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Lumbini, tra buddhismo e islam

Lumbini, tra buddhismo e islam
La natura della sofferenza (Dukkha)

Questa è la nobile verità della sofferenza: la nascita è sofferenza, invecchiare è sofferenza, ammalarsi è sofferenza, la morte è sofferenza; tristezza, lamento, dolore, lutto e disperazione sono sofferenza; l'unione con ciò che è spiacevole è sofferenza; la separazione da ciò che è piacevole è sofferenza; non volere ciò che uno vuole è sofferenza; in breve, questi cinque aggregati a cui ci aggrappiamo sono sofferenza.

L'origine della sofferenza (Dukkha Samudaya)

Questa è la nobile verità dell'origine della sofferenza: è questa voglia che conduce ad una nuova incarnazione, accompagnata dal diletto e dalla lussuria, ricercare il piacere qua e là, ovvero, ricercare i piaceri dei sensi, ricercare l'esistenza, ricercare lo sterminio.

La fine della sofferenza (Dukkha Nirodha)

Questa è la nobile verità della fine della sofferenza: è l'allontanamento da questa voglia, la cessazione di questa ricerca, abbandonarla e dimenticarla, libertà da essa, non dipenderne.

La via che porta alla fine della sofferenza (Dukkha Nirodha Gamini Patipada Magga)

Questa è la nobile verità della via che porta alla fine della sofferenza: è la Nobile Ottuplice Via ovvero: visione retta, intenzione retta, parola retta, azione retta, modo di vita retto, sforzo retto, attenzione retta, concentrazione giusta.

 

[tratto da dei fogliacci appiccicati al monastero Thailandese, traduzione mia quindi non vi lamentate]

Arrivo a Lumbini in un crescendo di facce interessanti, vedo apparire i primi veli musulmani e i bambini, anche i neonati, sono pesantemente truccati con spesse ombre nere sotto gli occhi e attorno alle sopracciglia (un miscuglio di olio e carbone per tenere lontano dalle orbite polvere e spiriti malvagi).

Lumbini, tra buddhismo e islam
Lumbini, per chi non lo sapesse, è il punto in cui è nato Siddharta Gautama, il Buddha. Ebbene sì, in Nepal, non in India (Nepal 1 – India 0) dove invece morirà (Nepal 1 – India 1, palla al centro, forse sarebbe stato meglio usare una metafora crickettistica ma insomma, ci siamo capiti): una pietra segna il punto esatto in cui il bambino Buddha è venuto alla luce e attorno a questo monumento sorgono le rovine di un tempio e un vastissimo parco ripieno di monasteri e santuari votati al buddhismo. Solo nel centro del parco echeggia un velo di santità, in tutto il resto le nazioni buddhiste del mondo hanno costruito diversi monasteri all'imperitura gloria di questa dottrina (che è un po' religione e un po' filosofia) creando un effetto che è lungi dal provocare un qualsiasi senso di sacralità nel visitatore: si ha la sensazione di trovarsi nel cantiere di un'esposizione universale mal riuscita. I vari templi e monasteri sono a metà costruiti e sparsi qua è là sembrano più una prova di forza nei confronti del vicino (vince la Germania, nota nazione buddhista, col suo bellissimo, e soprattutto finito, tempio) che non un monumento religioso.

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Se Lumbini fosse solo questo mi avrebbe lasciato con un bell'embé sulla punta delle labbra ma dopo aver abbandonato il complesso del tempio e ad aver girovagato per le strade polverose nei dintorni del tempio sono rimasto estasiato dai piccoli villaggi, insiemi di case di fango e tetti di paglia, dove la gente assiste al rientro dei bufali dai campi sdraiata sui letti trascinati in strada, e dove le vecchie raccolgono velocemente le cacche e le appiccicano al muro per farle seccare e usarle poi come combustibile. Tutti sorridenti, tutti curiosi, tutti one photo, one for me. Bellissimo e il cielo che si tinge di un color rosso intenso mi fa ricredere, forse, tutto sommato, siamo davvero in un posto sacro, forse davvero qui è nato qualcuno di speciale.

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Decido di stare un giorno in più a Lumbini che, per uno appassionato di legalità come me, è davvero un grande passo: il mio visto è scaduto e dovrò trovare una scusa alla frontiera l'indomani. Ci penserò poi. Inforco una bicicletta e mi perdo tra i mille villaggi che punteggiano le risaie attorno al complesso dei monasteri. Nell'epicentro del buddhismo nepalese stupisce vedere come la maggior parte di questi abitati, spesso non più di una decina di case, ospiti popolazioni musulmane. In Nepal solo il quattro per cento della popolazione è dichiaratamente votata all'islam ma pare sia tutta concentrata nella zona. Piccole moschee azzurre e turchese si innalzano in poverissimi villaggi, la gente ha uno sguardo più duro e quella serietà in fondo agli occhi che si trova solo nei paesi musulmani.

Durante tutta la giornata pratico il mio miglior salaam walikum (quello che mi salvò da sicuri problemi nella notte malfamata di Tangeri, ma questa è un'altra storia) che fa aprire questa gente dallo sguardo tetro in timidi sorrisi: si avvicinano, mi fanno le solite domande di rito, mi chiedono di essere fotografati, vanno a cercare i bambini nelle case di modo che possa immortalarli e quelli che meglio parlano inglese mi spiegano che loro sono solo musulmani, non terroristi (ciao Taous).

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Passo una giornata piacevole, a girovagare senza meta tra un villaggio ed un altro, otto ore in bicicletta col sedere dolente, in un universo così distante e così diverso da quanto visto fin'ora in Nepal che è con rinnovato entusiasmo che mi getto ad assaporare le piccole differenze che si presentano ai miei occhi: il modo diverso di portare pesanti carichi, le nuove fisionomie, la maniera unica di accucciarsi, i gioielli di foggia particolare, i bambini rasati che piangono quando sono inquadrati dalla macchina fotografica e (oh come mi sento in colpa) i genitori che li picchiano perché non riescono a sorridere.

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Attraversando una risaia mi impantano fino al polpaccio.
Plof, un piede.
Plof, l'altro piede.
Pluc, pluc, pluc, l'infradito che si stacca e rimane immersa nel fango.
Pluc, pluc, l'altra ciabatta che resta seppellita nella melma.
Matteo coperto di fango fino al polpaccio, senza più scarpe.
Non mi sembra il caso di andarle a ripescare.
La vista del turista con una costosa macchina fotografica e senza scarpe suscita l'ilarità dei villaggi che attraverso ma abbatte ancora un'altra barriera e rende il contatto con la gente ancora più facile e quando, raramente, i bambini chiedono one rupee o one chocolate si arrendono di fronte al ferreo argomento no shoes, no money.
Qualcuno si offre anche di darmi le sue scarpe.
Cortesemente rifiuto.

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