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La Cina che cercavo

Dopo un breve e comodo viaggio in autobus arrivo a Kaili: quella che pensavo essere una sonnacchiosa cittadina spersa nella campagna cinese in realtà è una megametropoli.
Kaili è un grosso centro commerciale e le minoranze etniche della regione lo affollano per cercare di vendere la loro mercanzia. Il gruppo etnico maggioritario, dopo i Cinesi, sono i Miao (non è una presa per il culo, si chiamano veramente così) che se non fosse per i loro asciugamani arrotolati in testa sarebbero indistinguibili dal resto della popolazione: le donne hanno complicate acconciature con grossi chignon che sono tenuti fermi da pettini, spilloni e fiori finti ma per la maggior parte del tempo sono coperti da un asciugamano rosa. Fino a pochi anni fa per ricoprirsi il capo usavano eleganti foulard ricamati a mano ma al giorno d'oggi si vedono solo ed ovunque i più comodi e sgargianti, ma certamente meno pittoreschi, asciugamani.
Era questa la Cina che cercavo? No. Mi immaginavo Kaili, un punto quasi inesistente sulla mappa, come un piccolo conglomerato di casupole e strade di fango, invece sono nella versione cinese di una città alla Bladerunner ma il numero di donne dai costumi tipici che passeggiano per la città mi fa sperare che nei paraggi si possa finalmente trovare la Cina che voglio incontrare.

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Scopro la città sotto una pioggerellina incessante, saluto quando mi guardano con gli occhi sgranati e strappo un sorriso a chi mi osservava, abbassano poi lo sguardo e timidamente sgambettano via. Mentre passeggio senza meta decidendo cosa fare il giorno successivo vengo apostrofato con un “Hallo!” e quando rispondo vedo un grassoccio gnometto di un metro e venti che comincia a parlarmi in inglese: si chiama Liqin, studia economia e vorrebbe girare il mondo, ma portandosi appresso la famiglia e tutti gli amici che altrimenti le mancherebbero troppo. È molto curiosa e mi fa molte domande, alcune due o tre volte, ed io pazientemente rispondo. Ha la lingua di uno strano colore nerastro ed incomincia ogni frase con “penso che”. Parliamo per un po' e poi le chiedo se sa di un internet café dove possa collegarmi col mio computer; mi conduce in un palazzo che mai sarei riuscito a trovare da solo ma una volta giunti sul posto c'è il tanto temuto lettore di carte d'identità cinesi. No problem, dopo un po' di discussione tira fuori il suo tesserino e godo di due ore e mezza di internet sotto falsa identità al modico costo di cinque yuan: è bello essere di nuovo connessi col mondo, attorniato da bambini che si scannano in combattimenti virtuali. Un lieve alone di fumo riempie il vasto locale. Rimaniamo d'accordo di vederci domani per cena e ci salutiamo. Dopo tre minuti torna indietro zampettando con una pannocchia arrostita che mi appoggia di fianco alla tastiera e riscappa via: “non dimenticare di cenare!”.
Grazie Liqin, altro esempio di gentilezza cinese.

La mattina mi sveglio presto per andare a visitare i villaggi dei Miao ad una ventina di chilometri di distanza. L'autobus passa attraverso il tipico villaggio Miao di Xijiang che è stato recentemente “imbellito”: appena una località comincia ad essere visitata il governo locale si sente in obbligo di creare più spazio per le future orde di turisti cinesi e allora rade tutto al suolo e ricostruisce il tutto più in grande, con più cemento, più negozi di souvenir e centri commerciali ma soprattutto con una particolare attenzione a estirpare definitivamente l'anima. La maggior parte dei cinesi non ha un passaporto e il turismo interno si sta quindi sviluppando a passi da gigante: da qualche parte bisogna pur sistemare questa massa arricchita che si sposta con molta più voglia di spendere del turista occidentale. Povera Xijiang, ti passo attraverso e ti schifo ma una volta dovevi anche essere un bel posto. La delusione da ricostruzione è una sensazione ricorrente per il viaggiatore e più spesso che volentieri ci si trova ad osservare il remake chinawoodiano di una pellicola in bianco e nero andata distrutta.
Per fortuna allontanandosi dalla “civiltà” la situazione migliora e il piccolo villaggio di Langdé è finalmente la Cina che cercavo! Case di legno a due piani e tetti di tegole grigie, piccoli villaggi inerpicati sulla roccia e circondati da risaie a terrazza si aprono alla mia vista, una lieve pioggerellina rende il tutto ancora più affascinante (e scivoloso: cado svariate volte e mi apro un gomito). Le donne Miao lavorano nei campi o ai bordi della strada, con le loro classiche acconciature e ricoperte da monili d'argento che, secondo la loro tradizione, servono a scacciare le influenze maligne (qui apotropaico ci sarebbe stato proprio bene ma mi sono proibito di usarlo). A parte i rari che arano i campi o mondano le risaie dalla gramigna con i loro bufali, di uomini invece se ne incontrano ben pochi. Cammino per una ventina di chilometri tra sentieri, campi, risaie e attraversamenti di fiume; attorno a Nan Meng il sentiero scompare e mi perdo abbondantemente ma riesco a trovare la giusta direzione dopo aver chiesto indicazioni svariate volte col mio perfetto mandarino: stupido io, avrei dovuto arrivarci che il greto di un torrente in piena era in realtà la continuazione del sentiero. Passo almeno due ore attorno a Nan Meng ma vi sarei rimasto ancora più a lungo se nei dintorni di Sapa non avessi seguito la vecchia Red Zao dalle ginocchia d'acciaio lungo i bordi di sterminate risaie: l'argine di un campo è una strada a tutti gli effetti e non bisogna avere paura di camminare lungo passaggi non più larghi di trenta centimetri, al massimo si cade in acqua, tra simpatiche sanguisughe.
Il gomito sbucciato e sanguinolento in seguito alla caduta è sempre un occasione per attaccare bottone coi passanti e quando mimo il mio stupido scivolone a gambe all'aria i Miao ridono contenti: c'è un certo qual piacere sadico in Asia a vedere qualcuno che si ferisce o che sta male.
Dopo essere tornato sui miei passi svariate volte, riesco a raggiungere un altro villaggio e da lì la camminata verso la strada principale, a parte una frana che blocca la circolazione delle macchine, procede senza intoppi.

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Il sole sta tramontando dietro la spessa coltre di nubi, torno sulla strada principale e faccio segno ad un autobus di passaggio, stracarico di gente: schiacciato come una sardina contro il parabrezza, torno a Kaili. Mi dispiace che le gocce di sangue sporchino il cruscotto ma non ci posso fare niente.

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