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La vita di Teheran

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A Teheran sono ospite di un ragazzo (che non nominerò nel seguito del mio racconto per evitare che le confessioni che mi ha fatto sulla società e sulla situazione del suo paese non gli causino alcun problema di sorta: so che nessuna spia filoiraniana legge questo blog, ma non si sa mai) che mi conferma ancora una volta la gentilezza e l'ospitalità del popolo iraniano. Sbaglia chi equipara il popolo di un paese alla gentaglia che lo governa, che si tratti di dittatura o oclocrazia: l'immagine che i mezzi di comunicazione danno dell'Iran è quella di un paese piena di facinorosi estremisti retrogradi che non fanno altro che pensare alla distruzione di Israele e a maniere sempre più devote per pregare Allah, la popolazione invece vive sotto il giogo di un governo che non hanno scelto con una voglia di libertà, d'occidente e di potersi esprimere liberamente senza aver paura di dover pagare per i propri pensieri. E il ragazzo che mi ospita affronta con me, in maniera molto franca, tutta una serie di argomenti che toccano ogni punto della società iraniana: dal matrimonio al corteggiamento, dall'alcool alle feste, dal gretto integralismo di certi membri della società all'agnosticismo dominante dei giovani che sfocia nell'ateismo, dalla facciata di tristezza e serietà che tutti devono sfoggiare a quello che succede al riparo delle case, dei quindici tipi diversi di polizia tra i quali spiccano la Polizia della Morale e quella che ha il solo compito di controllare che la divisa degli altri poliziotti sia perfettamente in ordine. Sono discorsi interessanti, infiniti, che a volte mi fanno dimenticare che sono qui per scoprire il paese (ma che scoperta migliore che quella di parlare con qualcuno che qui ci ha vissuto una vita?), che confermano quanto dettomi da altri viaggiatori e dipingono una società diversa da quella che uno può costruirsi basandosi sulle informazioni dei giornali, ma che al contempo infondono un'estrema tristezza per la condizione in cui i giovani (e con essi il resto della popolazione) sono costretti a vivere, con l'unica prospettiva di emigrare e dover abbandonare un paese che amano con tutta l'anima.

Così resto a Teheran più di quanto pensassi, durante il giorno mi aggiro per la città e la sera aspetto il mio ospite per un'uscita con lui o i suoi gentilissimi amici.

Teheran è una città moderna in cui vivono, a seconda a chi chiedi e secondo i metodi di calcolo, tra i dieci e i quattordici milioni di persone, tutte perennemente in movimento nelle strade congestionate dal traffico, dove auto apparentemente senza freni cercano di mietere vittime tra gli sventurati pedoni e si evitano l'un l'altra all'ultimissimo secondo. A Teheran però si può ancora camminare grazie agli spaziosi marciapiedi e ai suoi viali alberati e meno male, perché senza l'aiuto di qualche iraniano è impossibile districarsi nel complesso sistema di taxi collettivi (che vanno da una piazza all'altra e paiono leggere le labbra dei futuri passeggeri che appena sussurrano la loro destinazione) o in quello altrettanto incomprensibile degli autobus. Esiste anche una moderna metropolitana, quattro linee che sono stranamente numerate 1, 2, 4 e 5 anche se un'altra decina di linee sono state programmate, ma le stazioni non sono indicate e difficili da trovare (ci metto un paio di giorni a capire qual è il simbolo della metro che pare più quello di un uomo che nuota e mi dico “ma toh quante piscine a Teheran!”).
Insomma, a Teheran cammino per ore e chilometri cercando di orientarmi con le montagne che sorgono ai lati della città e con la sagoma della Torre Milad a nord. Passeggio senza meta. Se si riesce a fare astrazione della mestizia generale (“in Iran devi essere triste” mi dicono) Teheran è un posto piacevole, pulito e con diversi alberi e parchi, senza monumenti impressionanti o edifici dall'architettura strabiliante, ma comunque un contorno piacevole (tranne all'ora di punta… nel qual caso diventa un inferno) nel quale incrociare la vita degli iraniani. Il grigiore e la mancanza di colore delle donne, obbligate a colori sobri e a vestiti che ne castrano le forme, viene controbilanciata da una serie di murales e trompe l'oeil che decorano ogni palazzo: la maggior parte sono di tono propagandistico coi faccioni di Khomeini e Khamenei circondati dai volti dei martiri di ogni possibile guerra, ma ci sono diversi soggetti di ordine surrealista e astratto.

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Le serate col mio ospite invece mi mostrano la vita privata di Teheran che di solito si svolge in qualche caffè o a casa di qualcuno che ha il privilegio di non vivere tuttavia coi genitori. I divertimenti a disposizione della gioventù non sono molti: ci si accontenta di un caffè, un cinema (anche se i film approvati dal regime sono ben pochi) o una passeggiata tra amici. Nelle case la prima cosa che fanno le donne è togliersi l'odiato foulard e il manteau (la giacca appena sopra il ginocchio che serve a nascondere il posteriore) uccidiforme creando l'illusione privata di essere in un paese libero: si ride e si scherza e ci si dimentica di essere in un paese liberticida. Forse non tutto è perduto. Assisto alle loro discussioni e li guardo interagire, sono tutti più giovani di me ma sembrano tutti più vecchi: il peso di vivere sotto un regime liberticida ha in qualche modo accelerato il loro invecchiamento e ragazzi di una ventina d'anni ne dimostrano almeno trenta. Faccio gaffe clamorose a riguardo e mi trovo a dover trovare scuse assurde per i miei errori di giudizio.

A volte il mio ospite mi fa attraversare la città e mi porta in anonimi centri commerciali dove si trovano dei caffè impossibili da trovare altrimenti, tutto fiero di mostrarmi queste perle nascoste: io sinceramente avrei fatto a meno dell'ora passata in taxi, visto che poi non stiamo mai più di una mezz'ora. L'alcool è ovviamente fuorilegge, caffè e spremute accompagnano le discussioni iraniane: non è proprio la stessa cosa.

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Durante la mia permanenza a Teheran scopro anche che l'ambasciata Siriana emette visti per gli stranieri. Perché no, potrebbe essere un'alternativa per il viaggio, alla scoperta del Medio Oriente. Mi serve una lettera di raccomandazione dalla mia ambasciata e, sorprendentemente, il personale del consolato italiano è rapido, efficiente e a volte anche sorridente. All'ambasciata siriana mi offrono un caffè durante quella che non sospettavo sarebbe diventata un'intervista di un'ora in cui mi chiedono che cosa sappia della Siria (ehm… scena muta, azz avrei potuto effettivamente documentarmi un po' prima), se sono mai stato in Israele, dove voglia andare dopo, cosa ne pensi dell'affermazione di Berlusconi “Mi sento cittadino di Israele” e minuto dopo minuto vedo le mie probabilità di ottenere un visto scendere vertiginosamente. L'addetto che conduce l'interrogatorio è simpatico e mi fa capire che otterrò il visto ma che non è giusto che per un cittadino siriano che vuole rendersi in Italia i tempi d'attesa possono giungere fino all'anno e che per questo cercherà di complicarmi un po' la vita. Chiama la settimana prossima e ti faremo sapere. In barba a chi mi aveva detto che il visto me l'avrebbero fatto in giornata, ma meglio di un calcio in culo. Però ne ho basta di ambasciate e dintorni, se ottengo questo visto dovrebbe essere l'ultima spedizione in questi luoghi che aborro: in Libano e Giordania, possibile destinazioni, il visto si può fare direttamente alla frontiera.

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One response to La vita di Teheran
  1. november1 says:

    " .il simbolo della metro che pare più quello di un uomo che nuota e mi dico “ma toh quante piscine a Teheran!”Ahah =)