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Isfahan senza G.T. e con ancora più Antonelle

Senza Guglielmina ed un po' mogio mi aggiro senza meta per Isfahan scattando foto qua e là. Visito di nuovo la moschea principale sulla piazza Imam Khomeini e ci resto un bel po' cercando di fare una qualsiasi foto non noiosa.

Isfahan con G.T. e le AntonelleIsfahan con G.T. e le AntonelleIsfahan senza G.T. e con ancora più AntonelleIsfahan con G.T. e le AntonelleIsfahan senza G.T. e con ancora più AntonelleIsfahan senza G.T. e con ancora più AntonelleIsfahan senza G.T. e con ancora più Antonelle
Quando esco ci sono un gruppo di ragazze che prendono in giro una comitiva di giapponesi (sì, a Isfahan ci sono anche le comitive, soprattutto di tedeschi della terza età) per le pose buffe che fanno di fronte all'ingresso della moschea. Ridono in maniera piuttosto sguaiata. Passo e sorrido.
Faccio pochi passi e una di loro, la più grassoccia, mi rincorre con andatura cavalcante.
Mi si para davanti e mi chiede se parlo francese.

– Oui, un petit peu.

E comincia a parlare mentre le sue tre amiche arrivano. Si presentano: si chiamano Antonella, Antonella, Antonella e (guarda un po' il caso) Antonella. Sono studentesse di francese al terzo anno di università e parlano la lingua di Molière, di Sartre, di Maupassant, di Voltaire ma anche della mia panettiera in Avenue du Maine davvero male. Solo Antonella parla un po' meglio delle altre, ma giusto un po'.
Mi chiedono se voglio passare del tempo con loro e accetto volentieri.

Andiamo in uno scantinato pieno di cianfrusaglie dove in due stanze separate (una per soli uomini e l'altra mista) si può fumare il narghilè. “Vengo sempre qui quando voglio dimenticare i miei pensieri” mi dice Antonella mentre un cameriere ci serve tè, pasticcini e un bel narghilè fumante. Ridiamo e scherziamo ma mi viene il dubbio che mi abbiano attirato in una trappola per turisti dove alla fine mi toccherà pagare un conto esorbitante, come m'era capitato a Pechino. Mh, questo pensiero mi turba e crea un certo imbarazzo. Quando usciamo e insistono per pagare il conto e non mi fanno nemmeno avvicinare alla cassa: mi sento uno stupido e non smetto di ringraziarle. Passiamo il resto della giornata assieme e al momento di separarci mi invitano ad un picnic per il giorno successivo. “Dai vieni” mi dice Antonella, “su non farti pregare” rincara Antonella, “vedrai che ci divertiamo” sostiene Antonella, ma alla fine è Antonella a convincermi: “ti porteremo in un posto bellissimo, con alberi, un fiume che scorre, vino e musica”. Affare fatto! Se non fosse che avevo già mezzo promesso ad Antonella ed Antonella che le avrei viste domani e per una volta in vita mia riesco a non essere paralizzato dalla scelta e a salvare capra e cavoli: domani con Antonella e Antonella, dopodomani con voi.

Il primo giorno con le due Antonelle conosciute a Jolfa in realtà non è altro che una breve scampagnata sul monte Sofeh che domina la città di Isfahan. Prendiamo una sfilza di taxi (che pagano loro) senza fine per arrivare alle pendici della montagna e poi da lì una teleferica (che pagano loro) sino alla cima. Mentre siamo a mezz'aria mi sorprendono tirando fuori dallo zaino una birra ghiacciata (ma anche agghiacciante visto gli 8,9 gradi alcoolici)! [tono Homer Simpson on] Ahhh birra [tono H.S. Off]. Restiamo in cima al monte finché non fa buio e, scendendo, scattiamo una serie di foto stupidissime con la macchina di Antonella. Saluto le due Antonelle con quel rammarico mediato dalla gioia dell'incontro e con la consapevolezza che probabilmente non le vedrò ne sentirò mai più.

Isfahan senza G.T. e con ancora più Antonelle
L'indomani è tempo di picnic con Antonella, Antonella e Antonella (Antonella non può venire). Sono tutte vestite con colori sgargianti ma Antonella mi stupisce con una gonna (la prima che vedo in Iran)(che però arriva più o meno a due centimetri da terra) ed una sciarpa che le cade ogni tre secondi e lascia trasparire dei capelli biondi ramati. Tutte le altre ragazze per strada l'osservano con sguardo stupito e quasi riprovevole. Notando le occhiate critiche che la gente le scaglia le chiedo quante volte sia finita in prigione per la sua tenuta (eh sì, perché se la polizia della morale non gradisce la tua tenuta ti porta dentro): “una ventina di volte ma poi paghi la multa e puoi uscire”. Penso che anche questo sia coraggio in Iran.
Prendiamo un taxi (che pagano loro) che ci porta ad un'ottantina di chilometri da Isfahan, recuperano le chiavi di una casa da un omaccione baffuto e ci dirigiamo in una villetta in riva al fiume. Effettivamente ci sono gli alberi, che coi loro colori autunnali mi ricordano una passeggiata tra amici a Carnino Inferiore (ciao Ste) e c'è anche il famoso fiume, che scorre ai piedi della casa. Non appena entrate in casa si cambiano d'abito, fanno partire una delle peggiori selezioni di musica tamarra iraniana e cominciano a ballare e a gridare mentre Antonella spadella. Ecco il picnic iraniano, niente passeggiate nei boschi, niente contatto con la natura ma un luogo ritirato dal mondo e dal controllo della polizia per poter semplicemente essere sé stessi. A me garberebbe tanto andare a fare un giro all'aria aperta ma resto piacevolmente in loro compagnia e quando mi invitano a ballare le stupisco con i passi che mi hanno reso mestamente celebre tra i miei amici. Olé. Un ballerino nato. L'arak, il distillato di qualsiasi-cosa-ci-sia-a-disposizione, miete una vittima e Antonella, che ne ha bevuti ben due bicchieri è completamente ubriaca e non si regge in piedi. Io per evitare danni permanenti alla vista ne assaggio solo qualche goccia (abbastanza per capire quanto fa schifo però). Passiamo un lungo pomeriggio assieme e quando cala il buio ritorniamo verso Isfahan: tornando verso la città devono rimettere l'hijab e assumere un'espressione contrita. Pare quasi che il divertimento sia rimasto là, lontano, tra le foglie gialle e rosse della campagna colorata dall'autunno.

Isfahan senza G.T. e con ancora più AntonelleIsfahan senza G.T. e con ancora più AntonelleInsisto per invitarle a bere un caffè. Dopo pochi minuti devono partire e quando ci salutiamo riprovo la medesima sensazione del giorno prima. Brutti gli addii sapendo che non sono arrivederci.

– Ciao Antonella (abbraccio).
– Ciao Antonella (abbraccio).
– Ciao Antonella (abbraccio).
– Ciao Matteo, mi raccomando, non ci dimenticare.

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