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Mui Ne

Arrivo a Mui Ne a tarda notte dopo un rocambolesco tragitto in autobus durato parecchie ore. L'arrivo non è dei migliori: Mui Ne non è il villaggio di pescatori abbandonato dal tempo che mi aspettavo ma una specie di Sharm El Sheik vietnamita, invasa da papponi russi e mignotte al seguito, locali e importate. Per fortuna la stagione è al suo termine e il russame scompare velocemente nei giorni seguenti, lasciando dietro di sé solo le scritte in caratteri cirillici e gli abitanti del posto che parlano russo come seconda lingua. Fino a pochi anni fa, quando il Vietnam era chiuso al mondo, i soli turisti stranieri ammessi nel paese erano gli amici comunisti russi; negli anni seguenti, quando gente da altre nazioni cominciò a percorrere il paese, per i vietnamiti gli stranieri restavano comunque tutti russi e così erano definiti: straniero uguale russo. Oggi l'equivalente di straniero penso sia "straccione con zaino" o qualcosa di molto simile.

A Mui Ne sono rimasto, penso, una decina di giorni, è stata la mia personale fortezza Bastiani senza un filo di vento: venuto per fare kitesurf, lo sport a cui tutti si dedicano in questa zona, giorno dopo giorno aspettavo in trepidante attesa l'alzarsi della brezza per potermi gettare in mare; tra noia e impazienza mi scontravo regolarmente con le teste scosse dei saggi del posto che mi ripetevano sconsolatamente "domani, domani, speriamo".

Ho letto molto? No. Ho fatto qualcosa di creativo? No. Cos'ho fatto per dieci giorni? Ho aspettato. E alla fine il vento è arrivato e ne è valsa la pena, ma prima sono arrivati incontri bizzarri e russe che rispondono a domande non chieste, forti piogge che hanno portato sporcizia in spiaggia (tra i rifiuti più strani spiccavano lampadine e tubi al neon: non voglio neanche sapere da dove venissero ma sarei curioso di sapere come cacchio abbiano fatto ad arrivare senza prima frantumarsi), una quantità incalcolabile di meduse di ogni dimensione (ambo le braccia e il polpaccio destro ringraziano) e una strana sensazione di bruciore sulla pelle all'uscita dall'acqua (ognuno aveva la sua teoria a riguardo: inquinamento, filamenti di medusa, alghe carnivore, sostanze chimiche rilasciate dalle cozze), quadrifogli e formazioni calcaree, bar dove si ha voglia di ritornare e dove si ritornerà ogni sera affascinati dalla propietaria tedesca dalla felina faccia bellobrutta, motorini e gomme bucate, nuove amicizie e conoscenze lasciate a metà, partenze a più riprese rinviate.

Quando il vento è finalmente arrivato l'attesa accumulata è stata spazzata via come le tedesche che non riuscivano più a stare in spiaggia sferzate dalla sabbia (non si può avere tutto): il cielo si è coperto di aquiloni che oscuravano il sole, i kitesurfisti tracciavano traiettorie schiumose e spiccavano balzi di parecchi metri (sia lungo x che y, a volte anche z) sospinti dalla corrente e dalle onde. È solo grazie ad un enorme sforzo di volontà e l'avvicinarsi sempre più minaccioso della stagione delle pioggie che sono infine riuscito a lasciare un posto che, senza una spiegazione precisa, m'è rimasto nel cuore. Ritrovo col piacere di un'anima annoiata la sensazione di tristezza provata durante passati addii. Mi sarebbe piaciuto abbandonare Mui Ne via nave, vederla rimpicciolire all'orizzonte, lentamente, cullato dalle onde e dai ricordi, ma qui, purtroppo, è un autobus scassato che ti porta via.
Dopo poche curve il trabicolo ha una gomma a terra: un ultimo tentativo per farmi restare?

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