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Mar Musa, finalmente

Saluto Occhi Blu con uno sfioramento di mani e qualche parola da film di serie C a fluttuare nel vuoto che si apre tra noi due e mi strappo da Damasco, finalmente.
Destinazione Mar Musa.
Dopo un viaggio tra la brulla steppa al nord della capitale e gli onnipresenti ritratti della famiglia Assad, arrivo a Nebek, ad una quindicina di chilometri dalla mia destinazione.

L'autista del minivan che mi ha condotto fino a qui, dopo avermi fatto scorrazzare nei vicoli della brutta Nebek per effettuare le sue consegne di carne surgelata (?)(halal ovviamente) mi scarica di fronte alla strada che conduce al monastero, un rettilineo nero che si perde in un deserto di bassi arbusti e sacchetti di plastica impigliati nei loro rami.

Guardo la strada deserta.
Guardo l'autista.
Guardo la strada.
Guardo l'autista.
L'autista mi fa un segno fregandosi indice e pollice per farmi capire che sotto compenso mi porterà lui a destinazione.
Quanto?
Non tanto, ma comunque troppo.
Guardo la strada: un cespuglio di rovi l'attraversa rotolando.
Guardo l'autista, sadico.
Guardo la strada: dei condor stanno spolpando la carogna di un coyote (non è vero, è solo per aumentare il pathos). Però davvero, non c'è anima viva e l'autista, con occhi avidi, già pregusta il suo lauto bottino.
Non ci sono molte alternative.
C'è una sola cosa giusta da fare.

Saluto l'autista. Se ne va ridendo malignamente e sgommando, lasciandomi sul bordo della strada polverosa.

Abbandono lo zaino per terra e mi preparo stoicamente ad una lunga attesa nella speranza che prima o poi passi qualcuno.

Aspetto più o meno quaranta secondi e si ferma una macchina:

– Scusa? Sai come arrivare a Mar Musa? mi chiedono
– Ma zérto! Vi zi porto io!

Che culo! Ringrazio la mia buona stella e salto in macchina con loro. Mi offrono una barretta di cioccolato e scambiamo due parole: vengono da Damasco e stanno ispezionando la zona per un futuro documentario della BBC.

L'ultimo chilometro e mezzo per arrivare al monastero non si può percorrere in macchina: una scalinata che si snoda lungo il fianco della montagna porta fino al monastero che si staglia in lontananza, un grande edificio di pietra che si confonde con le rocce circostanti, molto, molto più in alto.

Una coppia sorridente mi da il benvenuto alla base della scalinata; passo dopo passo supero due coreane e incrocio un altro gruppo dagli stessi occhi a mandorla che sta scendendo. Quando arrivo in cima sono coperto di sudore e prima di entrare nel convento (un po' per rispetto un po' per imbarazzo un po' perché non so cosa troverò al di là della porticina che si profila di fronte a me) lascio che la mia schiena evapori nel freddo sole del deserto siriano.

Entro da una porta non più alta di un metro e con l'imbarazzo del nuovo arrivato, tra un numero di persone che sta animatamente chiacchierando, cerco qualcuno che possa mostrarmi dove dormire: qui nulla si paga, vitto e alloggio vengono offerti in cambio di qualche semplice lavoro (lavare i piatti, cucinare, spazzare il pavimento, trivellare un nuovo pozzo petrolifero).

Luis, spagnolo, giovane, novizio, mi mostra il complesso e il letto in cui dormirò, in una stanza al di fuori dal monastero che pare sia stata costruita abbastanza recentemente.

– Quanto tempo ti fermerai con noi?
– Un paio di giorni, penso…

Torno al monastero e mi getto nella folla parlante: tra di loro scorgo Xavier e Céline, i ciclisti che avevo incontrato alla frontiera tra Siria e Turchia. Viaggiatori simili sono attirati come falene dalle stesse candele e non è raro rivedere persone che si sono già incontrate lungo il tragitto, anche in posti assurdi o apparentemente irraggiungibili. Ci facciamo una risata e mi unisco alla loro conversazione a base di due ruote: sono con un'altra coppia di svizzeri in giro per il mondo in bici e non si fa altro che parlare (loro parlano, io ascolto) di selle, pedalini, pneumatici e forature, bande in kevlar e tutti gli ultimi ritrovati della scienza ciclistica.

A pranzo incontro Fabiana che apostrofo con un poco simpatico “tu devi essere italiana” ma invece di tirarmi un ceffone decide di parlare piuttosto amabilmente con me. È qui da settembre: è stata qui a varie riprese in passato e adesso ha deciso di passarvi un anno, alla ricerca di una vera ispirazione. Mi spiega cosa fare e cosa non fare, come funziona la vita nel monastero e soprattutto che non devo restare in piedi su quella che in realtà è la tovaglia, una lunga striscia di plastica posata al suolo.

Durante il pranzo intravedo Padre Paolo, l'anima di Mar Musa, il frate gesuita che negli anni ottanta venne qui in ritiro spirituale e decise di trasformare le rovine del monastero in un centro che svolge, oggi più di allora, l'importantissimo compito di far dialogare islam e cristianesimo. Pellegrini, turisti e curiosi accorrono a frotte in quest'oasi spirituale tra le montagne e il deserto, chi in cerca di silenzio e concentrazione, chi di fede, chi di una semplice pausa all'interno di un lungo viaggio e quando ripartono portano con loro un messaggio che risuona ben al di là del tintinnio delle campane che indicano il momento della messa e rompono il perfetto silenzio della brughiera siriana.

Dopo pranzo aiuto una giapponese con un dente sì e uno no d'oro a trasportare il suo pesantissimo zaino (contenente almeno una palla da bowling, un estintore, tre dizionari e un altare shintoista in marmo) fino alla parte più alta del monastero, riservata alla persone che decidono di restare qui a lungo e hanno bisogno di ulteriore pace e tranquillità.
Mi godo la vista da una prospettiva diversa e torno verso il monastero principale.

Mar Musa, finalmente
Di solito i lavori comunitari si eseguono la mattina, il pomeriggio è libero.
Non so bene che fare.
Cosa fare di tutto questo tempo?
Leggere?
Pensare?
Meditare?
Perdo un po' di tempo, con l'imbarazzo di chi si sente un po' fuori posto e non sa come muoversi in un universo di regole prestabilite.
Mi aggiro per la biblioteca del monastero, fornitissima in opere di carattere religioso, leggo qualche capitolo di libri pescati più o meno a caso e aspetto l'ora della meditazione.

Ogni giorno, dalle sette alle otto, nella bellissima chiesa coperta di affreschi del XI e del XIII secolo, si medita: qualche canto in arabo, candele accese e poi una quarantina di minuti in completo silenzio.
Mai riuscito a meditare per più di quattro minuti, la mia mente vaga, un sacco di pensieri l'affolla, l'agitazione del mio corpo e quella dell'immaginazione vanno di pari passo a rendere ogni minuto passato nell'immobilità e nel silenzio un supplizio insopportabili. Tra atroci (no, continuo a dirmi che non lo sono, diciamo fastidiosi) dolori alle anche, alle ginocchia e alle caviglie non riesco a mantenere la mia posizione a gambe incrociate per più di una mezz'ora (gran record personale però) e passo gli ultimi minuti della meditazione agitandomi decisamente troppo e senza riuscire per niente a concentrarmi.
Mille pensieri mi attraversano la testa: penso a Luis e Fabiana, giovani che hanno scelto una vita radicalmente diversa da molti loro coetanei, penso ai denti della giapponese, penso al freddo che fa qui, penso al mio futuro, penso ai miei amici lontani. Una lunga e sconclusionata serie di immagini si forma di fronte ai miei occhi e svanisce, così come si è materializzata.

Dalle otto alle nove segue la messa ed io, che particolarmente religioso non sono, decido comunque di assistere, per rispetto e curiosità. Tutti seduti a terra in semicerchio, ascoltiamo le parole tra l'arabo, l'inglese e l'italiano di Padre Paolo: Dio viene chiamato Allah, e il padre del Padre Nostro si trasforma in Abba. Si alternano canti a letture della bibbia, preghiere che i presenti rivolgono all'assemblea e inchini che farebbero pensare ad una preghiera musulmana: il rito è di tipo siriaco-cattolico ed è un momento particolarmente intenso, anche per un non credente.

Si cena sotto una tenda beduina, con due stufe che bruciano forme di scarpe di legno (chissà da dove verranno) a riscaldare l'atmosfera. C'è chi porta vassoi di formaggio e marmellata, c'è chi distribuisce il pane lungo i cuscini che delimitano il “tavolo” (una lunga tovaglia di plastica poggiata al suolo), c'è chi come me non sa bene come muoversi e vede i preparativi della cena prendere forma sotto i propri occhi senza muovere un dito.
Lentamente, durante il pasto, mi sento diventare un po' parte di questa comunità e quando si tratta di sparecchiare riesco a partecipare alle operazioni, sentendomi un po' di più a mio agio.

Dopo cena scambio qualche breve parola con Padre Paolo e con Federico, un altro ragazzo italiano qui a Mar Musa già da una settimana (e con lui abbiamo finito il computo degli italiani, la maggior parte dei presenti è, per qualche strana ragione, coreana) e nel freddo della notte, mi rifugio sotto una spessa, spessissima, coltre di coperte.

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