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Hué

“You are a lucky man!” continuano a gridarmi dietro gli autisti dei risciò che mi vedono in giro con le mie bionde compagne di viaggio. Sono molto appariscenti nel panorama vietnamita di donne minute dai lunghi capelli neri, attirano parecchi sguardi e proposte di matrimonio. L'approccio vietnamita è piuttosto diretto e non molto sofisticato: ce l'hai la ragazza o il ragazzo in Vietnam? No? Allora sposati con me. Ora, subito, adesso.
Magari un'altra volta.

Ad Hué non si possono fare due passi senza che un uomo-bicicletta ti si accosti e ti segua per chiederti, quasi implorarti, di saltare sulla poltroncina montata sul davanti e fare un giro della città: ti propongono di coprire distanze siderali a prezzi scontatissimi ma in realtà la città si gira benissimo a piedi. La loro tecnica commerciale consiste nello sfinire le proprie vittime con una serie di interminabili lagne, riuscire a mandarli via è un'impresa degna di nota quanto inutile perché li vedi sempre riapparire tre minuti dopo: la tiritera ricomincia da capo, come se niente fosse. Una lotta di nervi.

Hué è stata una delle città imperiali del Vietnam, un largo fossato e delle basse mura circondano la città che al suo interno contiene la cittadella imperiale e i quartieri privati dell'imperatore, dove solo i suoi eunuchi avevano il diritto d'entrare. Passeggiamo oziosamente e scatto qualche foto: ad Hué mancano la bellezza di Hoi An e il vibrante casino delle grandi città. L'unico avvistamento degno di nota è quello di una scolaresca in gita, tutte le ragazze sono vestite con una lunga tunica verde e fanno la classica foto di gruppo sotto la bandiera più grande di tutto il Vietnam.

HuéHuéHuéHuéHuéHué

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