Blog

Katmandù della memoria

Katmandù della memoria
Ritorno a Katmandù, una città che sento un poco mia, ritrovo con piacere i suoi vicoli e la sua gente e mi rigetto nelle sue viscere riconoscendo posti in cui mi sono perso mille volte. Nella mia mente rivedo le persone che ho fotografato durante le mie precedenti peregrinazioni: un muretto vuoto mi parla della ragazza corrucciata che mi ha guardato passare, una piazzetta ricolma di verdure mi ricorda del sorridente venditore di banane dagli occhi blu che non ha mai voluto farsi fotografare diventando tutto rosso dall'imbarazzo, un negozio lungo la strada riporta alla mente le immagini di due hare krishna col loro secchiellino delle offerte (i primi a segnare la mia fronte con una tika rossa e a cospargere petali di fiori gialli tra i miei disordinati capelli). Ogni passo è un viaggio nella memoria recente ed è bello ritrovarsi in un posto che mi conosce e mi riconosce, in cui le buche traditrici non m'ingannano più e non mi fanno sprofondare fino alla caviglia nella loro fetida acqua stagnante, in cui la gente che ho incontrato precedentemente non solo mi saluta (come fa con tutti i turisti) ma sgrana gli occhi e sorride e mi viene incontro a stringermi la mano “Cos'hai fatto? Dove sei stato? T'è piaciuto? Quanto ti fermi ancora?”.

Katmandù della memoria
Resto a Katmandù, tanto per cambiare, più di quanto avessi previsto, tra la pioggia che mi rende pigro, occhi azzurri che mi parlano della Kamchakta come di uno dei posti più belli al mondo (cioè vorrei dire, la Kamchakta, che ho sempre pensato fosse solo una casella di Risiko e non un luogo reale, con vulcani attivi, fumarole, colori stupendi e viste fantastiche. Da ogni viaggio nasce un altro viaggio, un'altra volta magari, un po' fuori mano adesso) e visite di posti che non avevo avuto tempo di vedere durante la mia precedente permanenza.
La stupa di Swayambhunath (impronunciabile, questo nome cambia ogni volta che lo pronuncio e lo scrivo qui per futura memoria) con gli occhi di Buddha in direzione dei quattro punti cardinali, che tutto vedono, domina la città e offre una vista spettacolare su tutta Katmandù e sulla sua valle; le scimmie girano per il tempio saltellando da un edificio all'altro mentre i cani le inseguono cercando di cacciarle nel bosco, rubano il cibo ai turisti e ti guardano inferocite se incontri il loro sguardo. Purtroppo il vicino museo di storia naturale, che mi è stato consigliato in uno dei miei oziosi pomeriggi monsonici, è chiuso: le sue stranezze e i suoi animali impagliati nelle più ridicole pose dovranno aspettare un altro ritorno.

Katmandù della memoriaKatmandù della memoriaKatmandù della memoriaKatmandù della memoriaKatmandù della memoriaKatmandù della memoria
Ogni mattina faccio i bagagli e lascio la camera per poi semplicemente ritornare ad occuparne una diversa la sera. Succede tre volte e il personale dell'hotel davvero non ci crede quando finalmente, in un giorno di luce bianca, abbandono una volta per tutte una città che tanti odiano, che tanti trovano falsa e superficiale ma che a me incomincia a mancare non appena salgo su uno stracolmo minibus che mi porta verso ovest.

E come se il tempo scorresse lungo un cerchio invece che su una linea retta, visto che è stato un bellissimo volto a darmi il benvenuto nel marasma di Katmandù, è giusto che sia un altro viso, altrettanto affascinante ma completamente diverso, a dirmi addio, anzi, a sussurrarmi “torna presto”. Forse anche lo spazio si sovrappone visto che quello sguardo mi ricorda proprio qualcuno che, probabilmente, non leggerà.

Katmandù della memoria

click here to share
One response to Katmandù della memoria
  1. anonimo says:

    lo legge…