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Il Pakistan, come un miraggio

Prima che si scontrasse con la dura realtà di visti negati (ambasciate, dovete bruciare tutte), immaginavo che il mio viaggio in India sarebbe terminato ad Amritsar per poi passare in Pakistan via terra tra Attari e Waga, l'unico posto di frontiera aperto tra i due paesi, poco distante dalla capitale punjaba. Ahimè, mi toccherà volare. O magari prendere una nave per il Sudan. Boh. Ancora non ho deciso. Non ho voglia di farmi tutti i vari paesi che finiscono in -stan, tornare in Cina non mi va, in Sri Lanka ci vanno tutte le frotte di backpacker che sono stati (come me d'altronde) costretti ad accorciare il loro soggiorno in India (alcune ambasciate Indiane, con criteri puramente casuali, non forniscono più visti della durata di sei mesi: vedasi il mio precedente commento sull'auspicio igneo). Farò un visto per l'Iran via internet decidendo nel frattempo sul da farsi. Probabilmente sarà quella la prossima destinazione ma in questo momento un paio d'occhi neri potrebbero portarmi ovunque. Divago. Insomma, niente Pakistan (almeno per questa volta), niente glorioso viaggio via terra fino alle porte di casa (dite alla banda cittadina di riposare le trombe e i tamburi), nessuna diretta esperienza di ospitalità e di gentilezza oltre l'immaginabile: nonostante mi senta un po' offeso dal fatto che gli amici pakistani non mi vogliano tra di loro (ma mi consolo con una delle mie tre massime di vita “non vado dove non mi vogliono”) resto convinto del fatto che il paese non sia come viene dipinto dai mezzi d'informazione più beceri e mi piace continuare ad immaginarlo come un posto di mille piacevoli sorprese, così come mi fu descritto da Antoine a Kunming o da Pazu a Lhasa o da Gioza (o come diavolo si chiamava, uno dei pochi israeliani con cui sono riuscito ad avere una conversazione civile… e poi un israeliano in Pakistan merita rispetto) a Orchha o come ho potuto carpire dai resoconti di NoRupies. Un'altra volta. Nel frattempo prometto di non usare più parentesi in questo post, anche se sarà dura. Neanche quadre.

Il Pakistan, come un miraggio
Insomma, sono ad Amritsar e il Pakistan, come un miraggio, è a poca distanza da me ma irraggiungibile. Per questa volta devo accontentarmi di un surrogato, di dare una sbirciata al paese attraverso una grata chiusa e non c'è miglior modo per farlo che assistendo alla cerimonia di chiusura della frontiera/abbassamento delle bandiere che si ripete ogni sera, al calar del sole. Centinaia di persone, una gran quantità di persone del luogo, indiane e pakistane, con l'abito della festa per dare la miglior immagine di sé, e un discreto numero di incuranti turisti in pantaloncini, si ammassano ai lati del confine su lunghi spalti per fruire al meglio dello spettacolo che viene messo in scena, in maniera abbastanza paradossale, nel tentativo di mostrare la propria superiorità al nemico. Gli uomini e le donne, da ambo i lati, devono sedersi su gradinate separate, solo ai turisti e ai VIP è permesso sedersi nella zona mista. Dal lato indiano gli spalti sono lunghissimi e siamo abbastanza lontani dal cancello che segna la frontiera col Pakistan, ma abbastanza vicini per poter ammirare gli occhi invasati e le espressioni preconfezionate dei soldati dei due schieramenti.

Gli altoparlanti sparano musica tamarra e nazionalista a tutto volume, alcuni lasciano i propri posti per ballare, qualche invasato si alza e comincia a urlare a squarciagola cercando di trascinare con sé una folla che batte le mani e si diverte nell'euforia generale. Alcune donne vengono scelte tra il pubblico: gli vengono date delle bandiere indiane e tra le ovazioni del pubblico corrono a perdifiato sventolandole fino al cancello divisorio e poi con un evidente fiatone, ma sempre col sorriso, tornano indietro il più velocemente possibile. Quando è una donna particolarmente anziana a prendere la bandiera e a sgambettare coraggiosamente come se il destino del suo paese dipendesse da quella solitaria, seppur breve, corsa il boato del pubblico è più fragoroso del solito e tra gli applausi e le urla vibra l'amore incondizionato per il proprio paese e l'astio, altrettanto genuino, per il tanto odiato vicino.
Pakistan e India, una volta uno stesso paese, vittime inconsapevoli di un errore di superbia che dura da sessant'anni: dividere un paese completamente frammentato, l'India, in funzione di criteri religiosi si è rivelato un disastro che ancora oggi fa tremare il mondo.

Quando il sole incomincia a calare, un urlo che dura un minuto, amplificato dagli altoparlanti risuona nell'aria: la cerimonia di chiusura del confine vera e propria sta per cominciare. I militari in alta uniforme, da una parte come dall'altra, fanno il loro ingresso di fronte al loro pubblico, suscitando scene di adorazione isterica. Questi militari, scelti tra i più alti dell'esercito per dare un'immagine poco veritiera ma imponente del proprio paese, sono in realtà consumati attori ed acrobati che con gesti ed espressioni da repertorio mostrano al proprio nemico quanto siano temibili tra urla, corse a culo basso e spalle immobili, passi dell'oca e slanci di gambe ritte che arrivano fino alla fronte minacciando legamenti lesionati ad ogni mossa: da ambo i lati indossano dei complicati copricapo con cresta che li fa assomigliare a dei galli da combattimento. Le divise dei due eserciti sono quasi uguali, ma il turbante nero e le folte barbe corvine dei pakistani li rendono certamente più spaventosi delle loro controparti indiane. I militari corrono, sfilano di fronte ad un pubblico estasiato e quando sono tutti a ridosso del cancello vengono abbassate le bandiere dei due paesi, all'unisono, lentamente, di comune accordo in questa coreografia evidentemente concordata a tavolino: la facciata di sfida presentata agli osservatori in visibilio fa trasparire un certo qual senso di amicizia tra gli opposti figuranti di questa rappresentazione che a forza di far finta di odiarsi devono aver trovato un modo per rispettarsi.

Il Pakistan, come un miraggioIl Pakistan, come un miraggioIl Pakistan, come un miraggioIl Pakistan, come un miraggioIl Pakistan, come un miraggio
Lo spettacolo, nella sua finta marzialità, è assolutamente uno dei più divertenti a cui mi sia stato dato di partecipare; Chinnamasta ed io ridiamo con gusto durante tutta la cerimonia.

Il Pakistan, come un miraggio
Le bandiere si abbassano contro un sole infuocato, il cancello viene rumorosamente sbattuto. Una folla scesa dai palchi lancia invettive sem
iserie al lato pakistano. Osservo il paese che adesso mi blocca la strada, guardo le sue donne in sari ancor più sgargianti di quelli indiani e con un certo rammarico lascio Attari e il confine per tornare nella bella Amritsar.

 

E non ho più usato parentesi.
Celebriamo.

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7 responses to Il Pakistan, come un miraggio
  1. GrinningShadow says:

    Sempre stupendo e stimolante il tuo blog, complimenti!
    Gs

  2. usadifranciRDD says:

    finalmente ho trovato il tempo per riaggiornarmi…prima o poi seguirò i tuoi passi malefico!!
    ahahahah

  3. solcodellaterra says:

    Un interessante spaccato dell'effettiva realtà di questi paesi.

    Grazie

  4. Lindora says:

    Se posso permettermi, le tue parentesi le adotto io 😉

  5. NoRupies says:

    immagino pienone alle rivendite di birra lì sulla strada (lato indiano) 

    io lì una volta me ne sono fatta una 😉
    http://norupies.splinder.com/post/22668035/amsterdam-karachi

  6. andlosethenameofaction says:

    Lindora: parentesi in ottime mani
    Silvio: ma lo sai che secondo me gli stand di birra non ci sono più? Né io né Chinnamasta ci ricordiamo di averli visti: l'unica cosa che permane sono i rivenditori di popcorn e i bambini che ti vendono l'acqua a due passi dall'ingresso e che poi… ti fanno buttar via come all'aeroporto perché i liquidi e i cibi non sono ammessi!
    Franci: malefico? io? hihi

  7. NoRupies says:

    potrebbe dipendere dal fatto che siete capitati lì proprio quando era in programma la madre di tutte le "cerimonie"…
    sai com'è… secondo me queste rivendite improvvisate (io mi ricordo dei camions…) non è che sono proprio a posto coi "permessi"…

    saran "spariti" solo per la durata show

    del resto il business della birra (bevanda alcolica) a dieci metri dal confine Pakistano (alcolici vietati) è troppo redditizio per credere davvero alla sua "scomparso"

    e dal momento che non voglio aprire una ferita,  adesso non voglio neanche addentrarmi nella descrizione dell'attimo… il gusto e l'emozione di farsene una dopo un mese e mezzo di mezza luna…

    😉