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Incontri tra Kashan e Abyaneh

Riesco a malincuore a lasciare Teheran e le persone con cui in pochissimo tempo mi sono legato di profonda amicizia, non c'è da essere tristi, tanto ripasserò da qui.
Direzione Kashan.
Come mi avevano detto la strada tra Teheran e Kashan è bellissima: l'immensa estesa di cemento della capitale si trasforma presto in ampi spazi con montagne rocciose all'orizzonte, un paesaggio brullo e sassoso si staglia col suo colore rossastro contro il blu del cielo.

Giornate a base di incontri.

Sull'autobus di fianco a me c'è un signore in vestito completo grigio (boh, forse avrà avuto vent'anni col senno di poi) che mi dice di studiare Religione all'università, parla malissimo inglese e risponde ad ogni mia domanda con “very good” ma riesce in qualche modo a spiegarmi che non studia l'islam ma tutte le altre religioni del mondo e questa “libertà” mi stupisce. Riesce anche ad indirizzarmi verso uno dei pochi hotel della città e mi saluta con un ultimo “very good”.

Incontri tra Kashan e Abyaneh
È tardi, il sole tramonta presto e alle cinque e mezza è già buio. Mi trovo nei vicoli di Kashan quando un signore di una certa età comincia a parlarmi, senza alcun preavviso, in francese: è con una coppia di iraniani, s'è stufato di parlare inglese con loro e mi invita a mangiare a casa di uno dei due. Ok, perché no. Ha conosciuto la ragazza, Fariba, durante il suo primo viaggio in Iran e adesso è venuto a trovarla per la terza volta lasciando a casa la moglie che proprio non vede di buon occhio questa sua innocente “scappatella”. Il ragazzo è un amico di Fariba con degli occhiali da vista affumicati che gli danno un espressione tardo Anni Settanta. Il signore francese ha gli occhi trasognati quando mi parla di lei, che io trovo piuttosto bruttarella (ma forse gli standard di bellezza cambiano con l'età), e loda la sua intelligenza, la sua spigliatezza e il suo brio: effettivamente è una persona molto gioiosa per il metro iraniano e mi fa sorridere più di una volta con le sue riflessioni sull'amore universale.
Mi sembra un po' da maleducati parlare solo in francese quando nessuno degli altri capisce una parola ma il monsieur ha evidentemente voglia di potersi esprimere a ruota libera e quindi parla e parla e parla. Mi dice di abitare a Parigi (e come tutti i francesi che dicono di abitare a Parigi mi basta poco per scoprire che abita in una delle tante banlieu “però è vicinissima a Parigi, eh!”) e mi racconta dei centomila viaggi (di max una settimana l'uno) in giro per il mondo: mi elenca il numero di volte che ha visitato ogni paese (otto volte in Turchia, tre in Iran, cinque in Marocco, due in Egitto, tre in Giordania, sei in India, etc. etc.) e di tutte le compagnie aeree con cui ha volato (che vi risparmio). Sono un po' imbarazzato e veramente poco interessato da questo elenco che pare essermi presentato per farsi bello ai miei occhi e che a me lo fa sembrare piuttosto solo un Collezionatore di Timbri sul Passaporto (e qui un post dedicato a questo tipo di viaggiatore ci starebbe benissimo ma tutto sommato questo signore gentile non se lo merita) ma dopo tutto passiamo una serata piacevole.
Un numero sempre crescente di persone arriva in casa tra cui un ragazzo dall'aspetto veramente losco che porta una bottiglia di “vodka iraniana”, un qualche distillato prodotto in casa che di sicuro causa cecità permanente dopo il primo sorso.
Quando la lista dei paesi finisce riesco a parlare un po' con gli altri ragazzi che mi raccontano le loro vite e, tanto per cambiare, mi fanno delle confessioni di un'intimità stravolgente dopo solo pochi minuti.

Uno dei loro amici mi riaccompagna all'hotel e gliene sono grato.

Il giorno dopo divido un taxi con un altro ragazzo francese per andare ad Abyaneh, un pittoresco villaggio ad una cinquantina di chilometri da Yadz famoso per i suoi abitanti che portano vestiti estremamente colorati. Il giorno precedente l'addetto alla reception mi aveva descritto un ragazzo francese con cui avrei dovuto dividere il taxi: alto, bello, biondo, dai tratti fini e dalla parlata eloquente. Quando un signore basso e tracagnotto, con un po' di panza, scuro di capelli e con qualche tatuaggio si presenta stringendomi la mano, penso sia l'autista. Ci metto almeno cinque minuti di imbarazzanti gaffe a capire che non è il tassista ma il famoso ragazzo francese, in realtà un iraniano che a quattordici anni si trasferì con la famiglia a Parigi (vedasi precedenti commenti su Parigi) per sfuggire alla guerra con l'Iraq. Parliamo a lungo della situazione degli emigrati iraniani in Francia e della situazione del suo paese prima della rivoluzione islamica.

Abyaneh è un paesino arroccato tra le montagne e circondato da boschi di betulle e cipressi, le piccole strade di terra battuta e con lastre di pietra si snodano tra piccole abitazioni mattoni e fango essiccato. Il villaggio è molto bello e pittoresco e le donne (le vecchie, non vedo nessuno under settanta) che lo popolano sono coperte da un velo bianco decorato da motivi rossi. Tutto è molto bello ma il posto è stato completamente rovinato dal turismo: sono pochissime le persone che acconsentono di essere fotografate e la maggior parte rifiuta categoricamente di essere anche solo ripresa da lontano come parte del paesaggio. Un folto gruppo di fotografi iraniani, almeno venti, mi mette definitivamente di malumore: i loro venti obbiettivi puntati tutti nella stessa direzione mi fanno immaginare un milione di foto tutte uguali. Abbandono Abyaneh con piacere.

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Saluto il mio compagno di taxi e vado alla scoperta di Kashan, mi perdo tra i suoi vicoli, visito le sue ricche case storiche e incontro un sacco di gente ben più disposta a sorridermi e a voler parlare con me (tra cui un simpatico gruppo di vecchietti che tesse con antiquati telai di legno e che mi accolgono nel seminterrato dove lavorano).

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