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Lesa maestà

Ovunque in Siria si vedono i ritratti della famiglia presidenziale, un ersatz siriano di famiglia regale.
Hafez al-Assad, il capostipite morto nel 2000, Bashar al-Assad, l'attuale presidente, e Basil al-Assad, il fratello defunto che avrebbe dovuto succedere al padre, si vedono ovunque: sulle facciate degli edifici pubblici, come adesivi sui parabrezza delle automobili, su poster affissi nelle case e nei negozi, lungo le strade che solcano la Siria in enfatiche gigantografie. È impossibile non vedere queste tre facce, una Trinità alawita, ad ogni angolo di strada.
Hafez al-Assad salì al potere nel 1970 grazie ad un colpo di stato; contrariamente agli altri fantocci che così avevano assunto (e perso) il potere nello stato arabo durante gli anni precedenti, Hafez riuscì a mantenerlo con il pugno di ferro e facendo in modo di creare un culto della personalità fortissimo durante il suo governo.
Il figlio Basil sarebbe dovuto succedergli alla guida del partito Baath e quindi alla presidenza. In Siria, il presidente è candidato dal parlamento su consiglio del partito Baath (e dei partiti minori, che sono consentiti ma che devono allinearsi alla politica del partito dominante se non vogliono essere messi fuori legge) e dev'essere in seguito riconfermato da un'elezione nazionale… con un solo candidato! Con le redini del partito in mano al padre tutto sembrava spianato perché Basil diventasse il nuovo presidente siriano una volta che il padre avesse deciso di lasciare il potere, senonché, nel 1994, il povero Basil si schianta con la propria Ferrari a Damasco e ci lascia le penne (ma lascia dietro di sé anche un'innumerevole quantità di ritratti in cui con aria marziale lo si vede vestito da militare e con dei begli occhiali da sole che più tamarro non si può). Il secondogenito viene quindi richiamato alla base: Bashar, che stava studiando oftalmologia a Londra, viene richiamato in patria, viene inserito nei ranghi dell'esercito dove effettua una carriera lampo e nel 2000, anno della morte di Hafez (furono dichiarati quaranta giorni di lutto nazionale per commemorare l'evento) viene “democraticamente” eletto presidente col 97,2% dei voti (non prima però che il parlamento si affrettasse ad abbassare a trentaquattro anni il limite di età per l'assunzione della carica presidenziale). Nel 2007 Bashar è stato riconfermato, questa volta col 97,6% dei voti.

Bashar è uno dei leader più invisi agli Stati Uniti (in compagnia di Chavez, Ahmadinejad e Kim Jong-il) e scopro (viva internet) che alcuni individuano in lui addirittura l'Anticristo (!) ma nonostante tutto mantiene salde le redini del potere in Siria e non sembra disposto a cambiare l'ordinamento dello stato perché un altro presidente possa essere eletto al suo posto… se non il figlio, tra qualche anno.

Per quanto sia difficile parlare di democrazia, la gente comune pare davvero amare Bashar e tutta la famiglia presidenziale: forse per paura delle spie (che a quanto pare sono ovunque), forse per ignoranza, ma nessuno si sbilancia mai con un commento negativo sul capo dello stato. In Iran i giovani non hanno alcun problema a criticare il loro governo e i frutti malsani della rivoluzione islamica ma qui i sentimenti d'affetto verso il presidente sembrano davvero genuini. Strano. Nemmeno una persona muove la minima critica a Bashar e tutti mostrano con fierezza i ritratti del loro leader nelle sue pose più iconiche: Bashar con l'occhio blu e il baffo un po' hitleriano in posa seducente, Bashar vestito da generalissimo che saluta la folla, Bashar con l'occhiale da sole a goccia e mimetica militare.
A me però piace ricordarlo così:

Hama: pioggia e barba abbandonate

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