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Khajuraho

Khajuraho, c'ho messo tre giorni a capire come si scrive e ancora adesso non sono sicuro.
Khajuraho, tappa quasi obbligata verso Delhi da cui sono obbligato a passare per qualche sbattimento amministrativo/burocratico (visto per il Pakistan e nuovo passaporto dato che non ho più pagine libere), tappa benvenuta vista la quantità di ristoranti occidentali (sbavo abbondantemente quando vedo la pizzeria a gestione danese “Mediterraneo”), tappa temuta vista la quantità di famosi spappolamaroni professionisti che ti bloccano per strada ogni cinque minuti nel vano tentativo di venderti un pezzo di legno di sandalo, un timbrino, delle cartoline, dei massaggiatesta, dei dolci, dei vestiti da turista preso bene, ogni possibile paccottiglia di cui secondo loro il turista occidentale non può proprio fare a meno. Io e Chinnamuzzola raffiniamo le nostre tecniche per evitare gli scocciatori che ti bloccano per strada: usiamo la più completa indifferenza e ci guardiamo fissi di fronte a noi per evitare anche solo di scambiare una parola col tacchinatore di turno, fingiamo di parlare solo klingon, facciamo finta di essere muti. Le nostre tecniche diversive funzionano abbastanza bene e riusciamo a goderci Khajuraho senza troppi problemi.

All'interno di un parco in cui gli stranieri pagano un biglietto d'ingresso venticinque volte più caro di quanto paghino gli indiani (tanto per cambiare), si trovano una serie di bellissimi templi per i quali Khajuraho è giustamente famosa. I templi furono costruiti attorno all'anno Mille quando la dinastia dei Chandela, che allora dominava questa parte dell'India, espressero la propria grandezza nella costruzione di questi monumenti che ancora oggi sopravvivono di fronte a noi. Ingiustamente conosciuta per i templi del Kamasutra perché alcuni fregi (non tutti, ma da buon mistificatore della realtà ve ne presento uno di quelli degni di nota, “amore equino”) rappresentano scene di sesso, più o meno promiscuo, con più o meno animali, i templi hanno più o meno tutti la stessa struttura e le decorazioni e le scene raffigurate si ripetono con una certa regolarità, ma lontano dal rumore e dalla confusione del vicino mercato è bello passeggiare nel parco ben curato e aspettare la fine del monsone all'interno di questi edifici ben conservati.

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Khajuraho. Poca l'ispirazione. Forse a anche causa di un piede che mi s'è gonfiato a dismisura dopo aver fatto il bagno nel Mandakini a Chitrakut (o una pozzanghera o anche solo e semplicemente la doccia): una puntura di zanzara grattata più del dovuto, una piccola ferita da cui riesce ad entrare tutta la merda infettiva dell'India, uno zampone degno delle migliori amputazioni, un dolore che sale fino all'anca, antibiotici a go go.
Meno male che c'è Mediterraneo.

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