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I giochi di Saigon

Nella torrida Saigon gli adulti lavorano interminabili ore, i ragazzi sfrecciano assatanati su scooter e motorini e i bambini giocano. Giocano in ogni possibile angolo della città: un gruppo rincorre un pallone sul bordo della strada, più lontano, sotto l'ombra degli alberi, alunne ancora in divisa si sfidano a pallavolo mentre il volano, popolarissimo, favorisce lo scambio intergenerazionale con nonni che pazientemente attendono le racchettate scoordinate dei loro nipotini.
Tutto ha un gusto un po' retrò: da noi tutto è inscatolato, riservato, lo sport si fa ma lontano da occhi indiscreti, qui (per mancanza di spazio? di strutture?) si fa in mezzo ai passanti che diventano occasionevoli spettatori.

Tra palle, palloni e palline lanciate capita di vedere anche esibizioni più strane.

Un gruppo di studentesse gioca al gioco della sedia ai bordi di un parco. In realtà la variante vietnamita del gioco della sedia si dovrebbe chiamare il gioco della ciabatta. Un gruppo di n bambine gira in tondo a n-1 ciabatte, la maestra in mezzo al cerchio intona una nenia e batte ritmicamente le mani, le partecipanti seguono la stessa cadenza e addocchiano la calzatura più vicina fino a quando, in un crescendo d'intensità viene dato il segnale in cui si devono gettare sulla ciabatta più vicina; tutte le tecniche, anche le più subdole, sono permesse per non essere escluse. La sfortunata che rimane senza ciabatta viene schernita e data in pasto al traffico. Pronte al prossimo giro. Via. Clap clap iaiaia. Urla di terrore in lontananza.
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Da un ponte sul fiume Saigon, un gruppo di ragazzini si tuffa nell'acqua marrone. Assisto solamente agli ultimi tuffi della giornata, il sole sta tramontando e il grosso del gruppo si sta ritirando verso casa. Quando dalla sponda urlo e faccio segno che si buttino per il mio masturbatorio piacere fotografico i pochi rimasti mi fanno cenni abbastanza eloquenti richiedendo un pagamento per poter assistere alla prossima esibizione. Scuoto la testa e sorrido, giocano al ribasso ma il prezzo che voglio pagare è zero; rivolto le tasche per farglielo capire ma loro sono molto più bravi: con una serie di insulti poco fantasiosi in un inglese stentato mi comunicano la loro reticenza a saltare ulteriormente.
Mi allontano facendo spallucce ma aspetto che mi venga tirata addosso una delle tante ciabatte che plasticosamente galleggia sulla torbida corrente. 
Non ricevo nessun proiettile, forse sono fuori gittata.

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Rrrrat, click, rrrrat, click, rrrrat, click. Un rumore molto simile a quello di un pallottoliere che si frantuma al suolo dopo un volo di due piani si fa sempre più vicino man mano che mi appropinquo al mio hotel. Mentre mi copro la testa, con sguardo perspicace cerco pezzi di pallottolieri sul marciapiede, ma non trovo niente. Faccio ancora qualche passo e mi rendo conto che in realtà questo suono è prodotto dallo shuttlecock.
Ahhh ecco, tutto chiaro adesso, no?
Lo shuttlecock è una specie di calcio-volano costituito da una serie di dischetti di plastica lievemente incurvati che fungono da molla e delle piume sulla parte posteriore che ne assicurano la direzionalità. A dire il vero il mio amico Sig. Gugòl, che di solito non dice stronzate, mi informa che shuttlecock è la traduzione letterale di volano in inglese, ma insomma, non è un volano e chiamarlo pallapiuma mi sembra un po' da fessi. Lo shuttlecock o Da Cau o  Jianzi che dir si voglia si gioca principalmente coi piedi e possibilmente cercando di colpirlo nella maniera più complicata possibile per apparire assolutamente stilosi: colpi di tacco, di suola dietro la schiena, in mezza rovesciata vanno per la maggiore ma i virtuosi si esibiscono in piroette o salti acrobatici prima di colpire lo shuttlecock e stupire gli astanti.
Sembra facilissimo e preso dall'entusiasmo decido di provare: corro in hotel, metto le mie migliori scarpette da shuttlecock, faccio due mosse di stretching tipo esercizi coreani prima di entrare in fabbrica e mi getto tra i giocatori più bravi. Saltello sul posto per riscaldarmi e come quei bambini che sono sempre scelti per ultimi faccio di tutto perché qualcuno mi noti e mi chieda di giocare assieme a loro. Ovviamente non succede ma non demordo, l'unica persona che pare disponibile è una bambina di circa nove anni: anche se non mi sembra un'avversaria degno del mio calibro decido di misurarmi con lei.
Faccio p-e-n-a.
Le rare volte in cui prendo lo shuttlecock al volo lo mando o in strada, o dietro di me o su un albero.
Il facilissimo colpo di suola carpiato dietro la schiena a questo punto, magari, lo provo la prossima volta.
La pazienza della bambina dura più o meno cinque minuti.
Un altro ragazzo si impietosisce e, con una tenacia degna di nota, riesce a farmi colpire lo shuttlecock in maniera più o meno decente dopo solo mezz'ora di tentativi.
Non ti scoraggiare, mi dice, continua così e tra due anni riuscirai a mandarlo dritto.
Forse.

Lo shuttlecock è uno sport molto popolare in tutta l'Asia: presto anche in Europa spopolerà e prenderà il posto del curling nel cuore di noi tutti.
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4 responses to I giochi di Saigon
  1. anonimo says:

    Intanto che tu cerchi di evitare i pallottolieri che cadono da edifici effettivamente strettissimi, qui a Londra molti banchieri sono pure preoccupati da un pallottoliere (Abacus, una obbligazione probabilmente fraudolenta) … tristezza.
    Buon viaggio !!!
    filo

  2. anonimo says:

    Grande Matte!
    Aspettavo con ansia tue notizie e impressioni.
    Devo dire che mettersi dalla parte dello spettatore fa un pò male anche se i tuoi racconti sono bellissimi e mi sembra di vederteli raccontare con la tua rrrrrrrrrrrr.
    Comunque io e Marta ci consoliamo con una settimana a Sharm di assoluto riposo e calore che qui a Zena il freddo e la pioggia ci hanno rotto!
    Tienici aggiornati.
    Un salutone

    Matteone

  3. anonimo says:

    Matteo,
    mi fa piacere avere tue notizie. Non aver fretta, ma non mettere troppo le radici.
    Ti seguiro' con un po' d'invidia
    A presto

    Daniele

  4. anonimo says:

    E bravo Matte, blog sia!
    Che bello ritrovarti in questo diario di viaggio, in cui misteriosamente hai ritardi da recuperare (???) eppure il tempo per osservare e scrivere, regalare qualche foto alla nostra immaginazione e sincera invidia…meglio: empatia. GRAZIE! un abbraccio grande! Marta