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Hoi An

Hoi An è stata dichiarata patrimonio mondiale dell'umanità nel 1999. Da quel fatidico giorno, tutti gli abitanti della città sono stati cacciati dal centro cittadino per far posto ad una serie di allegri negozi fotocopia, che vendono lanterne, cartoline e dipinti su carta di riso; hotel a trenta piani sono sbucati dalle viscere dell'inferno e su ogni tombino, porta, piatto, menu, pesce venduto al mercato fa bella mostra di sé il simbolo dell'Unesco. Tutto questo bel falsume turistico è accompagnato da flotte di autobus da cinquantadue posti che scaricano orde su orde di grassoni con guida megafonata nelle strette vie del centro, se non altro vietato al traffico (in orari però puramente casuali).
Tutto ciò non depone a favore del mio buon umore ma Hoi An, per quanto sia ad un passo da trasformarsi in una riproduzione a grandezza naturale di sé stessa, resta un posto particolarmente pittoresco, in cui resistono angoli di genuina bellezza.
Mi aggiro tra le vie del centro e con mosse feline evito gruppi di turisti francesi di mezz'età che parlano del traffico parigino (ohoo, siete in Vietnam, hallo!); faccio svogliatamente qualche foto poco ispirata ma poi mi immagino salotti (non necessariamente in Francia) con divani di velluto marrone, centrini sul tavolo e fiori finti in vasi di ceramica in cui vengono mostrate ad amici e parenti annoiati le stesse foto degli stessi monumenti famosi riprese dallo stesso angolo e allora decido che le mie devono sfuggire a questo destino impietoso cazzeggiando un po' con lo zoom. Chi vedrà le foto nel mio soggiorno con divano di velluto marrone, centrino sul tavolo e fiori finti (uccidetemi ora) se non altro non capirà cosa sta guardando, ed è un bene.

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La sera mi faccio purtroppo invischiare in una cena a base di saccopelisti americani che, forse per obbedire ai dettami di una qualche religione, devono eseguire alla lettera quanto la loro Lonely Planet gli consiglia di fare: con il mio miglior sorriso plasticoso mi sorbo, imbarazzato, dieci racconti di viaggio identici.

– E tu?
– Io sono appena arrivato, primo giorno in Vietnam, bello.
– Ma…
– Il primo ho detto, bello.

Un genio del Minnesota, per rendere la cosa ancora più fastidiosa, decide che “per conoscerci meglio” a turno tutti devono rispondere alla stessa domanda: cosa facevi prima di partire? Testa di ceppa, spero di non vederti mai più in vita mia, che te ne frega? Lui se l'è preparata, il bastardo, tira fuori qualcosa di interessantissimo, tipo fotomodello o sciampista, non mi ricordo, ma quando arriva il turno del tedesco che per mezz'ora ci parla del suo lavoro in una fabbrica per il trattamento delle acque reflue, io cerco di strozzarmi ingoiando il piatto di noodle di fronte a me in una sola bastoncinata. Purtroppo sopravvivo e quando arriva il mio turno punto il tedesco e dico: lo stesso, preciso preciso. Avanti il prossimo.
Fingo un attacco di psoriasi acuta e corro in hotel urlando.
La giornata se non altro termina su una nota positiva: l'inglesina dalle gambe lunghe è seduta su un cornicione a fumare una sigaretta; scambiamo due inattese chiacchiere.
È anche simpatica.
Buonanotte.

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