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I dervisci di Konya

La fortuna m'ha portato qui proprio nel giorno in cui i dervisci di Konya vanno in scena: uno spettacolo organizzato dal comune in un grande e moderno centro culturale che è certo lontano dall'immagine di misticismo e raccoglimento che mi prefiguravo, ma meglio di niente. Andare alla ricerca dei veri dervisci, quelli che non si curano del turistame e che girano su loro stessi solo per entrare in comunione con Dio, sarebbe stata un'impresa lunga e faticosa, difficilmente avrei potuto bussare alla porta di qualcuno, presentarmi (“Ehi ciao!”), assistere alle loro rotazioni, fare due foto e andarmene. Mi accontento.

In passato ho visto solo due “dervisci”. Uno ruotava ad un ritmo forsennato sul tetto di un ristorante in Marocco, l'ho visto da lontano e m'è bastato.
L'altro invece appariva regolarmente a Damasco nel bar in cui andavo per connettermi ad internet: arrivava, si spogliava dei suoi abiti civili e andava ad intrattenere la gente a cena nel salone adiacente. Girava e girava e girava su sé stesso, dopo qualche rotazione si faceva lanciare quattro tamburelli colorati (sic) che alzava ed abbassava ad ogni passaggio creando così delle scie di colore ad ogni rivoluzione. Quando i tamburelli avevano ormai ricevuto la loro giusta dose di applausi li rilanciava ad un assistente e, continuando il suo moto, alzava la propria tunica per rivelare sotto di essa un'altra sottana (insomma, un'altra gonna, un'altra tunica, chiamatela un po' come volete) creando col movimento circolare l'impressione di avere di fronte una clessidra. Quando il colmo del kitsch pareva già essere stato raggiunto dal vestito sorgevano mille luci, dei led colorati, che lasciavano la loro scia ondeggiante galleggiare nell'aria. Insomma, non proprio una cosa tradizionale.

Visti i precedenti, a Konya temo il peggio.
Lo spettacolo si svolge in un moderno centro culturale che accoglie il turista con una famosa citazione di Rumi, scolpita nella pietra in tutte (non tutte, ci siamo capiti) le lingue: appari come sei o sii come appari.
All'ingresso una sorridente poliziotta mi regge la macchina fotografica mentre passo sotto il metal detector. Altri agenti con walkie talkie bloccano l'accesso al teatro; uomini, donne e bambini si ammassano sulle scale ansiosi di accaparrarsi i posti migliori. Appena autorizzano gli spettatori ad entrare un'onda umana si getta con foga verso il teatro, io vorrei tanto prenderla con più calma ma un po' perché mi piace assumere i costumi locali e un po' perché voglio un buon posto mi adeguo alla corsa forsennata, tiro qualche gomitata a destra e a sinistra, faccio lo sgambetto a quelli di fronte a me e gli corro sulla schiena, getto dei bambini addosso a delle vecchie per rallentare la loro corsa. Trovo un ottimo posto e con la gioia che si prova ad assimilare le usanze del paese che mi ospita, mi siedo serafico con un sorriso alla Mr. Bean.

Sembra di stare in un circo: la pista circolare è attorniata da ranghi concentrici di sedili.
Le luci si fanno soffuse ed uno ad uno entrano i dervisci. Dapprima un membro anziano dal grande turbante, che si posiziona su una pelle di pecora ad un'estremità della pista, poi tutti i “ballerini” con le loro tuniche nere e i lunghi cappelli di feltro a semicono, che si allineano alla sinistra del membro anziano.
Dopo un momento di silenzio, s'incolonnano tutti dietro al più vecchio e, a piccoli passi, formano un circolo. Ogni volta che un derviscio nel cerchio raggiunge un determinato punto, la postazione in cui si era fermata la loro guida spirituale, si gira e saluta con un lento inchino la persona che prima si trovava alle proprie spalle. Così per tre giri completi e molti inchini.

I dervisci di Konya
Quando il membro anziano torna alla sua posizione iniziale, altri dervisci entrano in pista e si allineano di fianco agli altri già presenti. Sono uomini di tutte le età; c'è anche un bambino che non sembra avere più di dieci anni. Solo uno tra di loro ha la barba (no, non il bambino di dieci anni). L'orchestra incomincia una musica lamentosa a base di flauti, percussioni, oud e voci potenti; i dervisci lasciano cadere le loro vesti nere (gesto che simbolizza l'abbandono del materiale per l'ascesa verso il divino, solo uno di loro mantiene l'abito nero) ed incomincia la sema: si presentano di fronte al ministro ed incominciano a ruotare, lentamente, dapprima con le braccia incrociate sul petto, poi le alzano dolcemente mantenendo le mani alla base del collo e infine le spalancano verso il cielo, piegando la testa da un lato e senza mai smettere di ruotare, un piede sempre incollato al suolo e l'altro usato per imprimere il giusto momento angolare. Una ventina di dervisci ruotano ad un ritmo blando ma abbastanza rapido da far svolazzare le loro vesti, mantenendo gli occhi chiusi e tracciando orbite che non vanno mai a scontrarsi col vicino: bianche stelle rotanti che disegnano costellazioni variabili. Il membro anziano gira tra i dervisci controllando che le rotazioni siano perfettamente eseguite.
L'effetto d'insieme è molto bello e l'espressione concentrata dei dervisci fa dimenticare le luci colorate, i flash delle macchine fotografiche (vorrei tanto andare da ogni flasharo a spiegargli che non serve a niente, ma sono troppi) e il fatto che una cerimonia religiosa venga ridotta a mero spettacolo.

I dervisci di KonyaI dervisci di Konya

I dervisci di KonyaI dervisci di Konya

La sema viene ripetuta tre volte. Ogni danza si conclude coi dervisci a gruppi di tre o quattro, l'uno accanto all'altro, a braccia incrociate, con le mani sopra le spalle. Dopo l'ultima si rimettono tutti in fila e viene intonata la preghiera conclusiva, anche il pubblico rivolge i propri palmi palme al cielo. Parecchia gente però approfitta di questo momento per lasciare la sala, con una mancanza di rispetto che mi stupisce. Quando la lunga fila di dervisci si incammina lungo l'uscita e i suoi membri, uno ad uno, si inchinano per salutare, la maggior parte delle persone ha già abbandonato i propri posti. Aspetto che anche l'ultimo dei dervisci abbia salutato per eclissarmi da un teatro ormai semivuoto.

All'uscita un uomo si china per prendere in braccio la figlia e lascia intravedere una pistola infilata nella cintola: ma non c'erano i metal detector?! E poi cos'è questa mania turca di andare in giro con la pistola (vedi Trabzon)? Magari me ne compro una anch'io da qualche bancarella, così, ricordo della Turchia.

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