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Meteora, calcio e televisione

Abbandono Atene prima che la neve la ricopra e che i trasporti finiscano nel caos più greco. Su consiglio di molti mi dirigo verso Meteora, luogo nell'entroterra ellenico famoso per i suoi monasteri costruiti su picchi inarrivabili.

Arrivato nella città di Trikala incontro Juan Pablo, uno spagnolo che vive la grande avventura di recarsi in un posto senza avervi precedentemente prenotato l'hotel; quando gli racconto del mio viaggio comincia a considerarmi un'entità aliena, strabuzza gli occhi e mi dice di non aver incontrato mai qualcuno come me. Sghignazzo, gli spiego che i viaggiatori sono tanti, ma lui insiste, no, no, sei il primo. Si attacca a me e tutto sommato un po' di compagnia non mi dispiace, parliamo del più e del meno e cerco di non tenere banco con storie che mi sembra d'aver raccontato ormai mille volte (nota per il rientro: cercare di limitare i racconti di viaggio allo stretto necessario per non sembrare uno spocchioso saccente viaggiante). Juan Pablo è tornato ad Atene dopo avervi studiato qualche anno fa e con uno slancio senza precedenti ha deciso di avventurarsi verso l'ignoto e visitare Meteora: mi racconta dell'anno più bello della sua vita in Grecia e di come adesso si barcameni in quel de La Rioja, tra un vino ed un altro.
La sera si gioca Barcellona contro Arsenal (due famose squadre di futbòl, mi fanno sapere):

– per che squadra tifi Matteo?
– a dire il vero nessuna, il calcio mi fa abbastanza cagare.
– CHE COOOSA?

È allibito. Per lui è inconcepibile che ad un italiano il calcio non sia gradito. Esplode in un monologo a base di “pero no Matèo, pero no, muy mal, imposible!” e quando gli dico chiaro e tondo che il mondo sarebbe un posto migliore se milioni di idioti la smettessero di idolatrare ventidue milionari in pantaloncini che corrono dietro ad un pallone, assume una faccia inorridita, manco fosse Janet Leigh sotto la doccia: forse ha paura che il dio del calcio mi strafulmini sul posto, lasciando di me solo cenere.

Il giorno successivo, mentre ad Atene imperversa la tempesta, mi sveglio sotto un cielo blu. Faccio colazione con JP e poi andiamo alla scoperta delle meteore. Alle spalle (o di fronte, dipende dai punti di vista) dei villaggi di Kalambaka e Kastraki (ai greci piacciono le k) sorgono imponenti formazioni rocciose che, dal nulla, raggiungono altezze vertiginose. Su alcuni di questi picchi sorgono dei monasteri, edificati a partire dal XIV secolo, costruiti a ridosso degli infiniti dirupi: un tempo, su queste sommità sorgevano più di venti edifici, al giorno d'oggi ne permangono solo sei, tutt'ora abitati.
Si cammina (o, per i più pigri, si va in macchina) lungo una strada tortuosa che conduce ai diversi monasteri. Il paesaggio circostante è davvero maestoso ma la cosa che più impressiona e immaginare come abbiano potuto costruire questi enormi edifici in luoghi così inaccessibili. I monasteri di Meteora sono dei gioielli incastonati nella roccia ma per quanto meravigliosi (gli affreschi e i paramenti religiosi sono di fattura squisita) non ispirano nessun senso di sacralità: ridotti ad attrazione turistica, sono stati svuotati della loro anima.

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Il mio compagno spagnolo ed io marciamo a lungo e durante una delle impervie salite JP mi porge un'ulteriore domanda sul mio viaggio:

– Ma Matteo, ogni tanto non ti manca startene tranquillo davanti alla televisione a guardare un film?
– Mmmh… in realtà la televisione non la guardo.
– Eeeehhhh? (nuova faccia da Psycho)
– Meno la guardo meglio sto.

E comincio un lungo monologo su come la gente si lamenti di non aver mai tempo e di come poi sprechi il poco che ha di fronte a programmi poco interessanti, su come la televisione sia il collante di coppie annoiate che altrimenti dovrebbero (attenzione, attenzione) parlarsi e altre varie amenità legate al dio catodico (o al plasma). Jean Paul (l'obbrobrio l'ha fatto diventare francese) quasi trema e le uniche parole che riesce a pronunciare dalla gola strozzata sono “confermo, sei proprio strano”.

JP deve tornare verso Kalambaka, io proseguo in solitudine; mentre ci salutiamo mi promette che cercherà di non guardare la televisione almeno un giorno alla settimana e sgambetta impaurito giù per la valle.

Continuo il mio cammino e giunto alla fine della strada mi sdraio al sole aspettando che l'ultimo monastero apra le sue porte, dopo la pausa pomeridiana.
Quando la suora che gestisce il negozio dei souvenir scopre che sono arrivato fino a lì a piedi insiste per regalarmi una cartolina, cerco di rifiutare ma non vuole sentir ragioni. Alla fine ci mettiamo d'accordo e lascio il negozio con un segnalibro, che regalerò alla prima persona simpatica che incontro. 

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7 responses to Meteora, calcio e televisione
  1. anonimo says:

    bella matte, l'ultima e' mitica, ha un qualcosa di caspardavidfriedrichiano

    ciao

    cami

  2. roggie says:

    Sai che forse è il momento di tornare a casa?
    Questo blog mi affascina a tal punto da averlo riletto più volte, dall'inizio, e trovo una tale differenza di entusiasmo tra quello che scrivevi a Saigon e oggi da non avere altre spiegazioni.
    Mi permetto di dirtelo da ex viaggiatore, ad un certo punto io la voglia di tornare la sentivo violenta, quasi come la voglia di partire, poi i figli…
    Ciao, Francesco. 

  3. anonimo says:

    caro matteo
    ti ho scoperto da poco e ho letto tutte insieme le tante tappe del tuo viaggio. ti immagino come un ulisse contemporaneo, perciò ho una domanda diversa da roggie: come farai dopo a stare fermo nella tua itaca? barbara
    [p.s. "fatevi un padellino di affari vostri" è una risposta comprensibile.

  4. andlosethenameofaction says:

    @Cami: tu sei un signore dell'altro secolo, anzi, di due secoli fa. Sulla sinistra si può notare il caro Giovanni Paolo che mi fa da soggetto (inconsapevole)
    @Francesco: quasi quasi ci faccio un post sul tuo commento, è da qualche tempo che penso agli alti e bassi dell'entusiasmo di questo viaggio e le ragioni delle sue variazioni sono tante… ma magari aspetto l'arrivo a casa che comunque è immantinente, non ti preoccupare 🙂 PS: bentornato, pensavo mi avessi abbandonato in Giordania.
    @Barbara: (ciao) intanto speriamo che ad Itaca il cane mi riconosca e poi… questo è solo l'inizio

  5. anonimo says:

    matte, l'avevo visto il 'wanderer' e per un momento ho pensato con tanta invidia che avessi una funzione autoscatto con 15 minuti di delay hehe

  6. andlosethenameofaction says:

    O che fossi particolarmente veloce 🙂
    Però ho il telecomando (che però non ho mai usato dall'inizio del viaggio e adesso ha (del)le (introvabili) pile scariche)

  7. anonimo says:

    Mateo!!! Gran conversador y un tío genial. Eso sí, no futbol, no videojuegos, no tele, como disfrutas de la vida??? Me respondo a mi mismo: haciendo un viaje por el mundo.
    La Rioja should be in your travel book. I am sure you would enjoy the landscapes and the wine.
    Un abrazo crack!!!