tra mille alti e bassi, tra i momenti di piacevole sorpresa e quelli di stanco fastidio, gli occhi sgranati e i cuori stretti.
Ma non dico niente. Le parole mi muoiono in gola.
Le lancio uno sguardo molto esplicito che non vuol dire assolutamente niente.
Lascio che il treno ci separi e si allontani sferragliando.
In un assordante silenzio.
E nessun massima che resterà stampata a fuoco nei nostri ricordi.
Meglio così, anche perché le uniche parole che mi erano venute in mente erano “mi raccomando” che non sono esattamente memorabili.

Boh, ricordatevi la separazione in quel film che v'è piaciuto tanto e immaginate che la nostra sia andata così.

Ciao Chinnamasta, sei stata un'ottima Chinnamasta.
 

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