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L'ottava meraviglia del mondo

Un paio di vite fa, con due birre ghiacciate in mano e altre due in un sacchetto blu ad aspettare i nostri discorsi vagheggianti, Piccione ed io parlavamo con gli occhi persi in un glorioso tramonto; soli, in cima alla torre più alta del tempio di Angkor, sperando che nessuno venisse a cacciarci, dopo una giornata passata a scalare rovine e a riempirci la memoria di immagini incredibili, parlavamo a ruota libera e la birra e la vista e l'ebrezza della bellezza ci portarono a discutere del prossimo posto incredibile che avremmo voluto visitare: Petra. Eravamo tutti e due d'accordo, nei nostri circuiti cerebrali s'era insinuato, chissà come, il nome della città nascosta: annuendo e gesticolando, il panorama di fronte a noi mutava in quello della Petra della nostra immaginazione.
A distanza di anni, Piccione vi andò per i fatti suoi e ne rimase meravigliata. Ora tocca a me.

“L'aspettativa è una baldracca” avrebbe detto una mia amica (ciao Holly): più si immagina un luogo o un evento, più si costruisce nella propria immaginazione un luogo tanto agognato, più si proiettano nella destinazione di tanti sogni le nostre aspettative e più è facile essere delusi. Quante spiagge idilliache non diventano altro che sabbia? Quanto più piccole sono le piramidi di quanto credessimo? E la Gioconda, non avrebbe potuto essere più grande? Per Petra l'attesa è enorme e il rischio di essere delusi è alto. Azzerare. Lasciare dormire le aspettative. Prepararsi solo a sorprendersi. E Petra non delude. Davvero no, neanche in un periodo infausto come quello delle vacanze natalizie, dove gruppi agguerriti di vacanzieri settimanali (italiani, spagnoli e francesi la fanno da padrone) sciamano come galline senza testa in ogni direzione, seguendo a bocca aperta le indicazioni delle loro guide (che sono esattamente le stesse che si leggono sui vari cartelli disseminati ovunque, per la cronaca).

Il sito archeologico di Petra è enorme: la mia fida e instancabile compagna (mia mamma) ed io vi passiamo tre giorni e più ci addentriamo nei suoi meandri e più ci resteremmo. Il primo giorno viviamo Petra con una certa frenesia, con la voglia di vedere il più possibile e di non perdere nessun dettaglio. Dopo una lunga discesa sterrata imbocchiamo uno stretto e tortuoso canyon, il siq, che in una miriade di colori e forme si apre d'un tratto di fronte all'edificio più conosciuto di Petra, il Tesoro, un'imponente facciata scolpita nella roccia dagli abili maestri nabatei (chi aveva mai sentito parlare prima dei nabatei? Eppure questo popolo originariamente nomade ha lasciato a Petra un ricordo inestinguibile di sé). Questa facciata immensa è così chiamata perché i beduini, che ancora popolano la zona nonostante il governo abbia cercato di farli sloggiare, favoleggiavano di enormi ricchezze nascoste nel vaso scolpito sulla sommità: più d'uno ha provato a rompere il vaso con colpi di fucile, che ne hanno intaccato la superficie e deturpato le statue sottostanti. Niente tesoro, ma il nome rimane.
È qui che si accalca la gran parte dei turisti mordi e fuggi, quelli che si accontentano dell'immagine più conosciuta e farebbero tranquillamente dietro front; continuando invece la visita, come un fiume che entra nel mare, la gente si disperde in un area più ampia ed è facile godere di una certa calma. Optiamo per una ripida salita per diminuire ancor più il numero di persone che ci circonda e dopo una serie interminabile di sabbiosi gradini arriviamo nel punto più alto di tutta Petra da cui si gode un panorama su tutta la valle e si nota come ogni montagna nei dintorni sia stata scavata e scolpita e trasformata in bellissimi monumenti. Il vento soffia impetuosamente sulla cima e ci si rende conto della forza che ha plasmato le montagne e sbriciolato alcune delle facciate più elaborate, lasciando però intravedere colori e sfumature a cui nessuna foto potrà mai rendere giustizia; dopo essere stati affascinati dalla perizia degli scalpellini nabatei, la bellezza della natura prende il sopravvento: non solo le forme delle montagne che sorgono dal nulla ha dell'incredibile ma le mille tonalità che ne accendono le rocce non smettono di sorprendere.
Camminiamo e scaliamo e incontriamo accoglienti beduini (ad uno venderò mia mamma per dieci pecore, se qualcuno ha un'offerta migliore si faccia sentire presto che sennò concludo l'affare), quando mia mamma alza bandiera bianca e si trascina verso l'uscita, io continuo per la mia strada e con una discreta fortuna, passando per una serie di greti prosciugati, insinuandomi in stretti passaggi e scavalcando enormi massi che bloccano il cammino, riesco a sbucare su un sentiero più largo dove qualche timido graffito nella roccia mi fa capire di non essere lontano dalla civiltà: difatti, dopo un tunnel e dei bambini a caccia di piccioni, incrocio lo sguardo sorpreso (e anche un po' deluso) di mia mamma che già mi dava per disperso e si preparava a rivendere il contenuto del mio zaino.

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La seconda giornata è più tranquilla, inizia con un paio d'occhi che non si fanno dimenticare e si conclude con la visita del Monastero, uno dei complessi più famosi di tutta Petra, che secondo le classifiche ufficiali viene definito secondo per importanza rispetto al Tesoro ma che personalmente mi affascina di più: meno gente, più difficile da raggiungere, un cielo più blu.
E toh, spunta dal nulla anche Luca, col quale andiamo a cena la sera di modo che mia mamma si renda conto che non sono l'unico alieno su questa terra.

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Durante la terza giornata, sotto un cielo plumbeo, che fa assumere alla cangiante roccia nuove sfumature, e qualche goccia di pioggia, siamo ormai degli esperti e andiamo alla scoperta di quelle zone dove davvero non si vede l'anima di un turista. Abbiamo anche più tempo per fermarci di fronte ad un tè coi beduini della zona, a ridere e a valutare proposte di matrimonio (per me questa volta, qui le offerte partono da zero, però sbrigatevi comunque che non si sa mai). Dopo un'altra estenuante giornata mia madre decide di abbandonarmi e mi godo le ultime ore di un posto magico, solo tra i miei pensieri e i miei ricordi passati e futuri: i sassi che nascondono segreti millenari, i cocci rotti, Piccione, gli sconosciuti nabatei che plasmarono le montagne, i romani che qui si insediarono e lasciarono la loro impronta fatta di cristianità e colonne, le sette meraviglie del mondo antico (tra le quali Petra non figurava, tse), la fierezza beduina, le gambe che fanno male soprattutto vicino all'anca destra, il turismo di massa, perdersi in questi anfratti, gli occhi neri cerchiati di mascara, gli amici lontani ma soprattutto una domanda ricorrente che mi rode come un tarlo “cosa potrà prendere adesso il posto di Petra? Quale sarà la prossima Itaca?”.

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7 responses to L'ottava meraviglia del mondo
  1. anonimo says:

    grande matte!

    welcome back

    camillo

    PS: mai sentito parlare di "meteora", grecia centrale? pulce nell'orecchio a gogo

  2. anonimo says:

    Una continua meraviglia.
    Non tornare a casa troppo presto.

    Marte

  3. andlosethenameofaction says:

    @Camillo: meteora meteora… qualcuno me l'ha già bisbigliato all'orecchio… ma chi?
    @Marte: no, troppo presto no.

  4. anonimo says:

    Belin che occhi! ! !
    non dormo

    m1

  5. andlosethenameofaction says:

    Purtroppo però senza velo perdeva tutto il suo fascino e mostrava tutti i suoi sedici anni.

  6. usadifranciRDD says:

    rieccole le foto come si deve!
    😀

    ahi ahi…che voglia che fai venire…mannaggia!

  7. anonimo says:

    Ho scoperto questo blog per caso e ho cominciato a seguirlo con interesse, le fotografie sono sempre belle e sincere e il racconto di viaggio è curato e intelligente.
    Complimenti, davvero una bella iniziativa! 😉
    Sandro