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Mumbai

Nonostante mi stia trovando benissimo con Karen e i suoi amici, che cercano di trattenermi con racconti terribili su Mumbai e allettante offerte di party con le modelle della Kingfisher (la birra indiana, e sì, party, perché quando ci sono delle modelle non è più una festa, ma un party) decido di abbandonare il Goa e le sue spiagge e le sue masse di israeliani e i bei momenti degli ultimi giorni per scoprire cosa Mumbai ha di così terribile.

Viaggio in autobus, di notte: Arianna mi manca dopo tutto.

Mumbai mi accoglie con la sua periferia polverosa dove l'autobus scarica i pochi turisti diretti verso la zona di Colaba. Divido un taxi con un poco simpatico trio norvegese diretto in un hotel costoso, io mi sbatto nella prima bettola che trovo e vado alla scoperta della città, senza meta e senza obbiettivi.

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Mumbai è il sogno dell'India dove le più grandi ricchezze degli industriali (la Tata qui è onnipresente con diecimila attività diverse: Tata Cars, Tata Communications, Tata Salt, Tata Books, Tata Bank, Tata Hospital, Tata Trains, Tata Paints, Tata Panties, Tata Dildoes, Tata Food solo per citarne alcune e aggiungerne altre che mi sono inventato di sana pianta ma che danno un'idea della presa di questa Corporation sulla vita di Mumbai e, di conseguenza, dell'India) e dei divi di Bollywood si scontrano con la povertà delle immense baraccopoli che occupano gran parte del territorio urbano: migliaia di persone giungono
ogni giorno a Mumbai, una megalopoli da sedici milioni di abitanti, in cerca di fortuna e finiscono immancabilmente a dormire per strada o se sono fortunati in un improvvisato riparo fatto di cartone e lamiera a ridosso di un cavalcavia.

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L'immagine che avevo di Mumbai prima di venire qui era quella che avevo potuto carpire dalle pagine di
Shantaram, ma visto che nel libro in questione tutto è esagerato, i personaggi sono troppo buoni o troppo cattivi, troppo belli, troppo intelligenti, troppo arguti, anche la descrizione della città è ovviamente fuori fase rispetto alla realtà. Il libro descrive una città dai toni cupi, in cui criminali d'ogni risma si incontrano in bar fumosi (sì, sono stato da Leopold e sembra un bistrot parigino col solito menu che trovi ovunque) e in cui la vita negli slum è fatta di miseria e privazioni, dei posti fuori dalla legge in cui chiunque entri è spacciato.
In realtà la città è bella e spaziosa e il traffico che l'attanaglia non è peggiore di tante altre città indiane (e a dire il vero i suoi vecchi taxi gialli e neri hanno un qualcosa di veramente pittoresco, quando sono lontani e non stanno per investirti, ovviamente). Ci sono diversi ricchi ma austeri edifici neogotici, retaggio del colonialismo inglese, che danno alla città un'impronta di richezza e classe; chi afferma che la stazione di Victoria sia il Taj Mahal del periodo del Raj forse non ha tutti i torti.

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Certo, starete dicendo voi, che hai avuto un'immagine diversa della città rispetto alle descrizioni di
Shantaram: tu te ne sei stato beato e tranquillo a Colaba, tra le sue gallerie d'arte e i bar che servono costosi caffè, tra gli hotel di lusso che ogni tanto i terroristi decidono d'assaltare e le passeggiate turistiche coi suoi rivenditori di palloncini, mentre il protagonista del libro viveva nello slum più malfamato di tutta l'India, nella miseria più assoluta. Ed è per questo che durante il secondo giorno mi tiro fuori dalla zona turistica e vado a visitare lo slum più esteso di tutta l'India, il quartiere di Dhevri.
Faccio prima una tappa a Dhobi Ghat, la più grande lavanderia a cielo aperto di tutta Mumbai, in cui centinaia di uomini sbattono con veemenza i panni in piccole vasche dall'acqua biancastra. È stata Karen ad avermi consigliato di venire qui ma ovviamente la stessa cosa dev'essere citata su tutte le guide turistiche poiché al mio arrivo ci sono diversi stranieri che stanno facendo foto dal ponte di Mahalaxmi. Ora, è vero che dal cavalcavia si gode di un'ottima vista su tutte le vasche, ma mi dovete spiegare perché tutti si accontentano di osservare la vita da lontano. Sono l'unico a scendere tra la gente. Mica vi mangiano. Boh.

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Sono effettivamente un po' ansioso al pensiero di dirigermi verso Dhevri e non vorrei che la mia macchina fotografica, segno manifesto di ricchezza occidentale, spinga qualcuno a credermi una buona preda da spolpare, ma risalto sul treno e dopo poco mi trovo in questo famigerato
slum. Come al solito le aspettative e la realtà sono su due piani paralleli. È vero che c'è povertà e miseria ma c'è anche una dignità, una gentilezza ed una serie di sorrisi che sorprendono. Tanto per cominciare non si tratta della baraccopoli che mi immaginavo ma di una serie di povere case di mattoni costruite alla bell'e meglio all'interno di un intricato sistema di vicoli. Sono entrato in una parte dello slum in cui l'attività prevalente è la produzione di articoli di creta, vasi, piatti e tazzine: diversi forni lasciano fuoriuscire spesse nuvole bianche tra le stradine della zona e sulla strada principale ci sono diversi spacci che offrono i manufatti locali. Mi addentro nei meandri dello slum, girando a caso a destra e a sinistra. Il solito stuolo di bambini mi si materializza attorno e le anziane sedute sugli usci delle loro abitazioni mi guardano sorridenti ed incuriosite e sono loro stesse a chiedere di essere fotografate. Sono tutti gentili e simpatici, nessuno parla una parola di inglese ma ci si capisce facilmente a gesti e sapendo quali sono le loro domande standard è facile dargli delle risposte a caso che saranno comunque per loro soddisfacenti. La zona in cui sono pare prevalentemente musulmana e nel mio peregrinare mi trovo in un giardino che in seconda analisi si rivela essere un cimitero: le piccole montagnole coperte d'erba dalle quali spuntano degli arbusti sono tombe. Poco lontano ne stanno scavando un'altra. Dei signori dalla lunga barba e dal berretto di pizzo salutano il mio passaggio.
Nonostante cerchi di perdermi nel cuore dello
slum, per qualche motivo sbuco sempre sulla strada principale e quando il sole sta per calare decido di tornare verso la base.

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Ha ragione chi dice che Mumbai sta all'India come New York sta agli Stati Uniti (Mumbai = New York * Stati Uniti / India): questo è un universo differente dove si notano le basi della società indiana reinterpretate in un'accezione tutta particolare, Mumbai mostra una sfaccettatura ancora diversa dell'India (forse dovuto alla minoranza Parsi che qui predomina, se non altro in campo economico, vedi la famiglia Tata) in ogni contesto, dall'architettura, ai costumi, ai divertimenti (da lupo solitario però non ho voglia di affrontare la vita notturna della metropoli che però mi dicono sfrenata). Oltre ai soliti sari e a parecchie ragazze vestite all'occidentale (molte piuttosto sexy) alcune donne portano degli ampi vestiti con uno stretto cappuccio. Si incrociano anche, con una certa frequenza, un buon numero di travestiti, omaccioni dalla barba nera che pare si siano truccati al buio e che abbiano messo un sari ed un paio di orecchini quasi per gioco: il risultato non è proprio dei migliori ed è sorprendente scoprire questa frangia della popolazione in una società altrimenti iperconservatrice. E a proposito di società conservatrice: a ridosso della stazione ci sono un sacco di prostitute.
Durante la mia ultima sera incrocio anche un'albina indiana. Pensavo fosse una turista presa bene e invece no, è proprio un'indiana, diversa, com'è diversa Mumbai.

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