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Lhasa!

Lhasa!
Lhasa è un città da vivere con tutti e cinque (o sei, o sette) i sensi.
Vista, udito, olfatto, tatto e gusto sono costantemente bombardati da stimoli esterni che alla fine delle giornata, complice il mal d'altitudine, mettono KO anche lo spirito più forte.
L'arrivo a Lhasa non è dei più piacevoli visto che la città, a parte l'allucinante blu del suo cielo, sembra una delle tante metropoli cinesi e solo la vista dell'imponente Potala, la sede del governo tibetano prima della partenza in esilio del Dalai Lama, ricorda al viaggiatore che ci si trova in Tibet: da anni ormai i cinesi hanno conquistato la capitale del Tibet con altri mezzi oltre a quelli militari, negozi gestiti da han e scritte in cinese si susseguono nelle larghe strade piene di macchine, taxi, minibus e risciò ed è solo addentrandosi nel centro storico che si ritrova un po' di Tibet. D'altronde, anche sul Potala, ormai sventola la bandiera cinese: quella tibetana è ufficialmente fuorilegge.

Lhasa!
Per le vie lastricate del centro, il Barkhor, attorno al Jokhang, il tempio più importante di tutto il buddhismo tibetano, tra una bancarella ed un'altra, migliaia di pellegrini lucidano coi loro passi strascicati il marmo delle strade, facendo ruotare le ruote da preghiera portatili (più o meno grandi) e salmodiando orazioni muovendo a malapena le labbra: la folla è variegata, composta da monaci, poveri contadini venuti da lontano, ognuno con un abito tradizionale diverso, e turisti che non capiscono che il giro attorno al tempio si deve percorrere in senso orario.
La folla di gente che scorre senza posa nel Barkhor è uno spettacolo affascinante e sotto il sole cocente del pomeriggio (la Cina ha un unico fuso orario, il che rende i pomeriggi in Tibet lunghissimi) si può stare per ore ed ore ad immaginare una storia diversa per ogni volto che passa: sguardi fieri, pelli incartapecorite, signori in giacca ma con grossi medaglioni, suore tibetane che sgambettano velocemente, bambini dalle gote rosse e dal viso sporco, eroi tibetani dai lunghi capelli arrotolati attorno al capo con corde rosse, vecchie signore dalle lunghe trecce che si congiungono sulla schiena grazie a nastri colorati.

Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!
Tra questo flusso di persone spiccano i fedeli che per mostrare la loro devozione, aiutati da due supporti in legno per le mani e da un ampio grembiule di cuoio o di plastica spessa, si lasciano scivolare lungo il tragitto, si spalmano completamente a terra con la fronte in direzione del tempio giungendo le mani in preghiera per poi rialzarsi, far due passi di lato e ricominciare (temo però che per alcuni di questi pii uomini (e pie donne, e pii bambini) si tratti in realtà di un modo come un altro per racimolare fondi visto che dopo ogni flessione incrociano lo sguardo dei passanti per chiedere una donazione): quando vidi le prime foto di questi pellegrini, pensai che il cerchio scuro sulla fronte fosse, come a Sapa, in Vietnam, un rimedio per il mal di testa (un corno di bufalo immerso nella brace e lasciato riposare sulla fronte mezz'ora, m'hanno assicurato, fa passare ogni emicrania!) in realtà è il segno lasciato dallo sfregamento della fronte contro il terreno, una specie di zebiba non musulmano.

Lhasa!Lhasa!Lhasa!
Ad ogni passo, anche nelle viette che si allontanano dal centro, si respira un odore caratteristico che ti si imprime nelle narici, un misto di spezie, incenso e burro di yak che viene versato da grossi thermos per alimentare le candele che bruciano numerose nei templi e monasteri di Lhasa. Questo profumo, a volte nauseante, a volte piacevolissimo, a seconda della percentuale delle sue costituenti, è una costante in tutto il Tibet, una traccia olfattiva che ti segue ovunque, ti si attacca ai vestiti e non ti molla mai.

Lhasa!
Ad ogni angolo di strada e nel bel mezzo delle vie più larghe ti viene però ricordato che Lhasa è una città occupata: gruppi di militari in tenuta antisommossa, coi fucili a tracolla, sorvegliano il movimento della folla, cecchini nascosti sui tetti ti ricordano che forse è meglio non anticinesizzare qui. Non si tratta dei soliti soldatini sedicenni che si vedono altrove in Cina, qui ci sono sguardi truci e cattivi, niente scherzi e soprattutto niente foto per mostrare al resto del mondo la situazione nel centro del Tibet.

Se uno riesce a fare astrazione dello stato di polizia (non è facile, ve l'assicuro), Lhasa è bellissima e non si può non essere contenti passeggiando senza meta tra le sue calli e sotto il suo splendido cielo, perdendosi in piccoli monasteri dove i monaci pregano in un mormorio costante, dove le teiere sono messe a bollire su pannelli che concentrano su di loro i raggi solari (crema solare in Tibet, mi raccomando) e dove un mare di volti tristi ti accolgono con caldi sorrisi: quando è un viso triste a sorridere, la sensazione che ti scalda dentro è ancora più bella e sorprendente.

Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!
A Lhasa giro un po' per i fatti miei e un po' con la guida che devo obbligatoriamente avere e che risponde sempre yes ad ogni domanda. Ovviamente la cosa mi scoccia ma la legge è legge e bisogna piegarvisi. Tra ripetute preghiere di non fotografare la polizia e spiegazioni sul buddhismo tibetano che non hanno né capo né coda vengo trascinato in posti che nel mio snobismo antituristico probabilmente non avrei visitato e, tutto sommato, alcuni tra questi sono interessanti. Il monastero di Sera per esempio, residenza di un migliaio di monaci, è un ottimo posto (sgomitando tra i turisti) per assistere al famoso dibattito. Un gruppo di religiosi si riunisce in un cortile, nel misto di luce e penombra creato dagli alberi, e comincia a discutere di questioni buddhiste. Uno dei monaci che partecipa al dibattito si mette in piedi di fronte ad un gruppetto che a gambe incrociate lo ascolta e gli pone domande, ad ogni risposta il monaco batte le mani rumorosamente, indica colui che ha posto la domanda e a volte, nella foga della risposta, compie pure una piroetta su sé stesso. La stessa scena è moltiplicata svariate volte sulla ghiaia del cortile e il battito delle mani ritma il mormorio di fondo e le urla che provengono da ogni lato: si respira una gioia di fondo e si ha l'impressione che sia quasi più un gioco che non un esercizio di dottrina. I sorrisi dei monaci si sprecano.

Lhasa!Lhasa!Lhasa!Lhasa!
Mentre assisto al dibattito vengo avvicinato da un bambino, dieci anni, vuole parlare con me nonostante il suo limitatissimo inglese. All'inizio penso voglia soldi ma in realtà mi fa capire che è un devoto del Dalai Lama e che vuole diventare un monaco buddhista. Ha il naso sporco di nero in seguito alla benedizione dei bambini nel tempio adiacente, una collanina con l'immagine del Dalai Lama spicca sul suo petto.

Lhasa!
Nonostante il martellante mal di testa da altitudine che mi affligge e il fiato cortissimo resterei a Lhasa ancora una settimana, ma visto e permesso non me lo consentono. Ancora una volta devo ripartire prima di quanto vorrei e guardo gelosamente i turisti cinesi che in Tibet invece possono stare per tutto il tempo che desiderano (ed in maniera decisamente più economica). Non resta che sperare che il governo cinese un giorno decida di aver speso troppo per la sicurezza in questa regione (i soldi, unica cosa che motiva i cinesi) e decida di allentare le regole che imbrigliano il turismo straniero: ho fatto tantissime foto qui, ma non abbastanza e appena abbandonata Lhasa ho già voglia di ritrovarmi sotto il suo cielo il prima possibile.

Lhasa!Lhasa!

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3 responses to Lhasa!
  1. lui says:

    Era davvero un sacco di tempo che non entravo in splinder, per caso oggi ho visto il tuo blog e queste foto.
    Immagino riceverai molti apprezzamenti e quindi il mio sarà banale, in ogni caso  sentivo di dirti che sono meravigliose e che sono pure sanamente invidiosa! 🙂
    Lui

  2. anonimo says:

    Questa volta mi sono davvero innamorata delle foto…bellissimi scatti. Complimenti!
    Francesca

  3. andlosethenameofaction says:

    Pane + Tibet + Acqua = fotografo felice.