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Howraman e il mio nuovo passaporto

Howaraman non è impossibile
Il vecchio all'internet cafè me l'aveva detto: “impossibile andare ad Howraman in giornata” a meno, certo, di non sfruttare i suoi servigi da tassista ad un prezzo esorbitante.
E invece no, voglio farcela e senza fare il turista di lusso che si permette questa scorciatoia.
È effettivamente un viaggio infinito: il minibus che porta a Marivan (che si pronuncia “mariuan” il che m'aveva fatto pensare che il militare che in taxi con me da Khermanshah a Sanandaj fosse particolarmente liberale visto che si era congedato con un bel “now, me, mariuan”) è di una lentezza spaventosa e percorre i centoventuno chilometri di salite, curve e tornanti con una velocità variabile tra i venti e i quaranta all'ora. Cerco di concentrarmi sul paesaggio che all'inizio mi appassiona ma dopo qualche ora m'è venuto decisamente a noia.
Arrivo a Marivan all'una; anche qui mi vengono fatte delle proposte indecenti per essere trasportato nella noia di un taxi privato fino ad Howraman. Rifiuto e per puro caso incontro un ragazzo, dal tipico costume curdo, che si reca proprio ad Howraman: dopo aver passato una buona mezz'ora a presentarmi (anzi, a mostrarmi) a tutti i suoi amici del luogo e aver abbozzato improbabili discussioni in inglese mi carica su un fatiscente camioncino blu alla volta del villaggio che pare ancora irraggiungibile.

Howaraman non è impossibile
Se il minibus era lento, questo rottame blu lo è ancor di più e considerando che ogni tanto si ferma per caricare mercanzia di vario tipo per il villaggio e che a metà percorso facciamo pausa pranzo (che mi offrono loro, grazie!) quando finalmente arrivo ad Howraman non mi restano più di due ore di luce.
Faccio una passeggiata rapidissima ma intensa scattando foto a uomini che paiono usciti da un album di Tin Tin, vestiti dei loro abiti tipici composti dalla tuta curda coi pantaloni larghi, gilet con le spalline a corna (ah-a questa moda i grandi guru del pret à porter non l'hanno ancora scovata, cosa scommettete che se vedono queste foto la moda della prossima stagione sarà questa? Intanto fate le persone previdenti e modificate le vostre giacche migliori per anticipare le tendenze) e scarpe tarocche dell'Adidas.

Howaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileHowaraman non è impossibileQuando il sole scompare dietro le montagne che nascondono l'Iraq (il confine è a mezz'ora da qui) mi dirigo verso l'ingresso del villaggio alla ricerca di un mezzo per tornare verso Marivan. Passo di fronte alla caserma di polizia.
Errore.
Mi fanno cenno di entrare.
La macchina fotografica da queste parti non ha molti fan.
Mi fanno accomodare ed un poliziotto dallo sguardo cespuglioso che non parla neanche una parola d'inglese mi fa capire che vuole vedere le foto. Per fortuna non c'è niente di indiscreto, tipo un poliziotto nudo che violenta una capra o i piani segreti di un'installazione nucleare. Questo funzionario vuole semplicemente combattere la noia di un piccolo villaggio con l'attrattiva di un turista da importunare. Dopo poco arriva un altro ragazzo dalla pettinatura alla moda (iraniana) che invece parla molto bene inglese e mi fa capire, tra una domanda ed un'altra, che qui c'è finito per punizione. Il ragazzo trova che la mia pronuncia inglese faccia schifo e me le dice chiaro e tondo: “oh, la tua pronuncia dell'ultima frase era tremenda!”. Sarà. Mi fa sorridere. I due giocano al poliziotto buono e a quello meno buono e mi fanno un sacco di domande e cosa ci fai qui e dove vai e di dove sei e perché sei in Iran che ci fai con le foto eccetera eccetera. Altri quattro poliziotti sono nella stanza ma non aprono bocca: sono intenti a mangiare dei semi di girasole tostati, le infami pipas, che uno dei quattro ha buttato sulla scrivania del primo ufficiale. Non sono molto contenti che abbia lasciato il mio passaporto in hotel e il poliziotto meno buono mi fa un chiaro gesto con le braccia incrociate sopra la testa: prigione. Seeee adesso! Capisco che non corro molti rischi e comincio a prenderli bonariamente in giro “dai, scortatemi fino a Sanandaj e così vi faccio vedere il passaporto”. Non attacca e vogliono continuare a farmi perdere tempo. Poliziotto Meno Buono si tocca i capelli (faccia schifata) e la barba di tre giorni (faccia sorpresa e soddisfatta). Poliziotto Buono traduce: i capelli lunghi proprio non vanno bene però hai proprio una bella barba e anche dei bei baffi. Momento di silenzio in cui ridacchio, è il caso di dirlo, sotto i baffi e poi Poliziotto Buono fa un uscita che mi ripaga di tutto il tempo passato in questo stanzino e che anzi da un senso a questa stupida peluria che porto sul viso ormai da quasi due mesi: “la tua barba è il tuo passaporto per l'Iran!”.
Gongolo.
Gongolo, gongolo.
Si vede che i turisti inglesi che hanno sconfinato in Iran e sono tutt'ora in prigione non dovevano avere la barba.
Mi sorridono entrambi ma prima di lasciarmi partire Poliziotto Buono mi fa un'altra domanda trabocchetto:

– Cosa ne pensi di Poliziotto Meno Buono?

E capendo che ormai sono al sicuro e che non corro proprio rischi:

– Penso che né la barba né i capelli siano abbastanza lunghi…

E se la ridono.
Mi stringono tutti la mano (anche gli altri quattro criceti) e lasciano così andare l'intrattenimento della loro ultima mezz'ora.

Howaraman non è impossibile
Cammino verso la strada principale e dopo un primo tentativo fallito (un tizio mi chiede una cifra esorbitante per tornare verso Marivan) prendo un pulmino con dei ragazzi del posto che parlano bene inglese, soprattutto uno tra loro che fa il meccanico, ventun anni, col fratello immigrato illegale a Londra che sopravvive vendendo sigarette sul mercato nero. Mi svela che cinquanta persone di Howraman hanno lasciato il villaggio nell'ultimo anno. Per caso ho un libro in inglese nella tasca laterale dei pantaloni: il ragazzo con cui sto parlando lo sfila e lo tiene tra le mani più a lungo del dovuto, lo soppesa e lo rigira; capisco che un libro in inglese gli faccia gola e così glielo regalo, pregandolo di scrivermi una mail una volta che l'avrà finito per dirmi cosa ne pensa: “La morte a Venezia, e altri racconti” lasciatomi in eredità da Chinnamasta in India cambia degnamente proprietario (Chinna, spero non ti dispiaccia). Mi invitano ad andare a passare la notte a casa loro ma nonostante la prospettiva sia allettante e interessante preferisco tornare verso Sanandaj in serata.

Aspetto per un'ora che un taxi collettivo si riempia e poi alla velocità della luce ripercorro la stessa strada tortuosa che questa mattina avevo misurato a passo di lumaca. Le curve imboccate a centosessanta chilometri all'ora (non scherzo) muovono le stelle nel lembo di cielo sopra la valle in traiettorie altalenanti. Assieme agli altri passeggeri vengo sballottato ad ogni cambio di direzione e osservo un po' troppo da vicino gli abbaglianti dei veicoli che arrivano dalla parte opposta, ma nella nostra stessa corsia. Per sopravvivere mi aggrappo con le dita sbiancate alla maniglia sopra al finestrino e con gli occhi alla Cintura di Orione, che viene scagliata con violenza dietro la sagoma scura delle montagne, per poi riapparire all'improvviso e nuovamente scomparire.

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7 responses to Howraman e il mio nuovo passaporto
  1. anonimo says:

    Hai messo in viaggio anche un libro, bello. Verso quest'altra parte di mondo viaggiano colori, forme, rughe e sorrisi. Mille storie che si muovono. E' bello perdersi, raccogliendo tutto questo. Nel bene, nel male e nelle attese. Si riparte sempre, poi.

    Marte

  2. anonimo says:

    at least now we know where balmain got their inspiration for shoulder pads from. awesome shots, as usual. safe journey ahead. 

    lina

  3. anonimo says:

    Quindi mi devo far crescere la barba anch'io, prima di andare in Iran?? 🙂
    un bacione e a presto (sto diffondendo il verbo)

    Fatimà

  4. andlosethenameofaction says:

    @Marte: spero che il libro faccia un altro viaggio sotto forma di commento nella mia casella e-mail: il ragazzo a cui l'ho regalato, nonostante i miei moniti "guarda che mica è un libro facile" (che insomma, è Mann), dopo averne letto tre righe (dell'introduzione) ha sentenziato: "not difficult". Non potevo più oppormi.
    @Lina: hello you, I still have to write to you since Hanghzou: what a pity. Did you read the post with Google Translate and found out my comments on designers or is your remark pure coincidence? 
    @Fatima: no, niente barba per te, consiglio però di farti crescere un po' di gobba che secondo me qui hanno un po' tutte… mah, magari meglio di no và.

  5. anonimo says:

    coincidental.
    question, do the shoulder pads actually keep them warm? and what is it made of? i'll be in asia mid jan. let me know if you're heading that way. i'll make it up to you. 

  6. andlosethenameofaction says:

    I think it's felt but I have patted none to be 100% sure.
    Keep them warm? Naaah, just to make them supah-stylish!
    No darl, Asia will not see me again for a while: I'm heading down to ME and then Europe, Italy actually… but they tell me there are a lot of Asians there these days so if you want to meet there you will not feel out of place 🙂

  7. anonimo says:

    i'll go if the men are as beautiful as the place. you, my specimen, aren't enough. 🙂 love your travels. keep safe.

    much love, 
    lina