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Marica (post con parolacce)

Il grappolo di capelli neri di fronte a me sgrana gli occhi, scuote la testa e mi dice sconsolata: “no te entiendo” . Ahio, mi tocca far sfoggio del mio brillante spagnolo per continuare la conversazione con lei (l'altra opzione era ignorarla e stare in silenzio, ma oggi, chissà perché, mi sento socievole). Parliamo del mio spagnolo, già: non l'ho mai studiato a dovere e l'ho imparato grazie ad una lunga (quasi diciassette giorni, per lo più a distanza) storia con una spagnola (ciao Piccione), vivendo con la donna più sporca e disordinata della terra a Parigi (Marga brucia) e dopo numero tre conversazioni con una mia amica argentina (ciao Flore)(con la quale abbiamo però poi deciso di parlare in inglese visto che lei faceva finta di addormentarsi ogni volta che interrompevo il discorso per cercare una parola che manifestamente non sapevo). Poi sì, un viaggio in Messico, ma lì non mi sembra di aver parlato tanto in spagnolo, però nei lunghi spostamenti in autobus lessi Cien años de soledad e un altro libro di una tale Laura Restrepo di cui non ricordo il titolo ma che mi piacque molto (poi lo regalai ad una mia amica (ciao Clode) la quale mi disse che era pura follia fatta libro e che io ero matto perché m'era garbato). Divago. Ah che bello divagare. Insomma, tutto questo per dire che parlo un po' meglio dell'italiano medio che aggiunge una s alla fine delle parole e, se proprio non c'è altro modo di comunicare, mi piego allo spagnolo.
Discutiamo un po' del più e del meno, mi dice di essere cilena e di chiamarsi Ruth, di essere qui in vacanza con un amico anch'egli cileno, Nelson, che difatti, dopo pochi minuti di stentata conversazione, entra nella stanza: da quando i miei amici sono partiti ho scelto sistemazione ben più economica in un dormitorio da quattro posti letto.
La ragazza tira fuori dalla valigia una bottiglia di vino rosso, io produco un cavatappi (che parrà uno strumento inutile, invece durante un viaggio è essenziale) e assieme cominciamo a sorseggiare il buon liquido cileno.
Più l'assoluta mancanza di vergogna linguistica (e anche un certo piacere nel massacrare una lingua che non conosco) che l'effetto del vino e cominciamo a parlare a ruota libera: gli descrivo il mio viaggio, mi raccontano delle loro vite e Nelson si informa sull'Australia visto che vorrebbe andare a studiare là (boh, c'ha trentasette anni). Eccetera eccetera, i soliti discorsi cordiali da ostello.

Verso le otto mi abbandonano per andare a vedere uno spettacolo di danza del ventre, io esco a procacciare cibo e torno in camera abbastanza presto. Nel dormitorio, nel letto sopra al mio, trovo un tedesco che vive ad Istanbul da due mesi e salta da un ostello all'altro durante la sua permanenza qui. Parliamo un po' e poi ognuno di fronte al proprio computer.

Verso mezzanotte Nelson irrompe in camera.
Sembra piuttosto ubriaco.
Lo è.
Come prima cosa si siede sul bordo del mio letto e interpone il suo testone tra i miei occhi e lo schermo e continua a chiedermi “cosa fai? cosa leggi? cosa scrivi?” con una voce querula che dà una prima indicazione su un lato della sua personalità che prima non avevo minimamente notato. Nonostante il fastidio mi scorra nelle vene lo allontano cordialmente, chiudo il computer e gli auguro buona notte. Il tedesco dorme della grossa e Ruth non pare essere nelle vicinanze.
Non passano dieci minuti (Ruth ancora non si vede) che Nelson cerca di sdraiarsi di fianco a me. Ecchecc! Ognuno è libero di far quel che vuole col proprio sfintere caro amico ma punto primo a me piacciono le donne, punto secondo voglio dormire, punto terzo tornatene a letto e stattebbuono.
Vorrei tanto cercare di addormentarmi ma sembra che Nelson, per combattere la propria frustrazione debba fare ogni sorta di rumore molesto: sbuffa, si sbatte il petto, cammina per la stanza, mormora qualcosa, ridacchia.
Dai Nelson, per favore, stai zitto.
Nada (visto che padronanza della lingua?).
Continua.
Anzi, a un certo punto mi pare anche si spogli completamente e cominci a girare per la stanza ma spero di essermi sbagliato.
Ruth entra, sale sul letto a castello e per dieci minuti si gode di una certa pace e potrei anche pensare di addormentarmi.
Se non fosse che… Nelson cerca di entrare di nuovo nel mio letto (forse nudo).
Nelson, hai rotto, lo mando a quel paese, Ruth si desta con una serie di preoccupati que pasa que pasa mentre il tedesco continua, imperturbabile, a dormire. Dico a Ruth di tenere a bada il suo amico (che tanto tempo fa pensavo addirittura fosse il fidanzato) e mi addormento con un occhio aperto. Non pensavo si potesse dormire così e invece sì, la paura te lo permette.

La mattina mi alzo prestissimo per prendere il traghetto verso Bursa e vorrei tanto tirare un calcione a Nelson per avermi fatto passare una notte semi-in bianco ma il mio lato buono prende il sopravvento.
Ho un ripensamento quando vedo la mia felpa per terra (era appesa dall'altra parte della stanza, me lo immagino mentre se la strofina addosso durante le sue passeggiate adamitiche nella stanza) ma non vorrei che un calcio in culo per punire un rompicoglioni venga scambiato per omofobia. Meglio andarsene.

 

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5 responses to Marica (post con parolacce)
  1. anonimo says:

    brucia la felpa
    milla

  2. carezzadiluce says:

    Vivo come il desiderio
    Crudele come la memoria
    Stupido come i rimpianti
    Tenero come il ricordo
    Freddo come il marmo
    …Bello come il giorno
    Fragile come un bambino.

  3. anonimo says:

    E' un mondo difficile.
    #

  4. anonimo says:

    Marga effettivamente era un caso disperato, la sua amica pure.
    D

  5. andlosethenameofaction says:

    Marga brucia.