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Jishou e Changsha: iulenza e very delicious food

Da Fenghuang prendo un autobus locale per Jishou e da lì la coincidenza (coincidenza fa quasi sembrare che io abbia pianificato il tutto il che, come ben sappiamo, non è vero) per Changsha dove ho previsto di passare la notte. Sull'autobus il ragazzo di fianco a me attacca bottone con un inglese molto limitato: fa il fotografo per turisti a Fenghuang, mi fa vedere alcune noiose foto e mi dà l'indirizzo del suo blog dicendomi “tutti in Cina hanno un blog, c'è anche un barbone di Wuhan che ne ha uno famoso!”. Lo prendo sulla parola, non credo controllerò.
Dietro di noi c'è un'altra ragazza, Kikiya, che parla inglese invece molto bene e che sta tornando a casa via Changsha perché vuole provare il cibo very delicious della città, rinomato in tutta la Cina: le chiedo se posso attaccarmi a lei come un mitile allo scoglio e usufruisco così di interprete e accompagnatrice per il resto del tragitto.

All'ingresso di Jishou, dal finestrino dell'autobus (puntualizzo perché di sicuro sarei intervenuto, eh, ceeeerto), assisto al mio primo pestaggio in Cina, di una violenza inaudita: tre ragazzi prendono a calci e pugni un quarto che è al suolo e si copre come meglio può dai colpi che gli arrivano da tutte le parti, i bersagli preferiti sono la testa e la schiena. Vedo certe mosse che pensavo esistessero solo nei film o nei match di wrestling: il colpo sferrato a gamba tesa, dall'alto verso il basso, dal più ciccione dei tre proprio sulla nuca del malcapitato deve essere stato particolarmente doloroso. La gente in strada assiste alla scena osservando ogni mossa ma senza intervenire minimamente, tutti stanno a guardare e forse pensano che qualcosa il tizio dovrà pure aver fatto per ricevere una tale punizione. La cosa più straziante di tutta questa scena però sono le urla della vittima: grida e piange, sì piange, come un maiale che ha appena visto il gancio, emette alti lamenti che coprono il rumore del traffico ma che non impietosiscono i suoi assalitori; alla fine è talmente stremato che non si copre neanche più, solo il suo grido da banshee continua imperterrito. Un quarto picchiatore arriva, lo alza da terra e lo trascina in una macchina che ha parcheggiato poco distante: mi sa che le sue pene non sono finite. Il movimento per strada riprende e l'autobus riparte, nessuno pare particolarmente scosso.

Arrivati alla stazione degli autobus lascio Kikiya a far da guardia ai miei quattro stracci e vado a procacciare cibo e a fare qualche foto per ammazzare il tempo. Per strada vedo due barboni che ieri avevo visto a Fenghuang: uno dei due, con una lunga barba nera e una giacca troppo grande e logora chiede l'elemosina brandendo una scodella di metallo mentre trascina il suo compagno dalle esilissime gambe su un basso carrello. Strano sodalizio, mi chiedo come abbiano fatto ad arrivare fino a qui o se sia semplicemente un franchise della barboneria.

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Parlo a lungo con Kikiya durante il viaggio in autobus: è stata in vacanza da sola a Fenghuang approfittando delle vacanze scolastiche, mi parla della sua università, dell'unione studentesca (sorta di ingresso al partito) e ride di gusto quando le faccio notare come la Cina non sia uno stato particolarmente comunista (è un eufemismo, raramente ho visto capitalismo più effrenato).
Andiamo a cena e proviamo il cibo che very delicious a me non è sembrato ma è una bella esperienza poter mangiare con una persona del posto. Facciamo un giro nella notte di Changsha, è sabato e un sacco di gente affolla le strade. Sul lungolago coppie attempate ballano valzer e tango, giovani cantanti strimpellano nella speranza di qualche offerta e delle lanterne cinesi, delle piccole mongolfiere rosse, vengono fatte volare dalle sponde. Oltre alle lanterne si scorgono altre luci intermittenti in cielo: sono enormi aquiloni ricoperti di led che anziani signori controllano da terra, anche i fili sono ricoperti di lucine che vengono pinzate man mano che il filo viene srotolato. Penso sia il passatempo più palloso sulla faccia della terra ma l'effetto prodotto è affascinante e gli aquiloni in cielo fanno a gara a chi brilla di più.

ll giorno successivo, udite udite, vado al museo provinciale dello Hunan (oh, che uomo di cultura!): i biglietti sono distribuiti gratuitamente, in teoria sarei dovuto arrivare di prima mattina per assicurarmene uno e ovviamente adesso sono tutti finiti ma, non so come, riesco a convincerli che devono farne saltare fuori uno per l'unico straniero di tutta la città e così ottengo il mio biglietto. Aspettando l'ora del mio ingresso faccio un girofoto nell'adiacente parchetto e poi mi gusto questo museo che gravita principalmente attorno alla scoperta di tre tombe della dinastia Han a poca distanza da Changsha. Il sarcofago principale della tomba meglio conservata è enorme, tredici matteopassi per otto (unità riconosciuta nel sistema internazionale di misure), al suo interno conteneva i tesori esposti nel museo e le tre bare, che come una matriosca, proteggevano il corpo mummificato della marchesa di Dai. Anche la mummia è esposta al pubblico: chi dice che sia meglio conservata del corpo di Ho Chi Minh (l'ho letto da qualche parte) dice solo stronzate ma la signora non porta male i suoi duemilaecento anni. Mi ricorda qualcuno che conosco e che non nomino perché tanto questa persona si riconoscerà sicuramente.

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Basta,
'sto post è troppo lungo, spero ne abbiate saltato dei pezzi.
Vado ad ascoltarmi un po' di Rino che fa sempre bene, ciao.

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4 responses to Jishou e Changsha: iulenza e very delicious food
  1. iagatabu says:

    però la mummia è inquietante……. e, sarà scortese, ma fa un po' schifo……
    buon viaggio.

  2. andlosethenameofaction says:

    Ne riparliamo tra duemila anni e vedremo come saremo conciati noi >_<

  3. iagatabu says:

    Mah…. chi può dirlo…. però piuttosto che così, spero di esser cenere dispersa dal vento….

  4. anonimo says:

    …ma anche a me riccorda qualcuno…non so se sarĂ  quello che te hai in mente pero…