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Guiyang? No, An Shun

Tutti i viaggiatori che si recano a Kunming proseguono poi verso Dali, Lijiang, Shangri La, nel nord ovest dello Yunnan. Io ovviamente decido di fare diversamente: un po' perché questi posti mi sembrano un surrogato del Tibet, che spero di visitare in seguito, un po' perché voglio raggiungere Shanghai via terra e sarà il caso che cominci a dirigermi verso est, un po' perché voglio uscire dalla Cina turistica, punto a caso un dito sulla mappa della Cina che sembra ad una distanza ragionevole, scopro che lì ci arriva un treno notturno e decido di recarmi a Guiyang.

Leggo su una guida del 1929 che Guiyang è la capitale cinese dei tagliagole e dei borseggiatori e che la città in sé non ha niente di interessante, per non parlare dei dintorni che sono un noioso marasma industriale: ottima scelta. Sulla stessa linea ferroviaria si trova però An Shun, posto a quanto pare più gradevole e da cui si possono raggiungere delle famose cascate e la più grossa grotta di tutta la Cina.

Scrivo sul biglietto del treno la mia reale destinazione sperando che qualcuno mi butti fuori al momento propizio. Salgo sul treno e mi arrampico sulla cuccetta, maledico chi mi aveva detto che al terzo piano c'è più spazio: riesco a malapena ad entrarvi e stare seduti è impossibile ma il materasso è comodo e il treno sorprendentemente pulito. Mi addormento.

Quando mi sveglio, scendo dalla mia cuccetta e guardo fuori dalla finestra seduto su uno degli strapuntini. Un grasso cinese che si è appena svegliato mi batte una pacca sulla spalla e si dirige verso la fine dello scompartimento per fumare e scatarrare. Quando torna ripongo il computer e comincia a parlarmi, nonostante manifestamente non capisca una sola parola di quello che dice continua e continua, tiro fuori la mia guida con la sua scarsissima sezione dedicata ai dialoghi me la prende di mano dopo che ho cercato di leggergli svariate volte “non capisco quello che dici”, la consulta per dieci minuti e la prima frase che sceglie per rompere il ghiaccio è “qual è la tua professione?”: bella domanda per intavolare una discussione. Dopo altri dieci minuti di ponderata scelta, contentissimo, mi fa vedere la frase “è stato proprio un piacere conoscerti”: anch'io caro mio, la conversazione ha fatto un po' pena ma anche per me è stato un piacere. Poi mi mostra un messaggio sul suo telefonino con su scritto “Hello! Nice to meet you! I love you!”. Mi irrigidisco leggermente e gli spiego che allo stato delle cose non me la sento, sono impegnato, insomma, non è che tu non mi piaccia ma preferisco restassimo amici. Inutile dire che quando scendiamo alla stessa stazione declino gentilmente quelle che penso siano offerte per andare a stare a casa sua: nei primi due giorni di Cina ho già sentito troppe storie di omosessualità con oggetto il bello straniero.
Mi dirigo in un letamaio vicino alla stazione con cessi alla turca: è l'hotel più caro che abbia mai pagato dall'inizio del viaggio e forse anche il peggiore. La Cina, almeno per il viaggiatore, è molto più cara di quanto mi aspettassi, solo il cibo resta veramente a buon mercato.

Dopo un momento di riflessione nella misera stanzuola, guardo il cielo plumbeo e mi dico che oggi non è tempo da cascate e mi dirigo verso le famose grotte di Zhi Jin. Trovare la stazione degli autobus di An Shun è già un'avventura in sé e il viaggio in autobus fino a Zhi Jin tra incolonnamenti dietro camion stracarichi di carbone, uno pneumatico a terra, lavori in corso e gente che rinnova la casa e decide che il posto migliore per scaricare i mattoni che gli serviranno è il bel mezzo della strada (c'è tutto un villaggio che ha deciso di rifare la casa allo stesso tempo e per fare trecento metri ci mettiamo mezz'ora, con lo scarico nero dei camion che affumica i poveri passanti).

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Arrivo a Zhi Jin ma devo ancora trovare il metodo per arrivare alle grotte che sono ad una quindicina di chilometri cinesi (1 km in Cina tra traffico, buche sulla strada grosse come pentole e l'incomprensione dell'impenetrabilità dei corpi per l'autista medio = 5 km normali): visto che sono in ritardo contratto con un motociclettaro fuori dalla stazione il costo del passaggio e poi un altro si getta su di me per portarmi alla metà del prezzo, affare fatto! Sto picio è lentissimo, non solo va a trenta all'ora (probabilmente per non consumare troppa benzina) ma ogni volta che c'è una discesa spegne direttamente il motore e non lo riaccende finché non siamo quasi fermi. Sono abbastanza esasperato e temo di perdere l'ultimo autobus per tornare ad An Shun: gli faccio eloquenti gesti indicando l'orologio con un indice bello teso che alterno ad un movimento verso l'alto del polso destro che vuol chiaramente dire “sgasa un po' razza di pirla che sono in ritardo” ma in tutta questa chiarezza gestuale lui non capisce una mazza e addirittura si ferma per chiedermi delucidazioni, in cinese ovviamente. Vabbe', fai come vuoi, vai alla tua velocità, basta che andiamo.
Arriviamo alle grotte un'ora dopo e la certezza di aver perso l'ultimo autobus per tornare nella mia dimora si fa concreta quando allo sportello dove compro l'esoso biglietto (costa più di un biglietto per entrare al Louvre…) mi annunciano che il giro che faremo durerà due ore. OK, ultimo autobus perso, penserò dopo al da farsi per non rovinare la visita alle grotte.

Le grotte sono proprio impressionanti, vale la pena di farsi questo sbattimento tra una strada dissestata ed un'altra. Ci sono diverse gigantesche sale che si aprono alte e maestose dopo aver imboccato stretti passaggi, le formazioni di stalattiti e stalagmiti al loro interno sono quanto di più vario si possa immaginare e tra forme di alberi di Natale, coralli e funghi l'immaginazione vaga come su un prato ad osservare le nuvole e tra le rocce costruite dal lento lavorio della goccia si scorgono figure di uomini a cavallo, guerrieri vichinghi, meduse, soldati di guerre spaziali, alieni tentacolati, tende, coltelli, totem indiani, personaggi biblici, bonzi tibetani, maghi dal lungo naso, balie con cuffie di pizzo che curano bambini, viandanti solitari, vecchi saggi sumeri e mostri mitologici.

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La passeggiata è lunga e per fortuna il gruppo in cui sono è piccolo. Non parlo a nessuno ma alla fine del giro, quando siamo quasi arrivati all'uscita prendo la ragazza che ci fa da guida per l'orecchio, la sollevo e le dico “adesso ripeti tutto in inglese, capito?”. Lei ride e si batte la testa ma la guida continua in cinese. Quando però usciamo all'aria aperta mi fa cenno di abbandonare gli altri e seguirla (cheffai? Mi porti nel boschetto?) e ci sediamo su una panchina ad aspettare il resto del gruppo intavolando una stentata conversazione in inglese. Se non altro le faccio capire che ho perso l'ultimo autobus: mi affida ad una coppia di giovani cinesi, lui, Jie, parla più o meno inglese, insiste addirittura per pagarmi il biglietto della navetta fino a Zhi Jin ed una volta arrivati sul posto senza che gli chieda niente si offre di aiutarmi a cercare un hotel. Troviamo una bettola sulla strada principale che non accetta gli stranieri: Jie tira fuori la sua carta d'identità e dice al tipo della reception di usare il suo di nome. Promemoria mentale: farsi una finta carta d'identità cinese per eventualità del genere.
Grazie, Jie. Gli propongo di venire a cena con me per potermi sdebitare ma lui fa la faccia che facevo io da bambino quando fingevo di stare male e millanta un forte mal di testa socchiudendo gli occhi in una fessura. Lo guardo, guardo la fidanzata che è proprio caruccia e capisco, non lo biasimo. Ci salutiamo e mi lascia il suo numero di telefono, io l'e-mail.

La sera esco alla ricerca di un internet café ma quelli che trovo sono vietati agli stranieri: bisogna avere una carta d'identità cinese che viene passata sopra un lettore magnetico per poter accedere ad internet (ragion di più per procurarmi una finta carta d'identità o rubarne una), il Grande Fratello deve sapere che siti visiti: preoccupazione un po' esagerata visto che la maggior parte dei cinesi dietro gli schermi pare solo interessata a giochi di ruolo online o a partite di poker virtuali, o forse sprecano così il loro tempo inconsci della libertà che non hanno. Dopo molto girovagare ed un po' arrabbiato entro in una copisteria e mi fanno usare il loro computer. Resto mezz'ora e quando gli chiedo quanto sia per l'uso di internet si fanno schermo con le mani ondeggianti, un doppio saluto che significa gratis: forse dovrei cambiare attitudine coi cinesi.

Sono le nove e mezza di sera quando torno in hotel e la strada è piena di bambini che tornano da scuola (?).

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2 responses to Guiyang? No, An Shun
  1. NoRupies says:

    una volta presi a parlare con un tizio dopo che per quasi tutta la cena (che al medina hotel si serviva comunitaria) nemmeno mi ero accorto fosse italiano. eravamo a gilgit e il tipo solo da pochi giorni era arrivato attraversando la frontiera al kunjerab pass; mi disse che per quanto lo riguardava aveva trovato i cinesi molto razzisti; non sò te.
    lo sò, ho allungato sto commento come il brodo, ma tutto sommato il tempo non dovrebbe mancarti…  ah: prenditela comoda, in questo momento qualunque merdoso hotel della bottom end in LP è sempre meglio che stare in italia

  2. andlosethenameofaction says:

    A dire il vero ho trovato i cinesi molto gentili e disponibili… quando riesci a fargli capire cosa ti serve! Per quanto riguarda il razzismo è vero che si credono un po' gli eletti, gli abitanti della terra di mezzo, il centro del mondo ma sono molto rispettosi verso gli stranieri che chiamano "laowai", un termine abbastanza affettuoso che significa per l'appunto "rispettabile straniero".
    Vediamo come va il resto del viaggio in Cina…