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Hasankeyf inaccessibile?

Arrivo ad Hasankeyf. Deludo il vecchio che vuole affittarmi una camera per la notte chiedendo se posso semplicemente lasciare i bagagli in sua custodia. Chiude il registro che già aveva aperto e mi fa cenno di abbandonarli in un angolo.

Il fiume Tigri, minacciato di prosciugamento da una diga che vogliono construire a monte e pieno di rifiuti di plastica sulle sue rive (un'associazione sta campagnando perché la diga non venga costruita ma forse farebbe anche bene a far capire alla popolazione locale che il fiume non può essere usato come una discarica), scorre placido ai piedi della città vecchia: una serie di grotte scavate nell'impervia roccia a picco sul Tigri e delle abitazioni in pietra in cima a questo imponente massiccio.
Mi appropinquo al cancello d'ingresso del sito archeologico e mi fanno capire al grido di “danger! danger!” che non si può visitare, non capisco se a causa di qualche lavoro di manutenzione o per il pericolo di crolli. Peccato. Insisto vedendo delle persone muoversi in lontananza tra le rovine ma non c'è verso.
Faccio un giro per la città nuova ma dopo pochi minuti ho la sensazione di averne esplorato ogni metro quadro. I bambini qui giocano ancora alla lippa.

Hasankeyf inaccessibile?Hasankeyf inaccessibile?Quando mi dico che forse è ora di lasciare Hasankeyf imbocco per caso un piccolo sentiero alle spalle della città che passa attraverso delle grotte annerite da fuochi preistorici e continua poi sinuoso attraverso due pareti rocciose. Il cammino continua a lungo e diventa sempre più piccolo mentre le montagne che lo affiancano si fanno sempre più incombenti fino a diventare un vero e proprio canyon. Non mi sorprenderebbe se questo spazio angusto si aprisse all'improvviso su una radura piena di brontosauri (o allosauri che dir si voglia) e pterodattili. Niente dinosauri: lo spazio tra le due pareti di roccia si allarga e degrada; abbandono il sentiero che continua tra i due declivi per arrampicarmi su una delle due montagne. Dalla vetta godo di una bellissima vista e noto che forse è possibile accedere alla città abbandonata da questo lato. Scendo, a fatica, perché vorrei evitare di precipitare nel vuoto. Cammino per una buona mezz'ora e poi noto con rammarico che delle ripide pareti rocciose impediscono l'accesso al cumulo di rovine che avevo visto dalla cima dell'opposta montagna, la prospettiva dalla vetta deve avermi ingannato. Alcuni ragazzi dalle improbabili pettinature che incrocio mi svelano però, con l'affanno dei fumatori incalliti, che è possibile accedere alla città abbanonata seguendo delle tracce lungo un sentiero che mi indicano: “vedrai come salire”, mi dicono prima di abbandonanarmi, “e se ti trovano nella città vecchia, al massimo si arrabbiano ma no problem”. Percorro un lungo tratto in salita fatto di rocce franate e cocci. A fatica arrivo ai piedi della città e scopro il punto d'accesso: un muro dove alcuni massi sono stati impilati per ridurre la distanza dal bordo, ma non esattamente un acesso facile, dalla punta dei sassi fino alla cima ci sono almeno tre metri da scalare. Un conto è arrampicare quando hai le tue strette scarpe da scalata e un bell'amico forzuto che ti assicura la vita, un altro è tentare di scalare con delle calzature non propriamente stabili, una parete coperta di sabbia dall'aspetto particolarmente infido, con degli appigli che ti si sbriciolano tra le mani e con una macchina fotografica a tracolla. Dopo un primo volo senza troppi danni, con un successivo sforzo di volontà, riempiendomi completamente di polvere, riesco a salire. Sono completamente ricoperto di tracce bianche lasciate dalla roccia dopo il gesto atletico della giornata.
Salgo e faccio una bella passeggiata nella vecchia Hasankeyf, un insieme senza soluzione di continuità di case franate, vecchie cupole che stanno in piedi per miracolo e cimiteri senza nome: per fortuna non incontro nessuno.

Hasankeyf inaccessibile?
Solo verso la fine incrocio un ragazzino e due ragazze che mi chiedono come sia potuto arrivare fin lì (loro devono essere riusciti a convicere i guardiani a farli passare) e li lascio a bocca aperta usando una di quelle parole internazionali che, in quanto moderna, non cambia troppo da lingua a lingua: helicopter. Le ragazze ridono e il bambino continua a ripetere helicopter! helicopter! mentre si allontana.
Passo gli operai che lavorano alle scale e non vedo tutto questo pericolo per i turisti nonostante alcuni costoni di montagna si siano staccati in quelli che paiono dei crollii abbastanza recenti.
Mi scrollo di dosso la polvere che ancora mi copre, compro un pacchetto di patatine e mi avvio verso il posto dove ho lasciato i bagagli. Incomincio a parlare con un altro turista quando fuori vedo un minibus in direzione di Midyat, lo saluto e scatto fuori. Il mio vicino di viaggio è uno storpio che al posto del piede destro ha un grosso cilindro di pelle nera; gli manca anche qualche dito e ogni volta che risponde al telefonino alza il braccio e si spinge il telefono contro la guancia, cacciandomi il gomito in bocca.

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