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Le ragioni del silenzio

Ho smesso di parlare da ieri sera. Mi sono anche trasferito nella parte alta del monastero, dove già si gode di un silenzio assoluto, ma è solo oggi che vado in ritiro in una delle tante grotte che punteggiano le montagne circostanti, cave naturali che, a detta di Padre Paolo, sono impregnate dell'energia lasciata da Gesù e Giovanni Battista, passati di qui durante la loro gioventù.

Dopo la messa domenicale, un rito che dura più di due ore, predicazione, canti ed una lunghissima comunione in cui il pane e il vino vengono passati tra i presenti, armato di uno zainetto e qualche libro prendo possesso della mia grotta.
Arroccata sopra un dirupo, è in assoluto uno dei luoghi più silenziosi in cui mi sia mai stato dato di trovarmi. Il fruscio della giacca, un respiro più pesante di altri, la brezza che sfiora le orecchie, la caduta di un sassolino sono rumori che prendono vita in questo mare ovattato.

Non immaginatemi nudo in una grotta umida a gambe incrociate a meditare sul senso della vita, primo perché fa troppo freddo per restare nudi e secondo perché la grotta è stata murata, all'interno c'è un letto e una stufa e un gran numero di coperte per sopportare il gelo della notte.

La mattina lavoro. Un lavoro zen e solitario e a tratti pericoloso (ciao Mamma). Raccolgo le migliaia di mozziconi che sono stati lanciati sulle rocce sottostanti il monastero.
Arrampicata.
Sacco pieno.
Discesa.
Scavare tra i rovi per prendere proprio quel mozzicone.
Ricoprirsi le mani di spine.
Fare un rumore per attirare l'attenzione dei fumatori sul balcone e senza dire una parola, con uno sguardo infuocato, intimarli di non gettare mozziconi al di là del parapetto.
Ne raccolgo un infinità, almeno dieci sacchi della spazzatura, assieme ad un discreto numero di bicchierini di plastica e pacchetti di sigarette tutti arrotolati allo stesso modo (che sia stata una persona sola?!).
È un lavoro zen, che impegna la mente e la pazienza.
Ogni giorno, dopo aver finito il mio certosino (marmusiano) lavoro vedo la roccia a strapiombo sul vuoto un po' più pulita, miro un mozzicone che andrò a recuperare il giorno successivo e sono soddisfatto, un po' come Dio di fronte alla creazione (no, nel frattempo non mi sono venute crisi di megalomania, non vi preoccupate, era tanto per dire).
Se qualcuno tra quelli che legge, un giorno volesse recarsi a Mar Musa è cortesemente pregato di non gettare alcun rifiuto su quelle rocce che mi hanno provocato un sacco di sbucciature e tagli alle mani e se poi qualcuno, scalatore più abile di me, volesse recarvisi con un'imbragatura e una corda potrebbe prendere quel tovagliolo e quel sacchetto di plastica che io non sono riuscito a raggiungere. Grazie.

Il primo giorno di silenzio decido di mangiare assieme a tutti gli altri presenti, senza comunque dire una parola: è un'esperienza particolarmente costruttiva per uno come me che vuole sempre parlare e che in passato ha parlato troppo e spesso a sproposito.
Ascolto.
Non mi curo di Danny che mi prende per i fondelli (e scopro che sì, il silenzio è tutto sommato una forma di non violenza (ah, non vi ho ancora parlato di Gandhi tra l'altro, ma adesso mi sa che è un po' fuori tema)).
I giorni successivi invece preferisco prendere del cibo dalla dispensa e cucinare con un fornellino da campo all'ingresso della mia grotta. Un uovo che si rompe e sfrigola su una padella fa un rumore impressionante, quasi doloroso.

E leggo.
Leggo tanto.
Perché il posto spinge a farlo leggo qualche libro della Bibbia e i vangeli e scopro, tra l'altro, che à chaque jour suffit sa peine (Matteo (che caso), 6, 34)(non so perché ma questa citazione biblica mi piace molto di più in francese, forse per la sua sintesi), ossia ogni giorno va vissuto come un fine a sé stesso: se quello che facciamo oggi non ha senso, perché preoccuparsi del domani?
Leggo poi un illuminante libro di Terzani, La fine è il mio inizio, trovato nella libreria del monastero, il dialogo tra un morente Tiziano Terzani e il figlio Folco in cui racconta la sua vita (un esempio di esistenza spesa bene) e fornisce la propria visione del mondo. Neanche a farlo apposta c'è anche un pensiero sull'importanza del silenzio (parlando alla figlia Saskia):

Fermati ogni tanto. Fermati e lasciati prendere dal sentimento di meraviglia davanti al mondo. […] Mettiti lì per un quarto d'ora a sentire il silenzio, a sentirlo. Ascolta il silenzio!
Ma chi lo fa?
Drin-driiin! Pa-paa-paaa! Drr-drr! Buumm! E il mondo passa. Passano milioni di formiche meravigliose, di farfalle, di fili d'erba e non te ne sei accorta. Un treno che passa attraverso una galleria. E hai perso un'occasione, quella di diventare migliore, di arricchirti.
Ma lo senti che quello che dico è così banale, così semplice eppure sembra una grande scoperta?
Quando la gente ha un problema, invece di fermarsi, invece di stare in silenzio ed ascoltare la voce del cuore, esce, va in mezzo alla folla, va al cinema, va a farsi una scopatina per rintronarsi, per dimenticare. Invece di fermarsi. Fino a che un giorno arriva, un giorno arriva…
In un modo o nell'altro viene fuori. E non sei pronto, non hai gli strumenti, non ti sei preparato. Allora, quando hai un problema fermati, fermati, fermati. Ascoltalo e cerca di trovare la risposta dentro di te. Perché c'è. Dentro di te c'è qualcosa che ti tiene insieme, che ti aiuta, c'è una vocina. Ascoltala. Questi la chiamano Dio, quelli la chiamano qualcos'altro, ma c'è.

Rileggo anche The Great Gatsby che avevo letto in Svezia: ho ancora di fronte agli occhi la copertina del libro ma della trama mi ricordavo solo un incidente in macchina ed una frase.
Ripercorro con piacere queste pagine nel pomeriggio di una fredda giornata e ritrovo l'incidente in macchina ma non la frase che ovviamente deve appartenere ad un altro libro.
Grande, Gatsby.

La sera guardo tramontare il sole e aspetto che appaiano le prime stelle: un astro scintillante è il primo ad apparire al fondo della valle, seguito quasi immediatamente dalla costellazione di Orione. Tra la luna piena e le luci del monastero la notte non è di quel buio intenso che permette anche di notare i contorni della via lattea: sarebbe stato un ottimo contrappunto al silenzio di questi luoghi.

Amo, ho amato, la grotta e la vista e gli sterminati silenzi che da qui si godono, sotto i primi lucori del mattino e nel buio della notte.

Le ragioni del silenzioLe ragioni del silenzio
E penso.
Inscatolo pensieri, li etichetto, li metto sugli scaffali giusti, capisco quali sono le cose importanti e quelle che lo sono meno.
Non ho sentito quella vocina di cui parlava Terzani ma il silenzio, il non parlare soprattutto, mi ha svelato tante cose: volete che ve le dica? Certo che no, state in silenzio per un po' e magari ne riparliamo.

[come sottofondo musicale 4'33'', ovviamente, che potrebbe anche essere il tempo che ci avete messo a leggere questo post se siete dei lettori veloci]
 

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4 responses to Le ragioni del silenzio
  1. anonimo says:

    penso di averci messo circa 7'34" ma solo perchè la Mia Stella parla tanto.
    Ma va bene così poiché é lei il mio Silenzio…..forse anche la mia vocina. 

    m1
    a presto 

  2. andlosethenameofaction says:

    Stella? Silenzio?! hihi ci vediamo presto davvero… il 48 gennaio è dietro l'angolo.

  3. anonimo says:

    il borbottio di Arianna e' rispuntato??

    camillo

  4. andlosethenameofaction says:

    Arianna, no, chissà che fine ha fatto, che uomini la stanno ora cavalcando, che meccanici la stanno riparando…
    E chissà anche che fine avrà fatto Chinnamasta ora che mi ci fai pensare…