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La giornata dei taxi

La giornata dei taxi
Anche oggi faccio fatica ad uscire dal letto, ma questa volta più per l'indecisione su cosa fare che non per il freddo: ieri sera non sono riuscito a trovare nessuno che parlasse anche solo una mezza parola d'inglese e non sono riuscito a pianificare la giornata.
Sono venuto a KhermaNshah alla ricerca di un piccolo villaggio di cui mi avevano parlato a Teheran ma non sono riuscito a capire come arrivarci.
Mi arrotolo tra le coperte per un po' e poi decido di andare a fare qualche ricerca in un internet cafè.
Oggi è giornata di festa, si celebra l'Eid el-Adha, la ricorrenza più importante per il mondo islamico in cui i credenti si devono recare alla Mecca (compiere l'Hajj). La maggior parte dei negozi è chiusa e le televisioni accese mostrano le immagini dei pellegrini che girano intorno alla Kaaba, l'edificio di pietra nera all'interno della maximoschea di al-Haram. Trovare un internettaro aperto non è facile ma alla fine trovo ciò che mi serve: scopro che il villaggio che voglio visitare Ghavareh (e non Yagh come mi avevano inizialmente detto) dista ottanta chilometri da Khermanshah e per arrivarci dovrò prendere una serie quasi infinita di taxi.
Tentenno.
Perdo tempo.
E poi mi dico “costi quel che costi andrò a Ghavareh!”.

Difatti, dopo aver cambiato cinque taxi (perché qui non puoi dire ad un taxi di andare dove vuoi tu, a meno di sborsare cifre esorbitanti, bisogna seguire il loro percorso predefinito sperando ti avvicini alla destinazione) e aver fatto una lunga pausa fotografica ad Eslam Abad, dove un gruppo di simpatici curdi insiste per essere fotografato da ogni angolazione (obbedisco), arrivo finalmente a Ghavareh.

La giornata dei taxiLa giornata dei taxi 

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Un mercato in cui pare si vendano solo melograni e galline mi dà il benvenuto e gli uomini dietro le gabbie e le cassette di frutta mi guardano con occhi sgranati dalla sorpresa. Da queste parti non si devono avvistare molti turisti. Accettano con piacere e mille sorrisi gli inviti alle foto e anche le rare donne che si scorgono sono incuriosite dalla macchina fotografica si mettono in posa di fronte al mio obbiettivo.
Passeggio tra le vie polverose di Ghavareh, scaldandomi sotto il sole e passando da un gruppo di persone ad un altro: vecchi millenari, bambini curiosi, donne vestite di nero che lasciano intravedere delle trecce corvine sotto il chador.

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Passo una bellissima giornata, sono contento e felice della solitudine che mi procura la distanza dalla civiltà e poco mi curo dei fantastilioni di dollari che ho dovuto sborsare per arrivare fino a qui. Col sorriso sulle labbra ritorno verso Khermanshah inanellando un'altra lunga serie di taxi e minibus scassati. In questo momento come mi manca Arianna (e con lei Chinnamasta, quasi fossero un'unica entità), la mia poco fedele Royal Enfield indiana; mi mancano la libertà di movimento che mi dava e la possibilità di fermarmi nei posti più assurdi senza dipendere da chicchessia. L'Iran sarebbe un paese da visitare con un mezzo proprio per poter godere appieno dei panorami e dei fantastici scorci che offre tra uno spostamento e l'altro. Ripensando ad Arianna, però, tremo al pensiero di un guasto da queste parti dove, contrariamente all'India, non si trovano meccanici (più o meno) esperti in grado di rimetterti in carreggiata dopo poche ore e così mi accontento del ritmo ballonzolante del minibus in cui mi trovo, dimentico l'India, e mi godo l'Iran.

Visto che oggi è il giorno dei taxi e ci ho preso gusto ne prendo un altro paio per andare a Sanandaj, dove arrivo a tarda notte.

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